perìgeion

un atto di poesia

La crisi e lo stile. Un confronto tra Husserl e Ungaretti

 di Giusi Drago

 

 

[Questo breve saggio è stato scritto nel 1998, a conclusione di un corso di perfezionamento post-laurea durato un anno. Per molti aspetti mi sembra oggi ingenuo e un po’ paludato, e per giunta si interrompe sul più bello. Eppure resta vivo l’impulso da cui era nato allora: affrontare qualcosa di “oscuramente noto” come il concetto di stile, che ancora non ha perduto la sua oscurità. Stile sentito come un campo di tensione fra poesia e filosofia, stile messo in relazione con la “radicale crisi di vita dell’umanità europea”, come direbbe Husserl. Il confronto di cui scrivevo è infatti fra un filosofo (Husserl) e un poeta (Ungaretti) e mostra la continuità di alcune categorie che occorre ridefinire ogni volta di nuovo. A meno di non pensarla come George Kubler che ne La forma del tempo. Considerazioni sulla storia delle cose scriveva: “Lo stile è come un arcobaleno: è un fenomeno di percezione soggetto alla coincidenza di certe condizioni fisiche. Possiamo vederlo solo per brevi istanti quando ci soffermiamo tra il sole e la pioggia e svanisce appena ci portiamo sul luogo dove abbiamo creduto di vederlo”.

Quanto alla crisi, sembra oggi sempre più approfondirsi]

 

La lettera che Husserl scrive nel 1907 a Hofmannstahl come ringraziamento per aver ricevuto dal poeta viennese i suoi Drammi brevi, costituisce una preziosa possibilità per riflettere sulla vicinanza e il legame profondo che uniscono poesia e pensiero, occasione tanto più preziosa in quanto Husserl non si cura di sviluppare, nel poderoso corpus delle sue opere, un’estetica filosofica o di tematizzare esplicitamente l’esperienza estetica in quanto tale. Leggiamo subito un passo di questa lettera, perché essa ci consentirà di formulare meglio il tema di questo breve scritto che, attraverso un confronto insolito fra il pensiero di Husserl e l’opera di un poeta, Ungaretti, vorrebbe mostrare quale cura nei confronti del linguaggio possa accomunare un filosofo e un poeta lontanissimi fra loro, quale somiglianza sia possibile rintracciare nei compiti che entrambi, internamente alla loro disciplina, hanno prescritto alla filosofia e alla poesia affinché esse superino quella crisi che vedono avanzare minacciosa.

Scrive dunque Husserl a Hofmannstahl: «L’artista, che “osserva” il mondo, per conquistarsi una “conoscenza” della natura e degli uomini utile ai suoi scopi, ha verso il mondo lo stesso atteggiamento del fenomenologo. Pertanto: non ricercatore naturalista e psicologo empirico, non osservatore pratico degli uomini, quasi egli andasse in cerca della scienza della natura e degli uomini. Per lui il mondo, nel momento stesso in cui lo osserva, diventa un fenomeno, la sua esistenza gli è indifferente, proprio come per il filosofo (nella critica della ragione). Solo che, a differenza di quest’ultimo, egli non mira a fondare e a fissare concettualmente il “senso” dei fenomeni, bensì ad appropriarsene intuitivamente, per raccoglierne, dalla pienezza delle forme, i materiali per la raffigurazione estetico-creativa» (1).

La parentela affermata da Husserl fra il vedere fenomenologico e il vedere estetico, si fonda sulla spontaneità con cui l’artista saprebbe attuare una riduzione, una messa fra parentesi di ogni guardare naturalistico che vede come verità «le cose che ci stanno davanti sensorialmente, le cose di cui si parla correntemente o nel dibattito scientifico» (2). L’uomo meramente fattuale non ne dubita e sull’esistenza immediata delle cose fonda le sue categorie e le sue prese di posizione esistenziali, l’artista e il fenomenologo invece sì, anzi essi devono eliminare «rigorosamente» ogni presa di posizione esistenziale immediata, ossia non lasciarsi schiacciare da un dato di naturalità meramente fattuale.

Se la preoccupazione di Husserl è quella di tenere separata l’esistenza dall’oggettività perché solo trasferito sul piano dell’oggettività può essere trovato il significato che l’esistenza in sé non possiede, tale separazione potrebbe destare perplessità se riferita a un poeta come Ungaretti il quale volle come titolo complessivo di tutta la sua opera quello di Vita di un uomo. Scriveva Ungaretti che «il carattere, il primo carattere di tutta la mia attività è autobiografico. Io credo che non vi possa essere né sincerità né verità in un’opera d’arte se in primo luogo tale opera d’arte non sia una confessione» (3).

