perìgeion

un atto di poesia

Di sedie e poesie, per l’ultima volta

di Cupido cupid

Qualche anno fa ho usato l’allegoria della sedia per parlare di poesia.

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Nel pezzo di allora distinguevo fra sedie ben fatte, su cui ci si può sedere, e sedie mal fatte, che si possono apprezzare soltanto come sfida alle (o parodia delle) sedie ben fatte. Avevo ragione? Non lo so. 

Recentemente, un lettore di questo blog ha tentato un esperimento molto interessante. Ha preso una delle sedie qui in esposizione, creata da Patrizia Sardisco, l’ha fatta a pezzi e l’ha rimontata a caso. Riuscireste a distinguere la sedia dalla non-sedia?, ci ha stuzzicato. La somiglianza, almeno superficiale, era in effetti sorprendente. (Un po’ meno per chi avesse già svolto un simile esperimento in precedenza, come ci si aspetta da ogni buon costruttore di sedie, ma in ogni caso). 

Ho provato a rispondere al lettore che la sua non-sedia è in realtà una sedia legittima, se qualcuno decide di usarla come tale. Qualcuno potrebbe trovarla perfino comoda. La sedia, dopo tutto, è nelle chiappe di chi ci si siede. 

Sapevo che questa risposta non l’avrebbe soddisfatto. Non soddisfa neanche me: non solo contraddice quello che ho scritto con una certa supponenza nel mio pezzo di qualche anno fa, ma si espone a un’obiezione più che ovvia: dunque tutto fa brodo? qualsiasi cosa è una sedia? Se sì, allora niente lo è. Spunto ancor più interessante: Prova a prendere una sedia di Fortini e prova a sedertici dopo aver scambiato fra loro due pezzi: ti troverai col culo a terra. Questo vorrà pur dire qualcosa, no?  

Sì, vuol dire qualcosa. 

Vuol dire innanzitutto che l’allegoria poesia ≈ sedia è generalmente fallace, come tutte le allegorie. Questo è un problema mio, non del lettore. Nel mio amore per l’allegoria, dimentico spesso che essa è un sistema ottico a ridotta profondità di campo: dà risalto a un dettaglio ma sfuoca tutto il resto. Nota per me stesso: mai forzare un’allegoria oltre il suo specifico ambito di applicazione. E questo vale ovviamente anche per l’allegoria allegoria ≈ sistema ottico 

Una sedia risponde al bisogno di sedersi. La prima sedia del mondo non è nata perché qualcuno si è chiesto proviamo a mettere insieme qualche pezzo di legno, vediamo cosa viene fuori: è nata per sedersi più comodamente. Il bisogno preesiste alla sedia e non evolve dopo che la sedia è realizzata. 

Per la poesia vale tutto il contrario. La poesia non nasce in risposta a un bisogno. Un poeta non conosce in anticipo la poesia che scriverà. Scrivere una poesia è reinventare tutto daccapo; è dare alla luce una nuova definizione di poesia. Ogni buona poesia è per l’ennesima volta la prima poesia del mondo. 

Questa è anche la principale differenza fra l’arte e la scienza: la scienza descrive il mondo; l’arte produce nuovo mondo. Il metro di giudizio della scienza è l’esperimento; quello dell’arte è l’arte stessa. 

Popper direbbe che l’arte (e la poesia in particolare) non sono falsificabili. Una poesia non si può contraddire per via sperimentale come si fa con una teoria scientifica. Questo non significa affatto che la poesia sia “inferiore” alla scienza, che la sua “verità” sia “meno vera”: Popper viene spesso frainteso su questo punto; la falsificabilità non è assunta a criterio di valore, ma di scientificità. La stessa filosofia di Popper, per inciso, non è falsificabile. 

Ma l’idea è seducente. Se una poesia si potesse falsificare come una teoria scientifica, la nostra sensazione istintiva che un certo testo sia “più valido” di un altro acquisterebbe un senso oggettivo. Il nostro lettore, in totale buona fede, sta tentando proprio questo: di falsificare la poesia. Conosco l’urgenza. Ci ho provato io stesso molte volte. 

