perìgeion

un atto di poesia

Anna Maria Farabbi, La casa degli scemi

 

 

 

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recensione di Marco Bellini

 

Non vi è dubbio che scrivere di quest’opera, La casa degli scemi (Lietocolle, 2017), è una responsabilità da compiersi con la massima cura. Lo è in considerazione dei temi ad alto contenuto civile che vengono trattati, quali la Grande Guerra, in qualche modo intrecciata al terremoto di Arquata e, in ultimo, la questione, sempre attuale e drammatica, dei malati di mente e della loro gestione (chi sono poi veramente?). Da tutto ciò origina, nell’autrice, il tentativo di compiere una riflessione senza sconti sulla natura umana e su alcune delle grandi questioni che da sempre innervano la poesia: la morte, la vita, il senso delle relazioni umane. Riflessioni che si muovono adese alla linea di pensiero del poeta / filosofo perugino Aldo Capitini (evidente richiamo all’opera di Capitini è il titolo della poesia gli ultimi non esistono: ognuno per l’altro è un tu). La scrittura, che Anna Maria Farabbi non esita a mettere a disposizione, trae energia da un sentire intriso di un’etica che lascia disarmati e dalla convinzione che, attraverso la somministrazione di cultura e il lavorio continuo svolto sull’animo umano dalla parola, ogni singolo individuo possa compiere un ulteriore passo evolutivo rispetto agli istinti. Il susseguirsi di parole, versi e poesie dalla struttura irregolare, compone una fibra volutamente semplice ma, nel contempo, inesorabile rispetto ai contenuti; qualcosa di così potente per cui ci sentiamo esposti di fronte all’ipocrisia delle nostre coscienze: mi scanso dalle parole sante / per me esistono solo parole di pane e di fango. Farabbi usa la parola per concretizzare il proprio bisogno di lotta e di impegno, dimostrando di credere fortemente in questo strumento. Nonostante ciò, a un certo punto, appaiono dei versi in cui si dichiarano apertamente tutti i limiti di questo mezzo; senza, però, che ciò si traduca in una resa: dimentico di scrivere o rinuncio perché / non serve e ancora: vorrei essere in grado di scavare la pagina / fisicamente con le unghie con i denti con la lingua. Lungo il percorso del libro brilla la figura profonda e umile di Bruno, maestro ambulante anarchico (profilo che, non a caso, a un certo punto del libro viene attribuito alla figura del Cristo) che incontreremo nel ruolo di insegnante prima, barelliere, infermiere e pazzo poi; il tutto contribuisce alla realizzazione di una vera e propria narrazione in versi. Bruno costituisce un personaggio capace di guardare agli ultimi, di occuparsi di loro insegnando loro e scegliendo di muoversi tra loro recuperando il credito formatosi attraverso l’autenticità delle relazioni umane che vanno ad innescarsi: stanotte al fiume eravamo tanti così si compiono le lezioni improvvisate; perché loro, gli ultimi, volevano che insegnassi i numeri / per far di conto al padrone che ogni volta li frega. Mediante questo viaggio nelle esperienze del protagonista, l’autrice mette a fuoco le proprie capacità di sentire l’altro da sé e di “tradurlo” in un canto che sappia farsene carico. Come Farabbi spiega bene nella nota introduttiva, sarà la mansione di recuperante quella che si attribuisce: partendo dagli appunti presenti nel quaderno nero scritto da Bruno al tempo della grande guerra e che le viene affidato per il tempo di una notte, sulla pagina si svilupperà un tessuto, strutturato in prosa e poesia intrecciati ad arte, destinato al “recupero”, alla conservazione e alla diffusione del contenuto: Ho aperto la sua polpa, l’ho sfogliata, annusata. Ovviamente, il risultato finale sarà una nuova germinazione fortemente influenzata e rinnovata dallo sguardo personale della poetessa. La morte rappresenta una presenza continua, dominante e vincente rispetto alla quale, però, ci viene spiegato che Un soldato che scrive, penso, strappa con la sua mano un pezzo di morte dalla guerra, converte la distruzione nella costruzione della parola. Quindi, rispetto alla morte, la scrittura diviene strumento di riscatto, come ad esempio quando si afferma: sono io qui ora che la decido e la comando / per mia dignità. Determinata a mostrarci la realtà in tutta la sua ineluttabilità e a ricercarne le molteplici possibilità di senso, Farabbi, ricorrendo a parole che definirei icastiche, ribadisce l’intenzione di evitare accorgimenti tecnici e decori che possano distogliere: il cuore è un organo che lavora il sangue / non lo uso per simboli e metafore. Nelle pagine di questo libro convivono e si fondono una spiritualità carica di energia e un concreto bisogno di essere nella carne e nel fango perché solo da lì si può partire nel difficile tentativo di recupero e di ricerca ontologica dell’umano innescati dalla consapevolezza che: nessuno può giocare a consacrare / qui in terra siamo già nati fatti sacri. Il personaggio di Bruno, anche quando sembrerebbe vivere una condizione di follia, si rivela portatore di una saggezza acuta e originale che trova espressione in versi come questi: mi chiedo quante guerre l’uomo inventa / per separarsi da sé stesso e dalla creanza. La narrazione determina, rispetto alle figure umane rappresentate, un processo di identificazione che ci riguarda tutti e che, di conseguenza, accende nel lettore un senso di coinvolgimento stupito capace di sommuovere la comune borghese tranquillità; ne siano esempio queste parole: ognuno ha steso la propria povertà insonne sul lettino / nella notte scema. La scrittura irregolare, trova espressione nel verso libero, talvolta decisamente lungo e dal carattere prosastico, talaltra estremamente breve. Interessante la scelta, se si escludono le prose introduttive all’opera, di rinunciare quasi completamente alla punteggiatura e di ricorrere a delle spaziature, interne al verso, destinate a marcare emistichi e ritmo.