Ungaretti pensa alla genesi della sua poesia, nata in trincea, al disvelamento, donatogli dalla guerra insieme alla sofferenza, di un linguaggio che diventerà suo linguaggio poetico soltanto quando egli riuscirà a parlare una lingua nuda, in accordo con la situazione del momento – quella di un soldato, di un «uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, e che sentivano, tutti questi uomini ciascuno singolarmente, la propria fragilità». Egli vuole un’essenzialità della parola nella quale essa sia spoglia ma colma del suo significato.

Ecco un primo momento nel quale le osservazioni di Husserl possono incontrarsi con l’esperienza di Ungaretti: nel divieto di accogliere in modo irriflesso il linguaggio corrente, nella necessità di liberare la parola «da ogni incrostazione sia letteraria sia fisica»(4), nell’accortezza di esitare di fronte al mezzo espressivo interrogandolo e costringendolo ad aderire al proprio contenuto. «Non c’era nessuna divagazione: tutto era lì, incombente sulla parola da dire: “io ho da dire questo, come posso dirlo con il numero minore di parole, anzi con quell’unica parola che lo dica nel modo più completo possibile?”» (5). Come può la parola, e in questo caso una parola sola, quella esatta, esprimere il contenuto nel modo più completo possibile? Se per rispondere a questa domanda ci rivolgiamo a Ungaretti e a Husserl le loro risposte saranno fatalmente differenti, ma non è detto che non portino reciproca illuminazione.

 

Linguaggio e intersoggettività

 

La posizione di Husserl verte sull’intersoggettività quale forma costitutiva del linguaggio: «Come me ogni uomo ha l’orizzonte degli altri uomini, e proprio per questo può venir compreso da me e da chiunque altro; in quanto egli annovera se stesso fra gli altri, egli ha in generale una umanità, e sa vivendo di rientrare in essa. La lingua generale rientra appunto in questo orizzonte, nell’orizzonte dell’umanità. L’umanità è sempre presente alla coscienza come una comunità linguistica immediata e mediata. Evidentemente soltanto attraverso la lingua e attraverso le sue ampie documentazioni, in quanto comunicazioni possibili, l’orizzonte umano può essere illimitato come di fatto è sempre per l’uomo» (6).

Il linguaggio ha la funzione di trasmettere una tradizione che si è sedimentata nelle idealità dei soggetti, le parole e la scrittura, ossia nelle loro costituzioni di senso concrete, poiché per Husserl parole e scrittura non rinviano a qualcosa di astratto, bensì sono la forma del particolare che consente a chiunque di mettere in relazione l’idealità con i suoi vissuti, rendendola in questo modo esperibile e denominabile. Viene così a determinarsi il corpo linguistico dei soggetti, quel corpo che permette la loro specifica comunicazione, e la «permette perché un primo uomo ha parlato all’altro e l’altro l’ha capito, per cui sia il primo che il secondo useranno, d’ora in avanti, le stesse parole. Il linguaggio prova dunque che un rapporto con l’altro non solo è possibile ma è già avvenuto: la lingua che parlo è il risultato di un accoppiamento, di una Einfühlung che si è già avverata, si è fissata, si è sedimentata. Ed io posso imparare il linguaggio perché riproduco l’Einfühlung, perché le parole del linguaggio le faccio diventare nuove parole, parole del mio soggetto che le impara facendole diventare suo Sprachleib [corpo linguistico]» (7).

Il linguaggio riattualizza la sedimentazione dei significati e delle evidenze attraverso l’attività di ogni parlante, il che comporta che i soggetti siano attivi nella rifondazione della lingua che è opera, nello stesso tempo, di fondazione di nuovi significati. Anzi, Husserl ci avverte che la lingua può ingannarci se, come segnala Paci interpretando Husserl, non siamo capaci di vedere – attraverso le sedimentazioni opache – «la reale vita storica, anche quella individuale poetica o quella scientifica», se non sappiamo risalire dalla sedimentazione allo strato originario delle operazioni pre-categoriali, «al terreno che necessariamente si è costituito in quel dato modo e ha richiesto quell’espressione e non un’altra, quel documento e non un altro (…). Si tratta di non abbandonarsi ad associazioni indebite il che è evidentemente necessario per la lettura di un testo e di un documento. Ciò non solo non ci impedisce, ma ci costringe a ricercare quale significato aveva il documento per chi lo aveva scritto, quale significato, oltre il primo, ha per noi, comune al primo e nuovo nella nostra situazione storica» (8).