Il problema è che la poesia, e l’arte in generale, rispondono solo a sé stesse. Si fanno beffa di qualsiasi metro di giudizio esterno. Il fatto che la poesia di Sardisco fallisca il test Fortini non ci dice che Fortini è “migliore” di Sardisco (qualsiasi cosa significhi): ci dice semplicemente che la poesia di Sardisco non è una poesia di Fortini. 

Questo perché l’esperimento è arbitrario. Assume come misura di valore il fatto che le parole siano vincolate da una necessità reciproca. Qualcuno potrebbe, in modo altrettanto legittimo, dare valore alla duttilità sintattica, e rigettare le poesie in cui basta cambiare una parola per mandare tutto a catafascio. In questo caso sarebbe Fortini a fallire il test Sardisco.  

Poiché la poesia non è sottomessa al mondo, non esiste un esperimento privilegiato per testarla. Tutti gli esperimenti possibili sono equivalenti e tutti mancano il punto fondamentale. 

È nichilismo, il mio? Non credo. Anche in poesia esiste un valore “oggettivo”, più vago e cangiante di quello scientifico, che deriva dalla confluenza di tutti i molteplici valori soggettivi. Il valore “oggettivo” di Fortini non si può misurare, ma si percepisce nettamente nella risonanza che la sua poesia ha prodotto in miriadi di lettori nel corso del tempo. In quest’ottica, il contributo di chi legge è determinante: il merito di una poesia non preesiste ad essa, ma si genera nel suo essere letta ed entrare a far parte del sostrato comune che chiamiamo cultura. 

Ed è per questo che d’ora in poi smetterò di parlare di sedie. 

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Mi perdonino i critici di professione s’ardisco attaccare con le armi del dilettante i loro fortini.

Resta una domanda: la poesia di Sardisco avrà la stessa sorte di quella di Fortini? Forse sì, forse no. È difficile fare una previsione. Il grado in cui la poesia di un certo autore effonde in una certa cultura, ovvero la “profondità di mondo” che tale poesia riesce a creare, dipendono da molti fattori. Non ultimo il caso.  

Si può anche dire, con ottimi argomenti, che nella storia della cultura Fortini è più rilevante di Sardisco (almeno per ora), e che Montale è più rilevante di Fortini, e Leopardi più di Montale, e Dante più di Leopardi. Ma impariamo qualcosa da questa classifica? Dire Tizio è meglio di Caio ci aiuta a capire e ad apprezzare più a fondo il mondo poetico di Tizio e di Caio? Credo proprio di no. 

È utile, di contro, proporre esperimenti come quello del nostro lettore: purché li si usi come strumento di indagine e non di valutazione. 

È impossibile falsificare la poesia. Ciò che possiamo fare è leggerla, amarla, analizzarla, discuterla, criticarla e perfino odiarla, ma nella serena consapevolezza che dopo ogni nuovo verso c’è sempre un po’ di mondo in più, mai di meno. 

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8 commenti su “Di sedie e poesie, per l’ultima volta

  1. ninoiacovella
    28/11/2019

    Chapeau. Pezzo strepitoso di Cupido.
    Con alcuni passaggi memorabili di pastiche semantico – significante:”Mi perdonino i critici di professione s’ardisco attaccare con le armi del dilettante i loro fortini.”

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  2. Roberto R. Corsi
    29/11/2019

    Ottimo articolo, Guido.

    Non bisogna temere di essere culturalmente relativisti; in un’epoca in cui l’aggettivo viene condannato in nome di chiamate a schieramenti vari, a me il relativismo (culturale e soprattutto attento in ogni caso ai limiti del lecito e della libertà altrui, ovviamente) pare un irrinunciabile presidio di democrazia.

