perìgeion

un atto di poesia

Luigi Trucillo, Altre amorose

di Viola Amarelli

 

 

In una tradizione poetica quale quella italiana, riproporre un canzoniere amoroso è un azzardo, come ben sa Luigi Trucillo che, dopo Le amorose (2004), ha pubblicato nel 2017 Altre amorose, sempre per i tipi di Quodlibet. Non è quindi  casuale  che  il libro si apra con una sorta di avvertenza, quasi un ‘bugiardino’,  una poesia dal titolo Perché scrivere poesie d’amore, dove già emergono alcune delle direttrici dell’opera: dalla consapevolezza che tutto è già stato detto alla possibilità di congiungere tradizione ed inquietudine, alla presa d’atto che il desiderio conosce, e serve a conoscere anche la materia della scrittura, ossia una sostanza flessibile e schiva che si evolve nella scia d’oro della gratitudine/e ha rinunciato al controllo. Si delinea pertanto sin dall’inizio una linea elegiaca,  lucreziana più che catulliana (come giustamente notato da Galaverni), che nell’amore in senso lato individua l’energia aerea, insieme infiammabile e cristallina, che  intrama il flusso esperienziale quale ci è dato percepire. Di fatto, il tema amoroso compare in tutte le sue accezioni, non solo quella consueta dell’eros – romantico o meno – che nella cultura induista, affiorante in vari testi (cfr. ad esempio Veda del fuoco, Il sorriso degli ombrelli pakistani) costituisce il kama, ma anche in quella di karuna, compassione aperta a tutti gli esseri viventi (cfr. Pensando a Gandhi o Da Osaka), e della  bhakti, devozione (termine affiorante in alcune delle poesie, cfr. In una coppia) che consente di accedere lungo il sentiero dell’amore allo stesso dio, mentre da diversa ma analoga visuale l’amor filiale si veste di memoria (Butterfly)  o, viceversa, di cruda iconicità (Vergine con bambino).

Ognuna di queste variazioni viene indagata partendo da una epifania del quotidiano (il cibo, il risveglio, il viaggio, la nuotata, il mercato, il taxi) che è sempre l’origine di un processo speculativo dove la percezione tende a far diventare logos o tentativo di senso il dato sensoriale di per sé, nell’atto stesso di accoglierlo nella rete sonora dei versi. E’ un tentativo che nell’autore sconta la consapevolezza dell’irriducibilità del processo fenomenico, colto nel  suo continuum metamorfico, ma che proprio nell’accoglienza trova il fondamento di una reciproca, comune, costruzione di quel che chiamiamo realtà. Affiorano in questa riflessione anche le  interazioni ‘politiche’, come nella poesia dedicata ad Ethel Rosenberg, presunta spia comunista, dove gli affetti sembrano sconfitti dalla vanitas delle ideologie, o nella splendida Trilogia dell’Egeo che, nel recupero di Un’idea della Grecia, vede emergere i grafici degli economisti e la ...massa grigia del Pil/ a cui molti barbari/ hanno inutilmente dedicato/ la linea stretta della propria storia.

 Sotto un profilo formale, la scelta ricorrente del vocativo “tu” (non a caso titolo di uno dei testi ) mira  di fatto a costruire uno spazio dialogico di riflessione, dove l’altro – donna, sguardo, libro, mare o vento – funge da specchio per un approfondimento delle reciproche interrelazioni, con un’ interrogazione, a volte stupita e sospesa, del cambiamento anche quando si ripresenta nella ricorsività della ripetizione (Quello che non capiamo//ricomincia sempre/come una ripetizione sconosciuta).

L’ottica fenomenologica e il clinamen ‘atomistico’ della scrittura poetica di Trucillo, già pienamente evidenti sin  dal suo più celebre poemetto Darwin,  si palesa, del resto, nella stessa scelta dei titoli (La chimica delle cellule, La struttura dell’aria, Il nostro genere) e nella voluta chiarezza del dettato. La scelta di un tono ‘medio’, talvolta diegetico (La madre di un barista greco chiacchierone/sposata a quindici anni per procura/al disdegnato macellaio), con un lessico che vede solo raramente l’inserto di  lemmi letterari, si coniuga con una alternanza prosodica di versi ipermetrici e brevi (ti ho vista ancora una volta navigare/dentro di me; e il futuro ci recita a memoria/ quanto la noia) cui è da aggiungere  una rilevante frequenza di settenari che conferiscono al libro una notevole musicalità lirica, immersiva, in una sospensione sonora che amplifica la tessitura della ricerca speculativa, quasi una mimesi dei codici materici – acqua ed aria – prescelti.