È possibile trasmettere nella lingua, quale sistema codificato di segni, un nuovo significato che in quel sistema non poteva essere contemplato. Questa è l’eterna “sfida” del linguaggio e del parlante che lo incarna trasferendolo nella sua comunità linguistica. Nel far ciò si determina un nuovo stile (per esempio i linguaggi specialistici, come scrive Husserl), che nell’accuratezza e nella precisione dei suoi termini si tutela dalla «seduzione della lingua», ossia il pericolo rappresentato dall’abbandonarsi, nel tentativo di attingere i significati originari sedimentati, a una catena di associazioni incontrollate. Contro questo pericolo Husserl afferma che non basta «convincersi retrospettivamente delle reali operazioni riattivanti», ma è necessario anche controllare «fin dall’inizio, la fondazione evidente originaria e la facoltà di riattivarla e conservarla durevolmente. Ciò è possibile attraverso un controllo dell’univocità dell’espressione linguistica, e di quei risultati che vanno espressi univocamente, attraverso una scelta accurata delle parole, delle proposizioni, dei nessi verbali» (9).  Non bisogna abbandonarsi ad “associazioni” che rischiano di portare fuori controllo: secondo Husserl la scienza deve porre un limite alle formazioni associative perché deve aderire alle cose, non nasconderle.

Più in generale nella Crisi delle scienze europee Husserl denuncia la mancanza di senso complessivo del sapere che si riscontra nella scienza occidentale: la scienza infatti si è rinchiusa in specializzazioni sempre più articolate e raffinate, ma prive di una razionalità che riguardi il senso complessivo della vita umana. Un nuovo compito attende quindi il filosofo che in quanto “funzionario dell’umanità” deve farsi carico del senso storico e scientifico della vita umana sulla terra. La filosofia deve prendere a cuore i destini dell’umanità e lo fa indagando i fondamenti del sapere (anche scientifico) e risalendo alle evidenze nascoste, cioè alle radici nascoste del mondo della vita. Si tratta proprio di un nuovo stile filosofico, che non considera irrilevanti le esperienze di base del vivente, e osserva le attività vitali nelle loro operazioni e nei loro fini.

 

Stile come “crisi dell’espressione poetica”

 

Semplificando potremmo dire che Husserl aiuta a comprendere che lo stile linguistico è il vero e proprio segno vivente della parola, segno che attesta come i nuovi significati siano sempre iscritti in una tradizione linguistica che li precede e che in qualche modo li prepara. Nello stile la parola – segno universalediventa la mia parola – segno soggettivo concreto e nello stesso tempo intersoggettivo.

 Ungaretti, dal canto suo, affronta il problema interno allo stile – che cela il contrasto o l’equilibrio fra singolarità e universalità – da poeta ossia nella pratica della poesia, in una «sollecitazione paziente, disperata» (10) all’unità poetica della parola in un’epoca tormentata da un folle problema di disintegrazione del linguaggio. Quanto egli possa insegnare sullo stile dovremmo in primo luogo apprenderlo leggendo le sue poesie, perché esse e solo esse sono la cifra dello stile, dell’andare a segno delle ricerche poetiche. Scopriremmo così come secondo Ungaretti la voce di un poeta, possa trovare un «equilibrio di liberazione  quando  «il suo canto si possa snodare tacitamente, negli slanci segreti del cuore, o con un essenziale vocabolario, con un ritmo individuale e dei propri tempi che possa, sia pure nella fulmineità d’un grido potuto udire e ridire, contenere negli innumeri suoi sviluppi storici, il tradizionale ritmo e ad esso commisurarsi. Così si risalgono in un grido addietro le ere sino alla remotissima origine dell’umana voce» (11). Le parole ora viste segnalano quale funzione svolga lo stile nella vita del singolo e in quella della umanità e in quale modo possedere uno stile, aver trovato quell’unica parola, significhi per il poeta, ma anche per l’umanità tutta, lasciare la propria impronta, consegnare una tessera di un mosaico a cui tutti partecipano. Non solo: nello stile il poeta si “libera dall’oppressione della materia”: in tal modo tenta di risolvere una straordinaria crisi di linguaggio

La storia umana è storia di segni lasciati e quindi decifrabili: ma si può avviare una decifrazione solo perché vi è una scrittura che lo consente, pensando alla scrittura come quella pratica di traduzione che rinvia un segno a un altro, come sostenuto nelle ultime ricerche di Carlo Sini, per esempio in Teoria e pratica del foglio-mondo. Se la scrittura apre il nostro universo di senso, se la scrittura è l’evento del significato (la scrittura è infatti una pratica che produce significati e non eventi), esso sussiste in forza di parole che portano le cose, in forza di un sapere che sarebbe impossibile senza scrittura.