    Io di solito cito e applico alla poesia quanto disse Luciano Berio, che in un’intervista sulla musica edita da Mondadori disse che per lui “musica è tutto ciò che ascolto quando mi dispongo ad ascoltare musica”.
    Come recensore, cerco ciò che mi acchiappa in centomila argomenti e stilemi.
    Forse così accantono la funzione lato sensu “militante” della critica, quella cioè che occupandosi dei viventi (critica militante stricto sensu, contrapposta alla critica accademica), vuole “dettare una linea” che sia tematica o anche stilistica.
    In realtà io detto la linea dell’assenza di linee, alla Nicanor Parra (“Giovani, scrivete quello che volete” etc.).
    Dichiarare che il concetto di poesia deriva semplicemente dalla sua qualificazione come poesia comporta il benefico onere di confrontarmi con più materia poetica possibile senza scartarla a priori con un apodittico «Non è poesia» (come vedo spesso fare in troppe sedi).
    Su tale “brodo primordiale” interviene il mio narcisismo di lettura (ineliminabile per tutti noi, Proust docet), ch’è quello che ci fa scattare il recettore.
    Di sicuro una cosa che andrebbe studiata (o “dichiarata” al momento di scrivere) è proprio la condizione psicologica del recensore. Recensore, come ti butta? il conto in banca è in verde? Fai sesso, e oltre la modica quantità? Sul lavoro ti trattano bene?
    Scherzo, ma non troppo.

    Ovviamente ci sono molti altri modelli di ricostruzione di cosa sia poesia e cosa non lo sia, primo tra tutti quello del principio di autorità/effettività: è poesia ciò che viene proposto editorialmente come poesia. Con differenti gradi di autorevolezza in base al medium editoriale.
    Tutti conosciamo le distorsioni di questa proposizione, ma disconoscerla del tutto mi sembra paragonabile all’atteggiamento di chi contesta le sentenze perché i giudici, si sa, etc. etc.
    Hic editores, hic salta.

    Comunque la si pensi, è proprio questa tensione tra relativismo e bisogno di legittimazione il più possibile autorevole che determina le schizofrenie del nostro mondo, con varie declinazioni e gradazioni in ciascun soggetto, primo tra tutti lo scrivente.
    Un chiasmo importante, secondo me, lo ha individuato Ben Lerner in Odiare la poesia (Sellerio), quando sostiene che la prima cosa che si chiede, una volta fatta la conoscenza con un poeta, è se sia pubblicato. Sembra che a legittimare la condizione di poeta nella testa della gente sia necessaria e sufficiente la pubblicazione (e cartacea, e anche qui andrebbe aperta una lunga parentesi). Ciò, oltre a dar luogo ad altre distorsioni che ‘l tacere è bello, soffia forte sulla brace del bisogno di legittimazione autorevole (della persona, prima ancora che del poeta) e rende futile il pur nobile resistere alla gran ruota panoramica industriale-sociale.

    R.

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    • guidoq
      29/11/2019

      Ti ringrazio per questi spunti, che meriterebbero un articolo a sé!

      Mi riconosco nella frase di Berio come nell’antipoesia di Parra. Il relativismo va preso con le pinze, ma in questo caso lo trovo giustificato. Fra le tante cose, mi premeva mettere a fuoco una consapevolezza che ho conquistato solo di recente: le classifiche degli artisti sono di poca o nulla utilità per chi voglia davvero comprendere e apprezzare l’arte. Quando un critico dice che Tizio è meglio di Caio sta parlando di sé, più che di Tizio o di Caio. Il che non è per forza un male, purché l’operazione sia intesa per quello che è.

      Il principio di autorità/effettività è in effetti quanto di più vicino all’oggettività scientifica si possa dare in letteratura. Ma non è lo stesso tipo di oggettività. Trovo che questo bisogno di dare a tutti i costi “scientificità” alle proprie affermazioni sia un frutto marcio di questa stagione storica: e lo dico in primo luogo da scienziato. Per me la critica letteraria dovrebbe rimanere orgogliosamente non scientifica. Il critico dovrebbe tornare a dire “mi piace” e “non mi piace” senza vergogna: se espresso da una persona che ha dedicato la vita a raffinare il proprio gusto, un “mi piace” motivato può far scoprire al lettore casuale il valore segreto di un’opera, molto più che cento pagine di dissertazioni erudite. Questo dovrebbe fare il recensore: coltivare continuamente il proprio gusto.