L’accoglienza pacata della transitorietà, lo sguardo lieve e fermamente sereno sulle metamorfosi di una ‘natura’ a tratti spinoziana, nel conferire un inconfondibile timbro elegiaco all’insieme dei testi, rivelano nel contempo una innata, e forse apparentemente inattuale, fiducia nelle parole, poggiate sull’identica struttura dell’aria della vita.

Quodlibet Editore, Macerata, 2007

 

 

testi

 

La punta dell’iceberg

 

Mentre ridevi

mi sembravi un miracolo,

ma in ogni genesi

la figura che affiora

è una scelta

di aria.

*

La tregua

 

Tutto ciò che sfocia

ma rimane sospeso nel’implicito

allenta i propri cardini

come una voce soffiata nel cristallo.

Così la vita

dà a ciò che impedisce di staccarci

dalle nostre inconsistenze

il timbro dolce di un arresto

che è una membrana in continuo aprirsi,

la stessa tregua di chi scende nell’inferno

per abbracciare di nuovo i vivi e i morti.

*

Il delfino

 

Il dorso vivo di un delfino

sussultava stanotte

nel mio letto.

Con la mia maschera

io lo guardavo

da sotto in su

nuotare

sul soffitto trasparente delle onde,

e intanto pensavo che i ricordi

di bambino

sono impastati alle immagini

dei nostri testimoni muti

ormai scomparsi,

con un tuffo nell’acqua buia

dove la notte azzurra di tutti

è una corrente.

*

I vecchi

 

Col battito ammassato della neve

i vecchi vivono

nel centro più sottile dell’umano,

e chi si occupa di loro

rasenta quel bordo trasparente

fitto di lacrime e indulgenza.

Tra te e l’altro,

con il suo antico orlo di ermellino

la solitudine non è mai qualunque,

così quando li prendo sottobraccio

capisco rallentando

cos’è l’evanescenza di un vaso Ming.

*

Prova di realtà

 

Certo che c’eri,

nuda e avvitata

sotto di me

quando l’amore è erba,

e cane,

e luce rossa di lanterna

sopra i gorghi di un’onda

sbalordita dai tuffi

in una doppia appartenenza.

E quando il simbolico è scomparso

insieme a tutto c’eri ancora,

come se il passaggio del vento

che solleva se stesso

fosse il mondo.

*

Per Ethel Rosenberg, presunta spia comunista

 

Un mese prima della sedia elettrica

scrisse ai suoi figli

di un grande merlo dalle ali rosse

piombato nel patio del penitenziario

a rubare le briciole che gettava ai passeri,

e di come la scia del suo splendore

le avesse fatto sentire sulla pelle

per un attimo lentissimo

il tepore irradiante dei loro abbracci.

Poi al fruscio di un piede sulla ghiaia

il merlo volò via

trascinando con sé le loro immagini

nell’impennata di tutto ciò che è luce,

e io ora mi domando

se quei passeri attorno a lei così famelici

non erano le strane idee per cui viviamo

e vortichiamo

fino alla morte

smarriti come briciole di pane.

 

 

Luigi Trucillo, nato a Napoli, è autore di sei libri di poesia: Navicelle, Cronopio, 1995; Carta mediterranea, Donzelli, 1997; Polveri, Cronopio, 1998; Le amorose, Quodlibet, 2004; Lezioni di tenebra, Cronopio, 2007 (premio Lorenzo Montano 2008); Darwin, Quodlibet, 2009 (premio Napoli 2009). Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Quello che ti dice il fuoco (Mondadori), che è stato tradotto in tedesco.

 

2 commenti su “Luigi Trucillo, Altre amorose

  1. cristiana fischer
    27/10/2019

    L’inconsistenza tattile dell’aria corrisponde alle aperture verso il profondo sotto e l’aereo sopra, altrettanto immaginali in trasparenze tra bianco e buio. Per questo le note improvvise di rosso sono inquietudine e tragedia.

    Piace a 1 persona

  2. ninoiacovella
    27/10/2019

    Testi splendidi. Trucillo è narratore e, come raramente accade, anche poeta di spessore.
    Grazia a Viola Amarelli per la sua proposta.
    Nino

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 27/10/2019 da in poesia, poesia italiana con tag .
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