La poesia, nel suo lasciar segno proprio della cultura, come manifesta lo stile? Non reputandolo altro da sé ma facendo dello stile – in tutti i suoi aspetti “tecnici” che solo tecnici non sono: il suono delle parole, la loro materia corporea, la scelta della parola esatta, e la metrica che ne costituisce il ritmo – la misura di se stessa, tanto che per la poesia il rinnovamento dei suoi mezzi espressivi è tutt’uno con la possibilità stessa del suo esprimersi.

Nel raggiungere uno stile il poeta arriva a decifrare «il proprio individuale e incomunicabile segreto» (12). Ma continua Ungaretti «non può esserci stile, segno generale di un’epoca nel segno particolare di un singolo, senza una certa unità morale e senza una certa unità di cultura raggiunte nel mondo, sia pure per negazione e per meraviglia» (13). La poesia ha la funzione di accordare l’esperienza del presente di ogni uomo con la storia che lo precede. L’aspirazione della poesia consiste proprio nell’attuare questo accordo cercando di «risalire con la memoria fino al punto della prima innocenza» (14). Solo compenetrandosi di memoria la poesia potrà portare l’uomo e la parola a realizzare quel «rinnovamento d’universo» in cui si esprime il fine di ogni cammino umano sulla terra, «quel miracolo nelle parole di un mondo risuscitato nella sua purezza originaria e splendido di felicità» (15).

Il poeta deve reimparare ogni volta il linguaggio, ridare gioventù alla lingua poetica della tradizione, deve insomma essere interno alla storia della sua lingua pur rinnovandola. Questa operazione si compie attraverso uno scavo nel linguaggio (ricordiamo la poesia Commiato: Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso) che mostri come la parola possa portare il nuovo solo all’interno di una comunità linguistica accomunata da un linguaggio. Lo stesso problema emerge in Husserl relativamente alla questione dell’intersoggettività, ma è anche il problema della crisi, nel senso che l’ascolto della memoria attraverso la parola poetica corrisponde al poter ricondurre, per Husserl, i fondamenti del sapere nella storia più profonda che ogni disciplina particolare professa nelle sue teorie.

La domanda guida della Crisi, infatti, riguarda il compito del filosofo, cioè in quale modo il suo operare getti luce sui fondamenti del sapere, compresi quelli delle teorie scientifiche. Husserl giungerà a coniugare questa domanda nel doppio compito della filosofia che, a sua volta, corrisponde al doppio compito del filosofo in quanto «funzionario dell’umanità», ossia l’essere la filosofia un’attività del pensiero, più precisamente, una prassi-teorica del pensiero. Ma l’operazione teoretica di Husserl chiama ancora più in profondità; essa rivendica il senso più generale di quella disciplina che ancora chiamiamo filosofia, dato che con  “filosofia” non dobbiamo intendere tanto e solo una disciplina esercitata da uomini specializzati – i “filosofi” appunto – ma un percorso che ha determinato e costituito l’intera umanità occidentale; essa, infatti, è quello che è poiché si è formata e cresciuta all’interno dei problemi sollevati dall’indagine filosofica. Saper collocare il compito della filosofia significa quindi, al contempo, collocare l’umanità dell’Occidente che dal suo cammino è stata distratta dalle finalità della scienza, non sempre in accordo con l’esperienza originaria del mondo-della-vita del soggetto.

La preoccupazione del compito è presente anche nella riflessione ungarettiana. Egli, in quanto poeta, è iscritto nella stessa dimensione della crisi descritta da Husserl, ma, proprio perché poeta, sua è l’esigenza di collocare l’origine del compito, ed eventualmente della soluzione, partendo da altri presupposti rispetto a quelli husserliani. La crisi per Ungaretti è crisi di un linguaggio e la soluzione va trovata affrontando quel determinato problema linguistico che ogni poeta deve risolvere per fare poesia. Si intenda che in Ungaretti agisce nella poesia quella stessa funzione che in Husserl riveste la filosofia, cioè se la crisi della filosofia è crisi dell’umanità, altrettanto la crisi della poesia corrisponde alla crisi dell’umanità.