      E fare sesso di frequente, ovvio. 😉

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  3. Massimiliano
    29/11/2019

    Ma qui ( nel discorso, da cui nasce questo articolo, che in parte rappresenta una risposta e un proseguimento dell’articolo precedente, e di cui ringrazio ) continua a non esserci nessun relativismo secondo me, anzi, c’è un assoluto: sembra proprio andar bene tutto. A me sembra proprio di toccare con mano l’incapacità di sostenere dei testi qualora qualcuno ne sollevasse, col pieno diritto di farlo direi, la loro irriconoscibilità rispetto ad altri fin troppo simili e ricombinati per scherzo ( molto serio.)

    Riguardo alla pubblicazione: certo, sancisce certamente uno status, necessario direi, del tutto simile a quello che permise di far diventare arte un orinatoio perché dentro una galleria: operazione imprescindibile e necessaria, rivoluzionaria; ma davvero oggi ci basta ancora questo? Ci basta per assumere su di sé il senso di colpa e tacere davanti a un oggetto che se è lì, qualcosa vorrà pur dire cazzo! ma cosa?

    Siamo ancora a questo gioco? A questo scambio di segni? Sotto questo vecchio ricatto?

    Per esempio lei, Cupido, in tutta onestà, avanti, se avesse trovato sul seggiolino di un autobus una carpetta con al suo interno trenta poesie ( in realtà mie ricombinazioni) avrebbe o no riconosciuto un autore dietro ad essi? e dicendo sì e avesse scoperto dopo che ogni testo è stato composto in totale assenza di un pensiero di qualunque tipo, applicando solo una regola: un testo ogni 60 secondi, quindi 30 minuti per una silloge di trenta testi ( facciamo 60 via! ), davvero in tutta onestà direbbe che “D’accordo, sì, ma questo non è prova di nulla, se non che le sue ricombinazioni sono poesie soltanto diverse da quelle invece fatte e pensate dal poeta da cui le ha tratte” Significherebbe solo e soltanto questo? E basta? Nessun altro dubbio? E voi che leggete? L’accendiamo?

    Inoltre, la pubblicazione, fa sì che esistano fenomeni come Giò Evan, definito poeta. Alla Rai hanno fatto un servizio su di lui. Anni fa facevano le gare tra poeti, invitavano la Rosselli contro Zeichen, alla Rai. Amelia Rosselli. Oggi c’è Gio Evan.

    La terra senza te /
    è solo rra /
    e la parola rra /
    da noi /
    non significa niente. //

    Notevole no? E lui pubblica e vende che nemmeno immaginate. Lo possiamo trovare nella sezione poesia nelle librerie vicino a Paul Celan. Anche questo è un effetto dell’incapacità della critica di porre differenze. Alla faccia del relativismo. I critici? Sì certo. Loro. Questo è un problema ormai che sfocia nell’anoressia morale. Nella vergogna. Gio Evan è un poeta. Cazzo, ma chiamatelo con un altro nome. Se dopo aver letto lo difendete, cioè dite che anche lui sì, è un poeta, cioè può far parte di quella stessa sfera in cui non abbiamo dubbi che Celan abbia diritto di stare, bene allora sappiate che la colpa è anche vostra, e che siete complici di questo sistema drammaticamente aperto, squarciato, dove, lo ripeto, i segni sono oscenamente equivalenti, profondamente interscambiabili.

