perìgeion

un atto di poesia

Laura Di Corcia: senso e direzione

Laura Di Corcia, nel suo In tutte le direzioni (Lietocolle-pordenonelegge, 2019, pp. 72), realizza un polittico tripartito, con al centro la sezione che contiene la suggestivamente intitolata Trilogia del rosso, centrata sull’identità femminile, e la prima e l’ultima, ove compaiono potenti interrogazioni sul presente storico e sociale, sul senso delle identità individuali e collettive a partire dall’esperienza della migrazione, così presente nello scenario mondiale di questo inizio di millennio: si supera un confine, si parte per un viaggio, una fuga dentro un vuoto, nero e buio come le notti delle traversate mediterranee. Cupe e dense, e venate di sofferenza, sono le parole che compongono queste poesie: tra un io e un tu si duetta un dialogo, poi ci sono un loro e un noi, e un mondo animale e quello vegetale, in un ben amalgamato insieme dove emerge la capacità dell’autrice di controllare e tradurre una forte emotività in una costruzione poetica argomentata e levigata. Ma per parlare di migrazione, Di Corcia ci ricorda chi sono anzi chi erano gli italiani quando a centinaia di migliaia sbarcavano a New York agli inizi del Novecento: Ellis Island, Brooklyn e dintorni, tanto per mettere in chiaro la storia recente delle migrazioni. Il tema generale della raccolta è dunque quello della ricerca e della definizione di una identità, nella relazione con il presente storico, personale e collettivo.

Non capivamo le geometrie del mare.

Lo guardavamo in silenzio contando le onde

pregando per ogni navigante.

Arrivammo in una terra

che aveva dimenticato

l’odore delle arance.

Ma eravamo soli, soli contro un mondo

di colline e alberi scuri

appiccicati e muti contro i grattacieli di cristallo.

Come in sogno ci sciogliemmo in una terra nuova

dove le “t” diventavano “th”

le praterie erano più grandi del mare.

Rimpiangevamo le onde.

Il cielo dagli abbaini

sembrava porzionato.

L’amore era un lontano ricordo

fuori gli elementi continuavano a fondersi

noi eravamo pezzi che non combaciano.

***

Non chiedi magie alla luna

ma che riveli un punto di sutura

fra i cimiteri delle pozzanghere

e lo sbriciolarsi delle ossa.

Nel rosso

si amalgama tutto, si riscoprono

le punte arrotondate degli eventi

e si annacqua ogni desiderio,

rinascendo intatto.

Se dici che lo ami, menti

ma nemmeno sai stare senza:

in grembo porti storie di millenni

le guardi cadere, non le puoi fermare.

Alla luna non chiedi magie

ma che riveli cosa c’entrino

i mozziconi di sigaretta

con le lacrime di una ragazza.

***

Non è facile per una bambina

accettare che dal rosso si genera il verde

e poi il mare, le barche che vanno.

La prima volta fu in bagno

tutta la famiglia fu avvertita

poi c’è stata la faccenda delle tette.

Ma non era il corpo a spaventarti:

la paura era tutta nel vedere

tua madre inchiodata al muro

mentre tu iniziavi a tessere la partenza.

Dal rosso prende inizio la storia:

sul viso, un’amara vittoria.

Il titolo In tutte le direzioni lascia intendere che la poesia agisca sia come scandaglio ad ampio raggio nei confronti dell’attuale realtà, e del disordine che la conforma, sia come condizione primigenia di chi si trova nella condizione, o nella necessità, di affrontare un viaggio: come detto, chi è costretto a lasciare la propria terra, il suo divenire straniero (e il nostro divenire stranieri ai suoi occhi), ma anche la madre che lascia la figlia/il figlio, la persona che lascia il proprio passato, l’amato che lascia l’amata, l’amata che lascia l’amato, i civili che lottano per non dismettere la loro umanità negli scenari di guerra (esemplari in questo senso le poesie dedicate alla guerra in Siria), miscelando storie minime e storia classica, con puntate nel mito degli Argonauti, gli antichi eroi greci in viaggio alla conquista del vello d’oro.

Gruppo di ragazzi siriani

Ci accollavamo tutti i patemi, uno ad uno

sbirciando da dietro le colline

sbriciolando i sentieri sotto i piedi

distruggendo le viltà.

Abbiamo abbandonato l’arancio

e ci siamo diretti verso il bianco

come se non si potesse fare nulla di diverso.

Abbiamo intuito che la pietà

esiste solo sotto le pietre

che tutto sbiadisce

tranne il rancore che ribolle

come una pelle di serpente abbandonata.

Affogando, abbiamo riscoperto

le ginocchia sbucciate, la ferita

che si rinnova nel centro del petto.

Così, come un angolo tagliato. Incredibilmente.

Non ci sono lenzuola

che possano accogliere il nostro sangue

non esistono più letti, né erba soffice.

Di qui in poi, lo sapevamo,

il mondo si sarebbe plasmato

sull’ombra di un pugno.

Saltando, abbiamo stretto

forte i piedi

come se in quel gesto

si potesse soffocare

il fiato del male.

Siamo atterrati sull’asfalto secco.

***

Non cedo il posto, non indietreggio

di fronte alla coltellata del creato.

Il mare si corruga, cede spazio al chiodo:

e lì, nel pugno della ruggine

io so che la paura si può chiudere

ritagliare come un cerchio.

Ho deciso di sacrificarmi al vettore

alla biglia dell’essere.

Intrecceremo fiabe ai tronchi

lasceremo seccare i limoni:

cercheremo i cadaveri come i maghi d’Africa.

