perìgeion

un atto di poesia

Sergio Pasquandrea, Sono un deserto

pasq

a cura di Roberto R. Corsi

Confrontandomi con Sono un deserto, l’ultima raccolta di Sergio Pasquandrea edita da LietoColle, mi sono trovato di fronte a una doppia, piacevole difficoltà: la necessità di sgombrare il mio giudizio dalla profonda empatia che ho trovato con la parabola poetica dell’Autore, assaporata anche nelle prove precedenti; in più qualche ansia reverenziale nel dover scrivere – lo scrivo senza piaggeria – di un vero umanista, poeta di enorme preparazione e cultura, versato in pressoché tutte le arti e – come rileva Stefano Guglielmin nella prefazione a un ciclo più risalente – attentissimo al dettaglio, «pieno di particolari messi in sequenza».
La profonda empatia deriva dal riconoscere come anche mio (si parva licet) il suo percorso, il suo snodarsi dall’entusiasmo a un progressivo raffreddamento, dovuto certo al passaggio del tempo ma anche, in molta parte, al disincanto verso una certa concezione della poesia e del compito del poeta.
Per la conduzione dell’analisi tecnica e critica, invece, posso giovarmi da qualche giorno dell’ap-porto sicuro di Davide Castiglione – ancora più prezioso in quanto comprensivo di una risposta dello stesso Pasquandrea – e a tale pagina senz’altro rinviarvi.

Con una discreta soluzione di continuità anche con la prova più affine (Un posto per la buona stagione, Qudulibri, 2016), qui la stanchezza del poeta ne distende il passo e ne rende più pervie le costruzioni rispetto al passato: Antonio Lillo scrive di un «percorso (…) verso la trasparenza» indicando Sono un deserto come la «prova più accessibile» dell’A.
Va detto che il poeta, pur teso all’introspezione, non rinuncia a donarci un libro in movimento dall’io al noi: del resto Sono un deserto, grazie al bisenso di prima e terza persona, può ben indicare un prosciugamento individuale ma anche globale, dei tempi, delle coscienze. Per saggiare il quale, dalla prima parte – più individuale – si può viaggiare verso una sezione, Battigia, lungo la quale il mo(vi)mento epocale della migrazione si riverbera nella coscienza poetica e persino nel quotidiano familiare, rendendo programmaticamente evidente il senso forte dell’esergo di Brecht: la parola innocente è stolta.
Curioso, poi, quell’involontario cleuasmo à rebours per cui, a una poesia che trovo politica e forte (Vent’anni), segue, molte pagine più in là, una declaratoria di inadeguatezza a scrivere poesie politiche (Ars impoetica).
L’introspezione, dicevamo: attraversa tutto il libro – pur eterogeneo, comprendendo sezioni dialettali (Compagni) o composte anni prima (Le cose e gli animali) – un cupio dissolvi che volta per volta assume portata personale o poetica, e si esprime con diversi gradi di violenza («svanire», addirittura «vaporizzarmi», cancellare i versi oppure «piantarla lì» e portare i figli all’aria aperta). Del resto non solo l’Eliot in esergo, ma anche l’Ecclesiaste, Pessoa e… Edipo, tra i molti, ci avvertono che la via della conoscenza apporta dolore, condanna, anelito all’autodistruzione: Cansa ser, sentir dói, pensar destrui.
Infine, la maggiore accessibilità indicata da Lillo non va presa affatto per abdicazione alla vivificazione del dato culturale (che forse, per Pasquandrea, è il compito del poeta cui accennavamo), come la variazione Schubertiana del titolo Herbstreise – si tratta di un libro, nel complesso, marcatamente autunnale – quella Bergmaniana de Il posto delle betulle; i richiami a Shakespeare, Cicerone, Saba; e gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
Si tratta, a mio giudizio, di una prova di livello elevato. Cui seguirà forse un Tacet diuturno oppure una Pausa: ho fiducia che, per citare un anonimo empatico coevo, Pasquandrea riassaporerà presto la futilità dello sforzo di sottrarsi alla propria scrittura, nei tempi da essa stessa dettati.

