perìgeion

un atto di poesia

Barbara Ungar, quattro poesie da Save Our Ship

 

 

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Questo è un libro affascinante che guarda alla vita e al mondo attraverso gli occhi di una donna senza essere assolutamente femminile. Nelle sue poesie sentiamo la voce inconfondibile della contemporaneità, di una persona che guada con cautela i poco promettenti decenni che aprono il ventunesimo secolo parlando con i toni riconoscibili dell’oggi. Questi si muovono con notevole facilità dal delicatamente confessionale all’universale (ma rimanendo ben lontani sia dal sentimentalismo che dall’astrazione), dai temi dell’amore e del divorzio alle atrocità dell’Olocausto e alle guerre spurie in corso, da eventi quotidiani apparentemente banali all’incombente distruzione apocalittica della nostra ecosfera, dal verso libero – attraverso il passaggio di complesse e originali costruzioni – fino alla poesia in prosa. Il lettore viene immediatamente attirato nel libro dai primi bellissimi brani auto-riflessivi, “Accident Report” e “Ars Poetica”, ma Barbara Ungar forse raggiunge il suo apice in poesie quasi narrative così ricche di atmosfera come “Lot’s Ex” e “Sheer”, che ricostruiscono esperienze personali significative nella loro forma più viscerale. L’impressione generale di questa poesia sensibile e ponderata è che la nostra nave sia estremamente fragile e che, sebbene lungi dall’essere perfetta, trasporti abbastanza ricchezza abbastanza che vale la pena di salvarne il contenuto, poesia inclusa.

nota di Alexander Shurbanov

traduzioni di Francesco Tomada

 

***

 

Accident Report

 

Love skids slowly into the guardrail

wearing a negligee but no seat belt

tricked by a slick of black ice

 

The car’s wrecked but Love

limps away shivering crouches in bracken

to call AAA with shaking hands

 

By the time the tow truck comes

she’s borrowed a coat

from a fox who’s vamoosed

leaving prints like petals on the snow

 

Verbale di incidente

 

L’Amore sbanda lento contro il guardrail

con addosso un negligé ma non la cintura di sicurezza

ingannato da una lastra di ghiaccio scuro

 

L’auto è sfasciata ma l’Amore

claudicando si allontana barcollando si accovaccia fra le fronde

per chiamare i soccorsi con le mani che tremano

 

Per quando arriva il carro attrezzi

ha preso in prestito un cappotto

da una volpe che si è dileguata

lasciando impronte come petali sulla neve

 

*

 

Wedding With First Boyfriend

 

After forty years, we know everything

that can and does go wrong—five divorces

between us. The more we drink

and talk, the more his teenaged face

 

peeks out, a starved cat in the ruins.

The hungry looks I loved slink there—

the eyes, the lips, the joking voice.

He has let himself go. Go where?

 

He has settled for a cupboard when we

once owned the very palace

where this young couple shines

arrogantly beautiful and clueless.

 

When we part, I don’t pick up on

his hapless come-on. Yet who ever spent

happier hours than we did then

on that rank couch in the basement?

 

How was this man defeated, who used to sing

and play me Lay Lady Lay on his guitar?

Who, driving to the movies, used to kiss

my fingers in the dark of the car.

 

Matrimonio con il primo fidanzato

 

Dopo quarant’anni, conosciamo tutto di ciò

che può andare male e lo fa: cinque divorzi

tra me e te. Più beviamo e parliamo,

più il suo volto da adolescente

 

riemerge, un gatto affamato tra le macerie.

Gli sguardi voraci che amavo si muovono furtivi –

gli occhi, le labbra, la voce giocosa.

Si è lasciato andare. Andare dove?

 

Si era accontentato di un armadietto

quando possedevamo l’intero palazzo

dove questa giovane coppia brilla

baldanzosamente bella e ignara.

 

Quando ci separiamo, io non raccolgo

le sue maldestre avances. Eppure chi ha mai

passato ore più felici delle nostre di allora

su quel logoro divano nel seminterrato?

 

Come è stato sconfitto quest’uomo, che un tempo

cantava e suonava per me Lay Lady Lay sulla sua chitarra?

Che, guidando verso il cinema, un tempo

baciava le mie dita nel buio della macchina.

 

*

 

Sheer

 

                                                                  I have lost friends, some by death…

                                                               others by sheer inability to cross the street.