***

Giovane coppia: lei

Non ti amo. Se ti amassi

non ascolterei quanto gridano le ginocchia

e i tendini, se ti amassi

morirei qui, in croce, senza dire niente

solo guardandoti sorridere

per il mio sorriso, non ti amo

sarei donna finalmente una donna

libera, vorrei tornare indietro

le cinghiate sulla schiena erano carezze

se paragonate a questo tonfo, a questo

rimanere che è erosione caledoniana

portami via

ricordami che esistono prati ampi

case

che esiste il pane appena sfornato

non ce la faccio, soffoco.

***

Giovane coppia: lui

Sai qual è la legge delle stelle, amata mia?

Reggere il dolore, reggerlo reggerlo

guardarlo nel profondo delle sue pupille

e poi voltarsi; dimenticarlo per sempre

e voltarsi a riveder le stelle.

Ora è il tempo di immergersi nelle zolle

accogliere il piombo, ora è il tempo

della materia nera,

dell’azoto, un tempo

interrotto dal singhiozzo

dove tutto il mondo pare faglia

pietra dimenticata,

e tu sai non resistere allo sguardo

piccola lepre

rotonda verità, sai resistere?

Arriverà a passi lenti

la luna, arriverà.

La poesia che dà inizio alla raccolta parla di una partenza: una partenza che come tale diventa anche abbandono, per aprirsi all’incertezza, alla scoperta e alla paura:

Avevano lasciato tutto, partendo per

continenti mai sentiti, bucati nelle miniere,

e le mani non erano più melograni

ma ribollii di melma.

La poesia di chiusura, quasi in controcanto, è una esortazione alla sosta, una richiesta di attesa:

E se tu non sai

non chiedere subito, aspetta.

Sii come la cenere,

stai immobile e muto,

lascia sedimentare.

dichiarando così la difficoltà (o l’impossibilità?) di comprendere l’ampiezza e la gravità di ciò che sta nel mezzo: le migrazioni, le guerre, l’esilio, la condizione femminile, le relazioni, i sentimenti umani, la coscienza di sé, il sentimento del tempo, la speranza, la fiducia, la giustizia. Attorno all’intreccio di questi temi si incontra il coro che domanda, incalza e interroga il lettore:

Coro

Perché, la materia, a un certo punto

smette di rispondere alla legge benevola,

perché si converte nel suo opposto?

Chi lancia la biglia? Chi ne arresta il moto?

Dove preme il vettore? La spinta originaria,

la fisica che regge la biologia?

E soprattutto

a cosa dobbiamo affidarci

se la linea mente e tradisce se stessa?

In tutte le direzioni, dunque, e in molti modi: nella prima parte numerose sono le poesie in terzine, a cui seguono poesie e versi lunghi, con qualche difformità di tono e di ritmo, a prova di una matura capacità, frutto anche di una non univoca ricerca, di allestire il teatro simbolico della propria rappresentazione. E dal teatro l’autrice riprende la presenza del coro che qui si pone in chiave dubitativa e problematica. Una poesia ad alta intensità di senso interrogante e di pensiero, che si articola in modo circolare attorno al tema attualissimo della e delle identità: la condizione precaria dilagata nel mondo del lavoro è ora tracimata nella società, se solo pensiamo alla recente esperienza della pandemia, contribuendo a rendere ancora più fragili le identità di ognuno e di tutti, identità la cui scissione – oggi è storia e anche cronaca – fa letteralmente schizzare i vari frammenti “in tutte le direzioni”. Con pazienza, tenacia e rara consapevolezza Laura Di Corcia si mette a tesserne l’ordito per restituire ai lettori il senso della propria presenza.

Uomo di mezza età

Perché sei tanto lontana, luna?

Perché non arrivi in nostro soccorso?

Mostra a noi il tuo volto

ed io potrò rivedere il

suo che sento di fianco come

la cosa più vera della verità,

perché noi non possiamo dire

di essere estranei a noi stessi.

***

Finale

Questa cortina che plasmiamo con le mani

che esiste soprattutto nella nostra mente

al di là delle ingiustizie, del perdono

che dovremmo chiedere per non si sa cosa

al di là della chiosa

che la storia ha illanguidito

sulle nostre ossa

al di là del tempo che si sbriciola

su di noi e dichiara il suo fraintendimento

il suo darsi come traiettoria che si annulla

la voce che arriva da sotto le macerie

il mistero di questo esserci che gonfia le mani

e gonfia gli occhi,

e picchia, picchia forte sulle tempie

questo stare qui, senza barriere

questo possibile configurarsi in mille direzioni

questa mancanza di confine,

la cortina si piazza e separa

arriva quasi come una benedizione

a questo nostro andare

fuga da un passato mai capito

(che cosa saremmo se non fosse stato

chi, dove, perché la nostra lingua

non vale niente)

noi cerchiamo con le mani in alto

di ricostruire una direzione

di veicolare un senso

da qui a lì

una traduzione

un viaggio bidirezionale

che ci dica chi siamo

capace di agganciarci a un ruolo

di definire chi amiamo.

La fotografia di Laura Di Corcia è di © Donatella D’Angelo

2 commenti su “Laura Di Corcia: senso e direzione

  1. francescotomada
    10/07/2020

    In ritardo colpevole un grazie a Lorenzo per questa sua attenta analisi e un caro saluto a Laura.

    Francesco

    Piace a 1 persona

  2. glencoe
    16/07/2020

    L’ha ripubblicato su l'eta' della innocenza.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 01/07/2020 da in poesia, poesia italiana con tag .
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