perìgeion

un atto di poesia

I figli dei cani, di Enrico Marià

Presentazione standard1

di Nino Iacovella

Wislawa Szymborska, in uno dei suoi testi più noti, chiudeva con queste parole riguardo a cosa fosse, per lei, la poesia: “ Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come all’àncora di un corrimano.”

È vero, La poesia è tutto per chi la scrive. Ed è così vero che ad essa ci si aggrappa per dare un senso al vivere. Ma ognuno ci si aggrappa a modo suo. Se per la Szymborska si trattava di rimanere ancorati a un corrimano, per altri ci si aggrappa alla poesia come a un cornicione quando si hanno le gambe penzolanti e lo sguardo terrorizzato che osserva il vuoto.

Questo è il caso di Enrico Marià, poeta genovese che scrive versi legati alla sua tormentata vicenda personale. Vittima di violenza familiare e passato attraverso le forche caudine della tossicodipendenza, l’autore, con la sua poesia, ci restituisce un’intensità drammatica che non intende autocensurarsi, né evitare il contatto diretto e culminante con il parossismo. I suoi versi restituiscono la violenza di una esistenza percorsa “contromano”, a ritroso, al fine di ritrovare il tempo perduto dell’amore e dalla purezza.

Leggere “I figli dei cani” non è da tutti. Dentro si rimane risucchiati in un caleidoscopio di rimandi estremi di autori e opere: il lirico erotismo scandaloso di Jean Genet, la violenza nuda e cruda narrata da Hubert Selby Jr., i passaggi tossici di Eros Alesi, così come le confessioni liberatorie di Aldo Nove ne “La vita oscena”.

In fondo, come dice Marco Ercolani, prefatore del libro, questa è la testimonianza di un superstite e la vittoria di un vinto che non si rassegna tacere. E non si può che essere d’accordo con lui. Amo da sempre la scrittura vera e viscerale. Ancor di più se si fa poesia.

 

I Figli dei cani, Puntoeacapo Editrice, 2019

Mamma non umiliarti con le guardie
non giurare loro di non vedermi da giorni
né di non avere idea di dove sia,
non raccontargli della tossicodipendenza
del Sert, che sono scappato dalla comunità,
tanto mi sai a Carignano
ad afferrare i manici di una borsa
il tirarli così forte da far cadere
e trascinare a terra
una donna che avrà i tuoi anni;
che penso al frigorifero
l’anima della casa
ai nipoti che lo aprono
al loro sorriso
alle bibite
quel recinto di luce:
eroina che altro non ti chiedo
iniziami alla pietà,
allo sguardo dei bambini
fratelli dei cani.
*
Essere un non peso
l’altrove, la febbre
buona lacrima
precisa stella:
Biagio gola estuario la tua voce
dimmi che la morte non ti accetta
se non hai e né mai sei stato amato.
*
Eroina grazie
per rendermi una persona migliore,
cena senza suoni
presepe d’estate,
che esisto solo ora
nel trovarmi in vena
l’alfabeto perdono.
*
La bellezza è il terminal di Vado;
i container colorati
le gru azzurre dei cinesi,
che per Mario
da che ha perso la moglie
la giornata termina
dopo il pranzo a casa della figlia:
è l’inferno di sapersi,
io che aspetto quella giusta –
la prima luce del letto
il lenzuolo rosario,
impiccarmi alla ringhiera
dove inizia lo strapiombo
che sfonda lo sguardo.
*
Dopo averti minacciata a morte
il pugno contro il vetro
la credenza i regali da sposa,
ti prego come se fosse latte
mamma dammi il seno
d’eroina la mia dose.
*
Condividere la doccia con gli scarafaggi
le leggi eterne, la disparità economica,
il dolore da tenere dentro
quando non puoi nemmeno
un gelato per tuo figlio:
che fermo mi bloccava col bacino
uccidere la faccia sputo,
tutte le cose altre da me
il non bacio del risveglio
le vene dispari dei buchi
*
Come mio padre
scopami di stupro
e d’amore sfamami
sino al per sempre
quando non si è più niente.

7 commenti su “I figli dei cani, di Enrico Marià

  1. glencoe
    25/04/2020

    L’ha ripubblicato su l'eta' della innocenza.

    "Mi piace"

  2. vengodalmare
    26/04/2020

    […] che esisto solo ora/ nel trovarmi in vena/ l’alfabeto perdono.
    qui racchiusa, splendidamente poetica, un’esistenza.
    Grazie, bella poesia.

    Piace a 1 persona

  3. Carla Mussi
    26/04/2020

    Ringrazio Nino Iacovella per questa sua lettura de “I figli dei cani”. Molti di quelli che hanno scritto della poesia di Enrico Marìà sottolineano il dato biografico e di testimonianza. Non credo affatto che la poesia di Enrico Marià sia circoscrivibile alla testimonianza. Enrico ci racconta il paesaggio interiore, la mutilazione, lo splendore di cui si riveste la maceria che è il materiale stesso della sua poesia. La poesia non salva, non è terapeutica, è un percorso nell’oscurità, uno scavo nel tentativo estremo di raccontare l’indicibile. La prospettiva è dunque rovesciata, Enrico Marià è un poeta e lo sarebbe stato comunque, anche senza questo spaccato di vita e di vite che ha incontrato. Per questo sa far scintillare anche le zone più oscure, che confinano con la morte.
    E la preghiera “..Riparami col gioco/ di cosa sembrano le nuvole/ che di me non ci sono angoli inviolati..” ci ricorda che, benchè ancorato alla violenza e alla morte in vita, il solo luogo inviolato è la poesia, e che in fondo siamo “..orfani fiori/ nella bocca di Dio”.

    Piace a 1 persona

    • ninoiacovella
      27/04/2020

      Si, vero Carla. Enrico non è poeta in quanto il suo vissuto l’abbia portato a esserlo, ma è poeta in quanto tale che ha potuto affrontare con la poesia ciò che per altri è l’indicibile.

      Piace a 1 persona

  4. iole
    26/04/2020

    molto.

    Piace a 1 persona

  5. Pingback: Gioielli Rubati 90: Jonathan Varani – Bruno Di Pietro – Angela Greco – Maurizio Manzo – Matteo “Rosko” Rusconi – Anna Maria Bonfiglio – Annalisa Rodeghiero – Enrico Marià. | almerighi

  6. Pingback: I figli dei cani, di Enrico Marià | l'eta' della innocenza

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Questa voce è stata pubblicata il 25/04/2020 da in poesia italiana con tag , , , .
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