perìgeion

un atto di poesia

Sonia Caporossi: una battaglia d’amore nel sonno

hypnerotomachia ulixis

di Giorgio Galli

Non è facile dare coerenza a un mondo onirico: se allineo i miei sogni, anche annotati per anni, difficilmente ne cavo fuori la trama di un romanzo. Il primo merito di Sonia Caporossi è di esserci riuscita. La “battaglia d’amore nel sonno” del polytropos Ulisse è ricavata tutta da una meticolosa annotazione del proprio mondo onirico. Un mondo infernale, ed ecco il secondo merito dell’autrice: non essere arretrata di fronte alla messa in scena di una realtà interiore sanguinante, che avrebbe imbarazzato un autore più legato alla dignitosa maschera letteraria e umana indossata ogni giorno.

L’Ulisse di Sonia non ha niente in comune con quello omerico, e nemmeno con le sue propaggini dantesche e joyciane. Anche se il romanzo si presenta come un lungo monologo interiore del protagonista, non somiglia nemmeno al Virgilio morente di Hermann Broch. L’Ulisse di Sonia è piuttosto il narcisista per eccellenza. Un narcisismo così primitivo da sfidare il senso del ridicolo:

«Seduto finalmente su un riposante sasso abbastanza vasto da sorreggermi intero, mi stropiccio pensoso le punte dei piedi l’una contro l’altra, ed è questo il momento in cui la sagoma della mia ombra mi si disegna davanti, seducente e inerte come se aspettasse il mio abbraccio appassionato. Oh mio dio, mi trovo davvero bello nelle mie forme. Un’ombra strana, non la semplice parvenza ectoplasmatica di un essere umano, no: il disvelamento della grazia e della forma la fa apparire neoclassicamente umana in sé stessa. Noto il delinearsi progressivo e lento dei particolari del volto, che sorge allungandosi a terra, baciando i raggi oblunghi del mio amico Sole parallelo il quale sembra godere nel fornire alla mia ombra motivo d’essere e cibo, permessi e riserve per una temporanea esistenza in vita. La sagoma si delinea con una lentezza esasperante. Prima il naso, la bocca, gli occhi. E poi giù giù, il petto, le mani. E ancora più giù. Ogni singolo lineamento prende forma dal mio calco fisiologico e mnemonico, ogni particolare evoca a me, stupefatto e preferenziale osservatore, meravigliose forme insieme vuote e ricolme di contenuto, che mi procurano un’immagine narcissica della mia stupefatta persona: sono bello, bello, davvero notevole, e qui non c’è nessun altro che possa affermarlo se non me stesso, ma in realtà neanche alcuno che possa dire il contrario. Credo di non aver mai visto intorno a me una bellezza simile. Bello, realmente bello: oserei dire bellissimo. Ma il mio giudizio può sembrare arbitrario, visto che in definitiva si tratta di me, e soprattutto perché mi sono… perdutamente innamorato. Per tutte le divinità dentro e oltre la Storia… ti amo, sconosciuto che porti sul volto le mie stupende fattezze, bello come Narciso figlio di Cefiso e di Liriope, bello come l’estremo mito di un uomo che ama sé stesso, e in sé stesso ama ancora sé stesso e l’altro da sé, assinnu kadesh keleb maledetto e sacro, prostituto divino che evoca la purezza di Arjuna nella mente, Deva santificato, esasperato dal desiderio che innalza il suo Lingam verso il cielo cercando la mia devozione in ginocchio, la puja devota e dovuta del mio rincresciuto stupore, del mio indegno amore!»

E’ un Ulisse metacronico, vale a dire tirato fuori dal tempo della sua storia, dalla cultura in cui il personaggio è sorto, per essere sbalanzato in una dimensione non fuori dal tempo, ma in cui i piani temporali -e pertanto i dati culturali- si sovrappongono. Il cocktail culturale in cui Caporossi heideggerianamente “getta” il suo Ulisse è visibile fin dall’epigrafe del libro, che allinea Platone, Nietzsche e i The Cure. Ma non si tratta di un’operazione new age. Postmoderna, sì. Ma non fine a se stessa. L’eroe omerico è parodizzato e scomposto come l’Amleto di Carmelo Bene. Non solo la sua psiche, ma perfino il suo corpo è sottoposto alla lacaniana anatomia di una psiche la cui propriocezione è del titto malata. Condannato all’esilio per una colpa sconosciuta -come Joseph K. del Processo, o come il poeta Ovidio- questo Ulisse non scrive i suoi Tristia dal Ponto, ma vive di se stesso, riflette su se stesso, si alimenta di se stesso fino a fagocitarsi. Nulla lo distrae dal delirio egolatrico. Perfino dinanzi al fantasma di una bambina morta in un campo di concentramento, Ulisse reagisce interrogandosi sulla pietà e la spietatezza in se stesso e nella sua storia. Incapace di uscire da sé come e più del Casanova felliniano, crede di desiderare l’amore di Penelope ma in realtà desidera solo la conferma di se stesso in lei. Il suo amore è masturbazione. Per questo, forse, Penelope, la devota per eccellenza, l’archetipo della sposa fedele, alla fine lo ha abbandonato.

Se questo Ulisse non ci risulta del tutto odioso, se anzi riusciamo ad amarlo, è solo per la sconcertante sincerità della sua messa in scena da parte dell’autrice. Il precedente Opus metachronicum non era privo di punte dimostrative e aspetti volontaristici; qui invece in primo piano c’è un flusso doloroso, uno strazio che appartiene genuinamente a Sonia anche se è alienato in un sé fittizio. Lo straniamento e le sue possibilità di oggettivazione la rendono particolarmente acuta nella visione introspettiva.

Il dolore di Ulisse -e attraverso di lui dell’autrice- si addensa nelle pagine finali, di cui è protagonista il problema dell’Ulisse classico: il problema della conoscenza. Chi conosce Sonia Caporossi e il suo polytropos lavoro intellettuale capisce che qui è in gioco il senso di una vita e non l’esito di un romanzo -sia pure di un metaromanzo costruito sopra una giungla di riferimenti metatestuali come questo. Nel declinare il suo vanitas vanitatum omnia vanitas, Sonia attinge a un vocabolario orrido-grottesco di gusto decadente che personalmente trovo l’elemento più caduco dell’opera. Ma il ricorso a tale vocabolario ha la stessa funzione del ricorso all’ironia nei momenti emotivamente salienti di altri autori: serve a stemperare le punte di massimo coinvolgimento personale: è pudore mascherato da istrionismo.

(Sonia Caporossi, Hypnerotomachia Ulixis, Carteggi Letterari – le edizioni, 2019, prefazione di Anna Maria Curci)

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