perìgeion

un atto di poesia

La seconda voce, Gabriela Fantato

gabriela 1

di Nino Iacovella

Le seconda voce di Gabriela Fantato, ultima raccolta della poetessa milanese datata 2018, rappresenta un duplice percorso di innovazione riguardo alla sue opere precedenti. Uno è rappresentato dalla propria voce, che non è più esclusivamente un “io lirico”, ma voce universale. È la voce della poesia la “seconda voce”, quella che l’autrice questa volta attribuisce alle vittime di fatti di cronaca violenti, così come a Marina Cvetaeva nel testo L’ultima notte. L’altro è invece legato a una discontinuità stilistica del verso, che qui si espande, tende all’orizzontalità, discostandosi così dalla sua cifra tradizionale verticale.

Rimangono nei testi il lessico e il tono caratteristici della Fantato, la lingua rigorosamente piana, così come il tema centrale dell’infanzia, i rituali di passaggio della vita. Ma l’innesto di alcuni elementi della drammaturgia allargano il campo della sua espressione poetica, con esiti più che riusciti.

Gabriela Fantato ha sempre avuto una dedizione alla scrittura che non si è esaurita esclusivamente nella propria poesia, visto che ha promosso e diretto la rivista letteraria milanese La Mosca per anni sino alla definitiva chiusura nel 2013.

Le seconda voce rappresenta l’ultima pubblicazione di poesia fatta dall’editore Transeuropa, collana curata da Gabriel Del Sarto. Edizioni dal taglio librario leggero, con la felice intuizione grafica di copertina dove, al suo centro, vengono sovrapposti titolo del libro e nome dell’autore allo sviluppo in verticale di un testo scritto con la grafia del poeta.

La seconda voce, Transeuropa, Massa, 2018

Appunti sulla vita
La vita è un foro bianco,
dentro slittano i detriti, i salti
fatti a piedi uniti da bambini
e già scivola il foglio con la lista
dei regali appesi al cuore,
i sospiri per amore
e intanto scorre, scende sino al punto
dove non resta che ombra, un tempo
carne e voce
svanita anche l’ eco che canticchiavi
quel giorno.
La vita è uno straccio gettato
sopra i resti di chi fu
e se n’è andato,
di chi ti ha stretto forte e chi
non ha capito
e i sorrisi a crescere sopra
il male, sopra la corsa a perdifiato,
quella giù dritta, là, in collina quando
cercavi ancora cuccioli
e segnali
quando credevi che nascere era un sogno.
La vita è quel fiune dove
si scrivono i racconti mai perduti,
tua madre canta ancora la sua nenia
a te malata con la febbre alta,
quella di chi cerc il gatto
e gli stivali
per una strada verso il mare.
verso un campo di risate.
La vita è un sasso dentro il prato,
una crepa dove i ragni fanno casa,
è la santa che invocavi la domenica,
e quel pianto di ragazza che non sei più,
è un conto in perdita, eppure,
eppure resta il saldo, i nomi, quei volti
e la tua primauera,
senza nome.
***
Della nostra mortalità
E se ci fosse un dio
nascosto tra le cose, dentro
lo spazio che unisce e separa,
dove si legge la fine che abbraccia
il bordo nuovo di una seconda vita di legno,
di sale e lacrime e chiodi mai conficcati,
solo puntati
per certezza al tavolo che balla
e dà forma ai giorni.
E se provassi a tendere la mano,
come un vecchio marinaio dentro
il suo vento di levante,
dentro la santa pelle del mare
e quella luminosa del giorno che nascevi
quando anche morirai,
e se avessi il moto e la certezza
che inventi, quella che sa dire
– la tua storia, con gli stessi volti,
ma con le pieghe nuove
da scoprire.
***

Semplice
Nella spiaggia così semplice di luglio
è bianco il sole, tutto nei contorni.
I bambini hanno le labbra rosse,
senza morso e giocano ai castelli.
C’è anche una finestra
dove appendere i sogni.