                                                                                                            – Virginia Woolf

 

                           I’d just left your old studio on West 4th Street for the last time. Where

you moved when we fell in love. We lived on $5 Cuban-Chinese chicken and even

cheaper wine, haunted the used bookstores that used to grace Manhattan. It was so

sunny when I went up to say goodbye — you and your beautiful young blonde wife

packing up, moving to her house in Carroll Gardens—I put my sunglasses on and ran

down the dark red staircase past the Pink Pussycat, its window full of black leather and

chains I never looked back at. It was even darker outside, just starting to pour.

Fumbling with a collapsible umbrella, I began to dash across West4th when a bike

delivery guy shouted so loud,

                                                                                                                                   NO!

 

I froze

                  as if playing statue—

                                                        the ball of one foot half off the curb

the other mid-stride as wind slapped my face, the trail of a black SUV the size of

Oklahoma stampeding past.

 

                         Thank you! I cried. Not being dead yet. My guardian angel gone, to bring

someone pizza. I fixed the umbrella, looked both ways, and walked on water across the

street.

 

Semplice

 

                                                                                   Ho perso amici, alcuni per morte …

                                                         altri per semplice incapacità di attraversare la strada.

                                                                                                                                 -Virginia Woolf

 

                    Avevo appena lasciato il tuo vecchio monolocale nella Quarta Strada Ovest

per l’ultima volta. Dove ti eri trasferito quando ci eravamo innamorati. Vivevamo di

pollo cubano-cinese da 5 dollari e di vino ancora più a buon mercato, bazzicando le

librerie di usato che allora abbellivano Manhattan. C’era così tanto sole quando sono

salita per salutare – tu e la tua bellissima giovane bionda moglie che facevate i bagagli,

per traslocare nella sua casa a Carroll Gardens – mi sono messa gli occhiali da sole e

sono corsa giù al buio lungo la scala rossa oltre il Pink Pussycat, la sua vetrina riempita

di pelle nera e catene che non mi sono mai voltata a guardare. Fuori era ancora più buio,

stava giusto iniziando a diluviare. Armeggiando con un ombrello pieghevole, ho iniziato

a correre attraverso la Quarta Ovest quando un giovane fattorino in bicicletta ha gridato

fortissimo,

                                                                                                                               NO!

 

Mi sono bloccata

                            come se impersonassi una statua –

                                                                             un piede con la punta mezza fuori dal cordolo

l’altro sospeso a metà del passo mentre un vento mi schiaffeggiava il viso, la scia di un

SUV nero grosso come l’Oklahoma che scorreva via.

 

                    Grazie! ho urlato. Non ero ancora morta. Il mio angelo custode sparito, per

consegnare la pizza a qualcuno. Ho sistemato l’ombrello, ho controllato da entrambi i

lati, e camminando sull’acqua ho attraversato la strada.

 

*

 

How the Light Gets In

 

Don’t call it your bad hip—

recall the Japanese art of kintsugi

and be the cracked vessel

patched with gold.

 

Don’t wince when it squeaks

but thank the bright steel

cupping your pelvis

and capping your thigh.

 

Don’t be shamed by the scar—

you’ve wrestled till day break

with man and god, and managed

to limp away blessed.

 

Come si insinua la luce

 

Non chiamarla la tua anca malata –

pensa all’arte giapponese del kintsugi

che il vaso incrinato

sia riparato con l’oro.

 

Non trasalire quando cigola

ma rendi grazie all’acciaio lucido

che a coppa sul bacino

accoglie la tua coscia.

 

Non avere vergogna della cicatrice –

hai lottato fino al sorgere del giorno

con uomo e dio, e sei riuscita

a zoppicare via santificata.

 

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L’ultima raccolta di Barbara Ungar, Save Our Ship, ha vinto il Richard Snyder Memorial Prize come miglior libro del 2019, e ottenuto altri riconoscimenti importanti. La plaquette EDGE (nome che deriva dalla lista EGDE delle specie minacciate di estinzione) è stata appena pubblicata da Ethel Press. Fra le raccolte precedenti ricordiamo Immortal Medusa; Charlotte Brontë, You Ruined My Life; e The Origin of the Milky Way, che ha ottenuto il Gival Prize e il secondo premio nell’Independent Publishers Book Award. È docente al College di Saint Rose a Albany, NY, e vive a Saratoga Springs.

***

Un commento su “Barbara Ungar, quattro poesie da Save Our Ship

  1. vengodalmare
    05/07/2020

    Davvero belle, ti fanno trattenere il fiato durante la lettura ..

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 05/07/2020 da in poesia, poesia americana, traduzioni con tag , , .
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