    Quindi non sono affatto d’accordo ( se ho poi ben capito l’intervento) con Roberto Corsi:
    “Dichiarare che il concetto di poesia deriva semplicemente dalla sua qualificazione come poesia comporta il benefico onere di confrontarmi con più materia poetica possibile senza scartarla a priori con un apodittico «Non è poesia»”:

    Suona come la galleria per l’orinatoio di M.D. o che per il solo fatto che Evan è edito e vende probabilmente più di tutti i poeti editi in sei blog letterari messi insieme, basterebbe questo per prenderlo in considerazione? O detto in altro modo: sarebbe a dire che basta, in potenza, che io scriva una qualunque cosa che non sarà quanto scrivo ma la mia dichiarazione a priori ( pubblicazione, contesto, dichiarazione etc) che la metterebbe nelle condizioni di leggere un testo con il selettore puntato alla voce ” sto leggendo una poesia “? Quindi, per assurdo, se le portassi una poesia che a lei risultasse “splendida” ma le dicessi, io che sono l’autore, che questa “non è affatto una poesia”, allora automaticamente lei cesserebbe di vederla come tale, e non solo non le dovrebbe più piacere, ma sotto i suoi occhi il testo sarebbe portatore di un linguaggio in molti punti privo di senso, poco chiaro, opaco, e inspiegabilmente impaginato in modo anomalo?

    No, non può essere così.

    Ora, in stretta attinenza all’argomento POESIA DI RICERCA, vi vorrei far partecipi di un mio sogno erotico, che qualche buon imprenditore potrebbe trasformare in un reality: datemi dieci critici preparatissimi, dieci. Senza internet, carta e penna, ognuno in un piccolo box. Proporrei a tutti gli stessi dieci testi, di poesie di ricerca ( annichilimento dell’io, utilizzo di linguaggio tecnico specialistico, lingue morte miste a lingue vive, pressoché totale assenza di narrazione e di pronomi personali, frasi che non tentino una rappresentazione logica del mondo se non in determinati punti di snodo, aggiunta sapiente e sporadica di criteri scientifici, formule chimiche, gerghi, citazioni filosofiche, insomma tutto il pacchetto) alcuni scritti appositamente da poeti di ricerca veri e propri e già editi, altri totalmente riprodotti in laboratorio coi più svariati metodi, impiegando per ogni testo “inventato” diciamo non più di 180 secondi. Bene, vi garantisco che ne vedreste delle belle. E qualcuno si farebbe molto, ma molto molto male. E io credo si farebbe male non tanto perché “non capisce” di poesia di ricerca, ma perché molta poesia di ricerca, almeno quella in cui mi sono per lo più imbattuto, per me, per il mio gusto, per ciò che cerco e sento e riconosco, il Re è nudo.

    Chi se la sentirebbe di giocare? 🙂

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    • Giorgio Galli
      30/11/2019

      In antico, caro Massimiliano, a determinare cosa fosse poesia non era il valore letterario, ma il rispetto di una serie di norme metriche e retoriche considerate vincolanti e indispensabili. Il giudizio di valore veniva dopo. Oggi che quelle norme sono meno vincolanti -ma non scomparse- io mi permetto di considerare poesia quella che è scritta con seria intenzione letteraria, definizione nella quale a mio avviso rientra Sardisco mentre Evan no, per motivi così evidenti che ritengo superfluo approfondire.
      Mi corre l’obbligo, anche, di una domanda: dato che cita Celan, considera il senso letterale delle sue poesie immediatamente intelligibile? È sicuro che i versi di Todesfuge non si possano ricombinare in qualche modo ottenendo un prodotto che all’occhio inesperto potrebbe apparire equivalente? E chi decide quando una poesia di ricerca è di vera o falsa ricerca, e con quali criteri?

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      • Massimiliano
        30/11/2019

        Sig. Galli buongiorno. E’ proprio questo il punto , che a quanto pare non è più possibile avere un confronto, un paradigma, e che ognuno è libero di sputare catarro su una lamiera e dire questa è pittura etc e allora l’unica mia arma è portare, coi miei modi, grezzi, i nodi al famosissimo pettine. Richiedere, scherzosamente, a chi dice di intendersene e chi dice di creare, un minimo di responsabilità e di chiarimento per chi non possiede la sua sensibilità.