***

Herbstreise

Ormai è autunno. Anche se c’è il sole
si sente dall’attrito sulla pelle.
Non odio più l’autunno. L’aria qui
è trasparente. Sei così sottile
anche tu ormai. Ho appena cancellato
dei versi. Ad ogni modo non potrei
mai e poi mai raggiungerti. Si fanno
sempre più impalpabili le parole.
Ho quasi dimenticato il tuo volto.
Preferisco svanire poco a poco.

*

L’inaccessibilità del noumeno

Sul mio libro di filosofia al liceo
un Reale-Antiseri dalle pagine lucide
c’erano ritratti a piena pagina dei grandi pensatori
a ognuno aggiungevamo fumetti
ricordo in particolare un Husserl bilioso
dietro le ciglia gli occhiali la barba
gli avevo escogitato un “cazzo guardi?”
che aveva fatto molto ridere
non l’avevamo studiato comunque
né lui né nessun altro se è per questo
le ore di filosofia si passavano a leggere fumetti
e a studiare solfeggio non certo le Ricerche logiche
c’erano tutto intorno enormi spazi vuoti da istoriare
dove i fenomeni si mostravano in tutto il loro splendore
nei culi che disegnavano curve perfette sulle sedie
e tutto per un breve istante tutto
sembrava davvero a portata di mano.

*

Vent’anni

Una volta risposi: perché
sono di sinistra.
Mi sembrò una bella risposta
anche se non ricordo la domanda
sono sicuro che volesse dire qualcosa
allora
volesse dire colori
volesse dire fratelli
volesse dire: uomini.

Sono anche sicuro che volesse dire:
il Male
non è uguale al Bene
una testa alta non è superbia
le mani non si comprano.

E poi voleva dire avere vent’anni
sentirsi il petto pieno di muscoli
e non riuscire a credere che in così
poco tempo
così tanta bellezza potesse morire.

*

Pausa

Con quale coscienza – mi chiedo
mentre ascolto i borborigmi della casa
che al mattino stenta a risvegliarsi –
con quale coscienza lamentarsi
per una cicatrice non richiusa
e una peristalsi non impeccabile
con quale diritto vivere
con quale arroganza respirare?

*

Esercizio spirituale

Comincia a contare: uno due
tre quattro cinque sei
sette otto – sempre avanti fino
a settecento. Due numeri al minuto
ci vogliono cinque minuti
o poco più. Adesso pensa
per ognuno di quei numeri
una vita il paradiso amniotico
le coliche gassose le ginocchia
sbucciate il pane dell’altroieri
la sabbia e il sale
e l’acqua pesante sugli occhi.
Ripeti – e ripeti ancora
finché reggono il cuore
e lo stomaco.

*

L’innocenza

Anche noi una volta
come lucertole strisciavamo
a pelo dell’acqua sporca
schiacciavamo la testa ai gechi
senza il minimo rimorso.

*

Il male

Una sola volta ho guardato negli occhi una capra.
Nel giallo dell’iride la pupilla era un tratto nero orizzontale.
Nella gabbia accanto uno struzzo agitava le piume sudicie
e mostrava l’ingresso tondo e buio dell’esofago.
Un enorme maiale ronfava
immerso nel fango e nella puzza.

Bisogna perdonare alle cose e agli animali – pensavo.
Ma per gli uomini no – non c’è perdono.

__________

[Sergio Pasquandrea, Sono un deserto, Faloppio CO: Lietocolle, 2019, pp. 75, EAN 9788893821353]

Informazioni su Roberto R. Corsi

Nato circa mezzo secolo fa, vivo tra Firenze e la Versilia. La mia raccolta a stampa più recente è intitolata "Cinquantaseicozze" (Italic, 2015). Miei scritti letterari e critici sono comparsi in antologie, libri d'arte, riviste cartacee, portali web. Dal febbraio 2016 sono conredattore del blog collettivo Perìgeion. Oltre ai recapiti della mia pagina gravatar, mi trovi come @rrcorsi su Instagram / Telegram / Medium

2 commenti su “Sergio Pasquandrea, Sono un deserto

  1. poetella
    10/12/2019

    Sempre notevole.