Siamo così simili in questa
luce che sfianca e taglia l’ ombra.
Siamo diversi prima e dopo il dolore?
Non so, ricordo il grido,
il primo giorno di un bambino.
Nient’altro.
***
Marina Cvetaeva, l’ultima notte

TORNATA A MOSCA NEL 1937.

MARINA VISSE IN UNO STATO DI ESTREMA POVERTÀ E ISOLAMENTO

IL 31 AGOSTO 1941 SI TOLSE LA VITA NELL’IZBA,

AFFITIATO DA DUE PENSIONATI.

QUESTA È LA SUA ULTIMA NOTIE

(Ombre)
La difesa si è fatta barriera, hai la porta chiusa e
nella casa i muri crescono da dentro.
Un angolo esatto ti copre le spalle da tutti gli sguardi.
La casa senza finestra, il buio dentro il giorno,
nella persiana chiusa avevi deciso di restare.
La casa si è scavata le radici nella tua lingua
dove il vento è un urlo senza saperlo, senza volerlo.
L’abitudine ai giorni – una linea,
nella stanza dove dormi nel tempo semplice del cibo.
Le tue parole salvano il bianco nei polsi credendolo
sia vita davvero …
(Marina)
Consumo le mani per afferrare
i giorni come una volta
sapevo l’estate, un sorriso e la promessa.
Si fanno gonfi i piedi immobili
nell’ attesa.
Il muro è bianco, sempre più
bianco, più di quanto avrei pensato
dieci anni fa
Sottilissima la terra che amavo
si è ristretta, non so più camminare.
La stanza è uno spazio assediato,
le facce sono lo specchio concavo di me.
La voce mi sale dentro i polsi,
parla della tempesta,
un oceano, un’inondazione
(Ombre)
Sei sulla terra con il corpo orfano e spietato come
solo i bambini quando nascono.
Cerchi l’allegria nelle labbra, a ogni risveglio saio il punto
– esatto tra luce e buio,
dove la casa è nido, un ritorno e la paura.
La pagina nasconde l’ assoluto del gesto, una forma scura,
non la sentenza strappata con forza ostinata ai giorni.
Resta solo l’ultimo giudizio, puro e intatto.
Non pensi – ascolti l’incarnazione, il suo darsi sottile
in ogni cosa, il suo esistere, là fuori …
(Marina)
Come il leopardo vengo da spazi
immensi difame,
esisto e rinasco dentro la voce
ogni giorno, ogni ora.
Della pietra non so,
non so ancora il nome
e dirla questa gioia, questa paura
Cerco l’ oblio di me dove tutto è
solo un gesto, un silenzio che feconda.
La mia mente è stanca da tempo,
so la legge dispari,
una lotta tra amore e verità.
Adesso lo so, solo incontrandolo
il mattino è un dono per il dopo
(Ombre)
Questo il disegno – tu qui, esposta come la roccia all’onda,
come il mare che ti leva la carne pezzo su pezzo.
La parola è una punizione cui non puoi resistere.
Hai lasciato tutto senza limite e pace.
-la terra, questa patria e l’ ombra a nascondiglio
dentro l’infanzia.
Non avere paura, segui il passo.
Solo il buio ti offre soddisfazione, le necessità di sempre.
Volevi – essere, nient’altro, un imperativo battuto dall’urlo,
scritto dentro il tempo.
La morte ti è cresciuta in grembo, come un figlio,
come la vita.
Hai vinto adesso, hai preso l’arma,
la tua salvezza.
(Marina)
Sono uscita dal buio dentro il petto,
dentro il respiro.
So la memoria dei muri e l’eco,
l’inutilità di ogni domanda.
La distanza tra le due rive è
sottile come solo la vita.
Senza protezione.
Non avanzo pretese, non posso
La barriera, c’era la barriera fino a questo momento.
Adesso non serve più,
non è difficile, adesso.
La luce domani dirà a tutti il mio gesto giovane,
la dedizione di chi è più forte del tempo.
Domani chi non capisce
parla con la voce del notiziario, domani chi non capisce ...
lo sarò passo gigante, voce
dentro il nero, un’ eco bianca per te,
domani.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/09/2019 da in Senza categoria.
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