        Non creda che non apprezzi o che mi sia ignota l’esigenza di scrollarsi di dosso, per esempio, tutto quanto ci porta ad aderire, in un modo o nell’altro, che le cose vengono dal nulla e vanno nel nulla. Ovvero quanto già Leopardi sosteneva. Non mi riferisco qui al come, ma proprio al cosa. Al grande soggetto. Al contenuto. A una impostazione filosofica che sia oltre quella Nichilista. Credo che gran parte della poesia di ricerca nasca dalla nausea, dall’allergia per un certo grado di descrizione figurativa e di aderenza al decadentismo sentimentale, alla narrazione biografica, così come in pittura, sistematicamente, sono salite sulla scena dei modi di stendere il colore atti a liberarsi dalla pittura ottocentesca, non so, ad esempio il Divisionismo, per dirne una, e non certo la più radicale.

        Capisco che a molti poeti ciò che possa dare fastidio è proprio questa funzione a specchio, che certa poesia lirica in un qualche modo innesca e senza la quale non funzionerebbe. Una sorta di patto di intesa tra il poeta e il lettore. Il poeta patisce e dà ( deve dare ) per scontato non solo che interessi il suo dolore intimo, la sua angoscia, ma che la sua esperienza funga da specchio una volta distesa sulla carta. Guardando da una certa distanza, il poeta di ricerca, che in un qualche modo ambirebbe a uno status, mi corregga, più scientifico, io credo che volendo superare appunto tale struttura che sa di muffa, senta quanto meno la necessità di uscire dal puro contenuto emotivo, che per un lirico, invece, rappresenta il nucleo centrale. La sua fiamma e al contempo, io credo, anche il suo limite.

        Quando frequentavo da esterno l’accademia di belle arti, erano vietate, nelle ore di pittura, sottolineo di pittura, parole/concetti come emozione e sentimento. Le opere prendevano la deriva di oggetti clinici. La così detta arte concettuale. Il primo vantaggio che l’arte concettuale sembrò concedermi, fu che con un solo colpo di spugna, mi liberò “dall’espressione del dolore personale” e per la prima volta potei vederlo come parte di un tutto, non come il tutto. Ma cosa vuole mai. Alla fine uno ritorna sempre dove si riconosce. Negli anni dico. Un po’ come Lendl, incapace di giocare sull’erba di Wimbledon, decise durante una finale con Becker di abbandonare i suoi propositi di un gioco veloce a cui non era capace, e di riprendere a giocare come sapeva fare sulla terra battuta.

        Un uomo del genere sapeva benissimo che così facendo avrebbe perso la partita, ma se una possibilità gli era data di vincere, questa risiedeva nella scelta di giocare come sapeva giocare. Così io – ben lontano anche solo di essere paragonato a un Lendl per carità – ho scelto testi e pittura e arte il cui messaggio riguardi l’uomo non il messaggio in sé stesso. Tifo dunque per una poesia leggibile diciamo, che parla all’uomo e dell’uomo, opto per una pittura figurativa e non astratta per i medesimi motivi ( ovviamente esistono per me eccezioni, che so Tapies, Burri, e Rothko.)

        So bene che esistono entrambe le linee e di entrambe vedo dei limiti. Ma nella poesia di ricerca ne vedo di peggiori e di nettamente più insidiosi; e il più grave è il suo altissimo grado di misticismo appunto, sì, proprio di mistica, e la mistica è indiscutibile prece riguarda la Fede. Per assurdo, almeno certa poesia di ricerca, che vorrebbe mostrare una sorta di scientificità non fa che diventare necessariamente oscura, come un rito magico occulto, comprensibile, forse, e dico forse, a un circolo di adepti a cui piace molto secondo me sentirsi parte di un sistema chiuso e credersi capaci di godere di chissà privilegi perché in possesso delle chiavi di lettura che ad altri sono precluse.

        Voglio vedere queste chiavi. Tutto qui. Che qualcuno me le mostri, non sto chiedendo in fondo altro.

        E’ proprio in questo punto che io intervengo. Consapevole che il linguaggio possa parlare di tutto e che sia possibile scrivere un trattato anche solo sul segnale orario, io intervengo laddove viene difesa un’autonomia e una riconoscibilità dove voglio, col mio gioco, dar prova invece non possa esistere. Lei giocherebbe al mio gioco, con in palio un milione di euro, più con il riconoscere dei “falsi” di Fortini, o dei “falsi” di Micaletto?