Quali sono, allora, secondo Ungaretti le difficoltà insite nel linguaggio poetico contemporaneo? Ungaretti le mostra partendo da Leopardi, nel senso che se Leopardi vedeva in una sorta di «spavento della bellezza» una fonte originaria di poesia, Ungaretti, al contrario, vede nello spavento «della materia, della materia che soffoca la bellezza» quella minaccia «che rende a noi l’esprimere poesia, difficile più che in qualsiasi altra epoca» (16). Il soverchiamento della materia, la paurosa potenza degli strumenti scientifici che l’uomo trae dalla materia, fanno violenza alla parola, costringendola quasi ad ammutolirsi, e costringendo, di riflesso, l’uomo a tacere anche lui. Di fronte alle forme linguistiche imposte dalla civiltà meccanica «noi poeti d’oggi ci siamo resi conto che non ci rimaneva da adoperare che un linguaggio macellato, ma il più ricco di indeterminatezza. Per ora solo la tecnica del frammento ha offerto soluzioni di linguaggio positive alla poesia d’oggi. L’intensificazione, il dilatamento, la moltiplicazione dei valori semantici della parola per portarla a superarsi in atto di poesia, è, nel tentativo di conseguire da parte del poeta la concentrazione di tutta la realtà nella particola di essa che gli è stato possibile di percepire, è l’unica tecnica, ripeto, che rimanga oggi al poeta»(17).

Se per Ungaretti il linguaggio indica “la presa di coscienza delle difficoltà tra le quali, per manifestarsi, ha la poesia in noi da divincolarsi, in noi sposandole, superandole e tracciandone le vicende”, e se per Husserl il problema della crisi corrisponde a un’altrettanta incapacità del sapere di superare gli specialismi a cui sempre più viene consegnata la ricerca della verità, possiamo vedere come le differenti posizioni del poeta e del filosofo manifestino una medesima finalità, e possano convergere nel porre una domanda che le rende ancora solidali nel telos che perseguono.

Ma c’è un altro punto che accomuna Ungaretti e Husserl: entrambi considerano l’opera della poesia e della filosofia non come discipline decise a cambiare il corso del mondo, bensì come pratiche spirituali ed epistemiche che si interrogano incessantemente sulla natura di enti reali. Allora, le parole di Husserl esibiscono proprio questa unità di intenti, se noi le leggiamo di controcanto alla poesia: la fenomenologia deve «esporre il senso che questo mondo ha per noi prima di ogni considerazione filosofica (Ungaretti direbbe poetica), senso ch’esso riceve in base alla nostra esperienza e che la filosofia (la poesia per il poeta) può solo rivelare ma non mai mutare»(18). Per Ungaretti questo si traduce nella convinzione che il mistero esiste ed è tutt’uno con noi, ha la forza di un segreto che ferisce con la sua luce:

 

Segreto del poeta

 

Solo ho amica la notte.

Sempre potrò trascorrere con essa

D’attimo in attimo, non ore vane;

Ma tempo cui il mio palpito trasmetto

Come m’aggrada, senza mai distrarmene.

 

Avviene quando sento,

Mentre riprende a distaccarsi da ombre,

La speranza immutabile

In me che fuoco nuovamente scova

E nel silenzio restituendo va,

A gesti tuoi terreni

Talmente amati che immortali parvero,

Luce.

 

1. E. Husserl, Lettera a Hofmannsthal su estetica e fenomenologia, a cura di M. Marasso, in “Micromega”, 1998 (2), p.250.

2. Ibidem.

3. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, a cura di M. Diacono e L. Rebay, Mondadori, Milano 1982, p.816.

4. G. De Robertis, Sulla formazione della poesia di Ungaretti, in G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesia, a cura di L. Piccioni, Milano 1988, p.410.

5. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p. 837.

6. E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, tr. it. di E. Filippini, Il Saggiatore, Milano 1983, p.385.

7. E. Paci, Funzione delle scienze e significato dell’uomo, Il Saggiatore, Milano 1964, pp.224-225.

Il termine Einfühlung viene variamente tradotto in italiano dai diversi interpreti con: entropatia, empatia, immedesimazione e introsentirsi.

8. E. Paci, Idee per una enciclopedia fenomenologica, Bompiani, Milano 1973, p.518.

9. E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, cit., p.389.

10. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.770.

11. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.814.

12. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.724

13. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.726

14. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.843

15. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.746

16. G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit., p.808.

17. Ibidem, p.811

18. E. Husserl, Meditazioni cartesiane, a cura di F. Costa, Bompiani, Milano 1988, p.166.

 

 

 

 

 

 

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