 

 

la sosta ambulante del maestro

 

stanotte al fiume eravamo in tanti
i vecchi quasi sordi seduti davanti            sulle sedie di paglia
i bambini per terra             gli uomini a gambe larghe sui sassi
e le donne qua e là

volevano che insegnassi i numeri
per far di conto al padrone che ogni volta li frega
se voi sapete i numeri senza l’alfabeto               vi frega di più
così dopo le somme e le divisioni
lessi a memoria molte parole e molto silenzio

poi chi a casa chi alle stalle chi a fumare sull’aia           uscirono tutti
dal fuoco dell’ascolto
io solo          con le orecchie all’acqua

 

***

 

i campi e la scrittura dell’io

 

la luce pesa zappando

prima di creare il solco sputo come tutti sulle mani
è un modo per impastarsi con il legno del bastone
governando il taglio della lama

quando faccio la terra sono terra
quando faccio la scrittura sono io

 

***

 

l’incontro con il potere

 

mi fa chiamare il commendatore:

saresti tu il maestro?          ambulante si
se ci sai fare con le bestie come dicono
ti affido mio figlio perché io sono il padrone

davanti al servo c’è un padrone          gli rispondo
per chi pensa esiste solo un altro individuo
della propria specie
io sono uno che lavora per il piacere politico
di ridistribuire l’alfabeto per strada
che è terra di nessuno ai piedi di tutti

suo figlio lo mandi al fiume           insegno lì

 

***

 

Vorrei essere in grado di scavare la pagina
fisicamente con le unghie con i denti con la lingua
crearvi un utero di accoglienza per la tragedia nell’ingiustizia
che sotto comando assisto
e rovesciarvi tutti i morti e i feriti che raccolgo
la mia schiena spezzata le mani                anche la barella

 

***

 

ieri non ho scritto la pagina bianca
perché è neve di cervello morto
il mio e quello di un popolo di scemi come me

mi chiedo quante guerre l’uomo inventa
per separarsi da sé stesso e dalla creanza

 

***

 

Un commento su “Anna Maria Farabbi, La casa degli scemi

  1. glencoe
    05/03/2020

    L’ha ripubblicato su l'eta' della innocenza.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 05/03/2020 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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