        PS
        riguardo al falso in arte altroché se è possibile. Uno su tutti, e che a questo tema può essere accostato è il seguente: quando scoprirono, 30 anni fa, delle sculture di Modigliani sulle quali Argan,il critico, ( su i cui testi studiavo) scrisse righe di elogio, trovandosi poi nelle pesche quando saltarono fuori gli autori dello scherzo e il terreno a quel punto cedette. Voglio dire forse dire Modigliani è un coglione? No, assolutamente. Ma che falsificare la Pietà di Michelangelo sia un po’ più difficile posso dirlo? Io dico di sì ed è per questo che se lei scegliesse di giocare al mio gioco sceglierebbe un poeta la cui leggibilità è massima, non altamente falsificabile.
        Ho scaricato il peso della mia posizione per agevolarla. Ci stia e mi risponda, se crede.

        Riguardo a “Fuga di morte”, ma poi chiudo, credo abbia scelto la poesia più figurativa e meno siderale di Celan. Per accorgersi della sua architettura, quanto meno fonetica, basti ascoltare la traccia audio che ne fa lui: serrata, percussiva, durissima, ipnotica, senza scampo.
        E comunque se anche forse una o due parole, nella traduzione italiana, sarebbe forse possibile cambiare, non so, aspetti… ce l’ho sotto gli occhi, ( Sabbia delle Urne, Einaudi, 2016): dunque…vediamo l’inizio:

        LATTE NERO DELL’ALBA, lo beviamo di sera/
        lo beviamo a mezzodì e al mattino o beviamo di notte/
        beviamo e beviamo/
        scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti/
        Vive un uomo nella casa lui gioca coi serpi li scrive/
        scrivani Germania all’imbrunire i tuoi capelli
        d’oro Margarete/
        lo scrive ed esce fuori e brillano le stelle fischia/
        ai suoi mastini qua/
        fischia ai suoi ebrei fuori fa scavare una tomba per terra/
        ci comanda suonare ora si balla/…

        No, guardi sig. Giorgio, con tutta la buona volontà, pensavo di sì, davvero, forse un sinonimo, forse, mezzogiorno invece di mezzodì, ma nemmeno,
        no qui non si può cambiare molto direi, lei riesce? E le ricordo che quella della Sardisco è ricombinata di sana pianta, tutta, e nella sua lingua madre
        senza nemmeno la scusante della traduzione. Ma le dirò di più, che posso prendere dei brani di sue poesie diverse e farne delle altre, proprio delle nuove sa.
        Se accetta almeno questo, allora posso considerare di non aver scritto del tutto a vuoto.

        Grazie ancora della sua attenzione.

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  4. Roberto R. Corsi
    30/11/2019

    buongiorno a tutti,

    intanto chiarisco la quaestio del primo commento di Massimiliano: nessuna censura, era semplicemente finito nella coda di spam in base ai semi-sondabili criteri di WordPress. L’ho approvato in tempo reale e mi sono permesso a quel punto di togliere duplicati e commenti funzionali alla sparizione (che ora è sparita).
    Scusate ma a mezzanotte dormivo davanti a un thriller islandese (poco thriller, se dormivo).

    Poi rispondo per parte mia alla chiamata in causa di Massimiliano:

    dalle risposte, qui e anche su facebook dove avevo rilanciato l’articolo, mi rendo conto che mi rimproverate più o meno implicitamente di essere il buttadentro di tutto.

    Può essere, ma forse non si è colto il mio atteggiamento.
    Io mi sento pienamente in diritto sulla base di alcuni miei criteri/recettori, di fare selezione e – per così dire – curare la mia personale antologia di poesie (raccolte, poeti) da salvare dall’oblio. Lo faccio continuativamente, se mi è consentita l’automarchetta, su https://ammirazioni.wordpress.com, dove ho trascritto le poesie di quasi trecento poete e poeti.

