perìgeion

un atto di poesia

La spira, Mauro Ferrari

ferrari

nota di lettura di Lucetta Frisa

Una sobria intensità

Non c’è di pioggia che una bava, un alito

che il vento sperde a mezza altezza

sui volti che s’inumidiscono

in penombra, ma rivola la pigna

e inghiotte un gorgo misterioso

nel silenzio che novembre

scioglie sotto i passi.

In questi giorni brevi fra due notti

la spira sale dietro il cimitero

e azzurra il cielo grigio

salendo a pena per sfaldarsi in nulla

È l’incipit del poemetto che entra nel nostro silenzio con voce bassa e vibrante, chiede ascolto sommessamente come le prime battute di un poema musicale. E subito segue la più rapida narrazione quasi epica ma che ha riferimenti storici precisi seppure allusivi; semplici eventi che la memoria personale accompagna affettuosamente.

L’inverno russo del sessantatré

ancora lo ricordano i superstiti

che trasferirono la fabbrica

nelle nuova sede,

sui campi della pianura ricca.

La carne e le tubature non ressero

a quel gelo,dice il ricordo:

nel poco di storia seguito all’uragano

si inaugurava L’Era Nuova dell’Industria,

e quella spira mulinava con la stessa

alacre inerzia – e più futuro.

Quando la metafora si fa realtà e viceversa. Vita come fumo che sale nell’aria, spira che si avvolge e si dissolve. Il fumo anche come utopia e l’utopia come fumo. Ma la ciminiera fumante -protagonista del poemetto- abita vicino al nostro autore che la osserva e la vive fin dalla prima infanzia. La fabbrica, la ciminiera, il fumo e la sua spira esistono realmente, sono oggetti reali e solo successivamente diventeranno portatori permanenti di simboli. Anche la spirale di fumo che fuoriesce, appunto, dalla ciminiera, è permanente. Permanente come memoria di un tempo ora dissolto ma ancora presente.

Il poemetto è breve e conciso -come devono essere i poemetti che si dicono tali-, non è sentimentale ma palpita di sentimento, è discreto, molto intenso ma anche molto sobrio. Non narra di una vicenda personale ma la vicenda personale assume il colore sociale di più di un mezzo secolo appena trascorso. Dietro ogni verso si avverte quel tempo particolare circoscritto a quegli anni e che appartiene a chi ne parla e alla storia tout court. Qualità che si acquisiscono attraverso l’esperienza esistenziale insieme all’esperienza letteraria, di chi dei libri ha fatto oggetti simbolici viventi della propria vita e ragione di essa. La commozione non è espansa ma trattenuta ed è per questo che ne avvertiamo sulla pelle l’intensità, la quasi palpabilità. La fabbrica di Mauro, la ciminiera con la sua spirale di fumo è davanti ai suoi occhi-e quindi ai nostri- che vedono rappresentarsi il dramma della umana caducità. I sogni e le utopie giovanili che, all’inizio della vita, tanto gli sembravano afferrabili e concrete, ora esplicitano il loro misterioso dissolversi nell’aria –che sia quella invernale, piemontese, dalle gelide trasparenze o quella di altre stagioni non ha importanza: la metafora non è che una magia di realtà da dove non c’è fuga dato che proprio quella spira di fumo è la fuga stessa.

Così riaffiorano dagli anni

Le case miracolate e la fabbrica,

un eldorado sommerso

ai laghi della Lavagnina, sempre

più arcano ai vivi e luminoso alla leggenda

man mano che si estingue la memoria.

Qualcuno ha visto, ne ha parlato:

anche questo deve entrare nei versi

per far risplendere quanto svanisce

o resta cicatrice sulla pelle-

le cose minacciate dall’oblio,

il nome di chi salì sui monti

per fare resistenza al male

nell’alone sfrangiato di nebbia,

silenzio in tasca e fucile in spalla,

o la spira di una ciminiera

sorta sulle rovine dopo l’olocausto

come noi.

Di bei versi, Mauro ne ha scritti, in tutti i suoi numerosi libri. Ma è proprio vero che l’avanzare dell’età -perdonate la banalità e la franchezza dell’espressione- porta a distillare i propri contenuti e il proprio lessico in modo che sulla pagina resti l’essenziale e l’essenziale possa risplendere. E più la metafora è semplice, come in fondo lo è questa, e più è forte ed evocativa, e diventa difficile esprimerla adeguatamente senza cadere nell’ovvietà. Ebbene, Mauro ci è riuscito alla grande: ha lavorato su questo testo per tanto tempo, buttando via quello che il tempo via via gli rendeva superfluo: i versi, appunto, si affinavano, evaporando da soli. E cosa è restato? Questo bellissimo poemetto che, raggiunto il suo stato di grazia, non ha una parola di meno, né una di più. Si può definirlo perfetto? Cristallino? Davvero essenziale? Leggetelo e poi mi direte..

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Questa voce è stata pubblicata il 02/07/2019 da in poesia italiana, recensioni con tag .
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