    "Mi piace"

  2. Massimiliano
    11/12/2019

    Queste poesie per me sono disarmanti, per tanti motivi. In un qualche modo fanno quanto avrei voluto fare io, senza sapere che lo volevo fare. Il che è una cosa dolorosa.
    Quanto sono indietro, quanto sono immaturo. Pazienza.

    Sono poesie molto belle, dove Fortini l’ho avvertito subito e anche Brecht.
    Quella secchezza lì. Quell’aridità compressa. Quel fermasi in tempo.
    Ci sono le loro lezioni apprese, assorbite e restituite in modo del tutto autonomo.
    C’è un uomo in questi versi. Altroché.

    Altrettanto alto trovo il livello dell’articolo a cui il sig. Corsi rimanda, redatto dal poeta D. Castiglione. Con parole e concetti chiarissimi, delinea un percorso poetico in modo così pragmatico e allo stesso tempo così sottile e partecipato, con così tanta delicatezza e fermezza… utile come un manuale di pittura. Utile anche per i rimandi a cui fa riferimento, molto precisi.
    Che bello vedere così in profondità. Soprattutto quando indica il limite che lui ravvisa in questi testi nei quali per altro si riflette. O meglio il pericolo, che mi trova, in linea generale, concorde. Mi spiego:
    C’è un riferimento al lavoro di Mazzoni, i cui due libri che ho letto trovo straordinari. Ma blindati. In un certo modo ciechi. Fin quasi a toccare, per me, una forma di ottusità che testo dopo testo, mi ha costretto a sospenderne la lettura continua, per non trovarmi irrigidito, imbalsamato da un’insistenza al nulla, come un bisogno organico di non vedere nient’altro.
    Come per assurdo, un istinto di sopravvivenza. In fondo, perché no?, forse, il nulla è pur sempre una certezza, un riparo, un luogo.

    Come si fa a dire che è nulla questo essere qui? Cioè lo so, ed è semplice. Molto semplice. Le cose divengono e quindi, divenendo, cioè andando nel nulla, noi viviamo l’essere come nulla. Questo è l’assunto sul quale la poesia lirica, secondo me, da Leopardi ad oggi, si fonda.

    E qui, nell’articolo di Castiglione, accade una cosa per me rarissima: si accenna alla possibilità di uscita da questo stato, un suggerimento, un’indicazione, un atteggiamento. Per esempio, ricorrendo a una sorta di invenzione di una alterità, di un farsi contaminare oltre la soglia in cui l’io scrivente, sentendosi esausto, invece di persistere, si lasci bucare, direi sedurre, qui si parla di SORPRENDERE.
    Cito: “…perché la negatività sembra tanto eticamente quanto esteticamente preferibile al compromesso, alla sorpresa dell’apertura”.
    Siamo davanti a una lezione di vita.
    Insomma a come forare la corazza, la grande macrostruttura novecentesca e ottocentesca. In poche parole, anche qui, si parla di come tentare di uscire dal nichilismo. Questo per me è il compito. L’uscita dalla “stanchezza” e dalla sua estetica dominante. Credo che ci siamo affacciati appena a questa esigenza, che ancora pare non si sia del tutto esaurito questo nulla sul quale corriamo velocissimi sul posto, e che ci vorranno, non so, un paio di centinaio di anni?

    Ancora: “…l’analisi corrosiva distrugge quasi tutto ma dispensa se stessa, finisce per autoalimentarsi”. Semplicemente vero, semplicemente così.

    La risposta del poeta Pasquandrea la trovo appena meno interessante, al momento.
    Ma aspetto di leggere il suo libro – per altro giù ordinato – e poi di rileggerla a tempo debito.

    Grazie dell’articolo, della diffusione, dei riferimenti e di tutto il vostro lavoro.

    Massimiliano.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/12/2019 da in poesia, poesia italiana con tag , , , .
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