    Ci sono tanti criteri concorrenti e più o meno validi: per citarne alcuni validi o comunque meritevoli di attenta considerazione, quello della “difficoltà” (sintetizzando molto, Castiglione); quello dell’arricchimento o complicazione meta-discorsiva (Milleri e Inglese); non ultimo, quello dello schema metrico necessario che ha molti più seguaci di quanto si creda, sia dal lato autore (Simonelli, per dirne uno bravo) che dal lato critico o anche editore (cfr. per es. la linea editoriale di Passigli, ancora fortemente incardinata sulla metrica, stesso dicasi per una casa editrice giovane e virtuosa quale Le Mezzelane).
    Aggiungerei un atteggiamento (forse troppo) diffuso per cui poesia è “togliere” anziché “aumentare”, dire le cose in poco spazio etc.

    Personalmente (ancora d’apres Proust, se non ricordo male chez Swann) ho bisogno di un aspetto contenutistico – osservazione e gnome, verità astratta – meglio ancora se ci si sposta dall’io al noi – e di una certa musicalità o coerenza, non necessariamente perfettamente metrica.

    Il punto è che ciascuna di queste cartine di tornasole lascia fuori autori conclamati: per limitarci alla funzione di integrazione linguistica, la poesia narrativa nord e sudamericana, da Carver a Jaime Jaramillo Escobar, per fare solo i primi due nomi che mi vengono in mente.
    Parallelamente e in parte qua specularmente, la stretta aderenza metrica o rimaria taglia fuori almeno un 60% degli autori dal novecento in su.

    Ecco, quello che mi arrogo il diritto di “non fare” è liquidare con un “non è poesia” a priori tutto ciò che bussa alla porta della poesia. Perché, credetemi, è passato troppo sangue sotto i ponti (ancora Parra) e, aggiungerei, vedo troppa errata supponenza in giro, anche in celebrati ambienti accademici, non solo nelle adorabili baruffe da blog.

    Mi viene il sospetto che il mio relativismo, e alla fine le nostre differenze, siano divisi da una questione formale (o di disposizione d’animo), similmente a questo esempio: uno vede un portiere che gioca in serie A, ecco che si fa passare la palla sotto le gambe, la volta dopo esce a farfalle, e allora lo spettatore dice “non è un portiere!” “è un portiere d’albergo”! Io invece dico “è un portiere che gioca male”. Non gli nego mai la portieraggine.
    Anziché “non è un poeta”, “non scrive poesie che soddisfano il mio senso critico”.
    Dopodiché la selezione, non so quanto poeto-filattica, la opero eccome.
    Sembrerebbe un problema di etichette (e forse di fair play), non tanto operativo.
    Ma di sicuro un vantaggio lo presenta: fa fuori, sgombra il campo da ogni possibile autoassoluzione per il non occuparmi di alcune poesie/raccolte/filoni. Cosa pericolosa, soprattutto al mezzo secolo cui mi approssimo, perché sclerotizza le capacità di giudizio e di interpretare i cambiamenti del mondo.

    Gioco a tutto quello che volete, sia perché la mia legittimazione critica è pari a zero (ho troppo rispetto per chi studia molto e in un percorso lineare per definirmi “critico”: preferisco “recensore” o “annotatore”), sia soprattutto perché, per la mia concezione, l’autore non ha alcun potere di negare natura poetica a quella che definisce poesia, una volta che la ha presentata come tale. Il giudizio diviene un giudizio di risultato in capo al recensore. Al quale si può ordire uno scherzo e del quale si può ridere (ripeto: quando abbandono il locale, già lo fanno), ma alla fine si corre il rischio di disconoscere un esito involontariamente buono.

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  5. Massimiliano
    30/11/2019

    Grazie, ora mi è chiaro l’approccio.
    E grazie per aver diradato le nebbie.
    Dei nomi che ha fatto conosco solo Castiglione.
    Vado a leggermi questo suo wordpress
    con le poesie che le sono piaciute.
    Saluti.

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Questa voce è stata pubblicata il 28/11/2019 da in poesia, saggi con tag , , , , , , , .
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