perìgeion

un atto di poesia

Lucetta Frisa, Cronache di estinzioni

di Piera Mattei

Comincerò con l’esprimere un giudizio rotondo: Cronache di estinzioni è la raccolta poetica di Lucetta Frisa che più ho amato.

Conosco la poesia di Lucetta da decenni e da decenni conosco la sua persona, godo del privilegio della sua amicizia, e mi azzardo quindi a dire che questo libro mi sembra quello che meglio esprima la forza del carattere della sua autrice. Perché di questo stiamo parlando di una “ricerca poetica… autorevolmente intrepida e impaccabile” come scrive Elio Grasso concludendo la sua dedicata Introduzione.

Questo significa che, dopo cinquanta anni di scrittura, l’ispirazione di Lucetta non sembra accusare stanchezza anzi si mostra in continua evoluzione e si è condensata in qualcosa di nuovo. Con questo non si intende dire che qui la poesia ha conquistato una voce più “bella”. Sto solo parlando di una voce che raggiunge me con maggiore forza.

E, a proposito di quella Introduzione alla quale ho già chiesto in prestito due aggettivi che trovo estremamente appropriati, devo sottolineare che questa raccolta è accompagnata in apertura e in chiusura da una prefazione e da una postfazione che, a differenza di quanto spesso accade, non sono omaggi formali, che contano essenzialmente come firme da aggiungere all’elenco. Neppure sono, e anche questo succede molto spesso, dissertazioni su cosa è, o dovrebbe essere, la poesia. Perché ogni persona onesta lo sa che la poesia si tratta di riconoscerla, ed è quasi tutto lì.

Sono, gradevole lettura, due pezzi scritti da chi certamente conosce assai bene l’attività di Lucetta e ne parla con amichevole libertà. Per questo davvero contestualizzano la raccolta e aumentano il valore del libro. Ho apprezzato la giocosità con la quale Mauro Macario prende in mano questo libretto come fosse il reperto apocalittico di un’epoca oramai sepolta, o dove oramai si vive sepolti (strana previsione davvero!) E ho accolto, in toto, direi, il tono di Elio Grasso a cominciare da un incipit straordinario, rubato a Paolo Conte (Conte il grande): “In certe epoche i poeti, lirici ed elegiaci, s’incazzano come i ciclisti francesi in passato con i ciclisti italici”. Si potrà dire che si tratta di un’analogia un po’ sbilenca perché qui non c’è un campione straniero che ruberebbe in volata il traguardo, ma non importa. Invece conta quell’impegno rabbioso, senza smettere di pedalare.

A conferma, dopo la poesia d’apertura ancora una volta dedicata alla madre, nella seconda poesia, Detrito, troviamo l’espressione il “mio resistere caparbio”. Troviamo, è vero, ancora una volta una Lucetta piccola di faccia al mare. La piccolezza e il mare sono due altri tempi onnipresenti nella poesia della nostra amica poeta. Ma qui Lucetta Frisa ha abdicato definitivamente alla consegna di restare bambina, ha abdicato alla sua, edenica e insieme dolorosa, condizione di “regina assoluta del piccolo”, alla quale si era altrove (in Se fossimo immortali, provo a ricordare), volontariamente destinata.

Infatti ecco, subito, nella terza strofa della poesia Vulcani, una dichiarazione di scelta verso ben altri registri: “Amo gli antichi umani guerrieri/ che dichiarano l’odio a voce alta/ rumoreggiano/ insultano”. Poi, dopo il fuoco ridesto dei vulcani, ecco arrivare i crolli, nell’omonima poesia, di cui la chiusa molto mi ha colpito, proprio per quel suo scarto finale: “ma chissà chi ero nell’ottocento/ forse ricamavo e suonavo il piano/ però rabbiosa.”

Proseguiamo. C’è un pranzo di Natale forse sperimentato in un algido incubo, ingombro di briciole e di insetti: “Io volevo un’altra tovaglia, altre pietanze/ non proprio natalizie ma almeno pulite”.

La serie continua con l’Antartide che scioglie i suoi ghiacci, il Burian che impazza, gli Annegati, senza che il tono si intrida di “poetica” pietà, si faccia, per così dire, bello: “Adesso non faccio caso se il testo/ riporta scansioni e punteggiature scorrette/ se le frasi presentano incontrollabili perturbazioni”.

Chiara pertanto in Lucetta la consapevolezza del cambiamento che si è verificato nella sua scrittura, tutta attenta a dire, anzi a registrare come si disgrega il mondo. Anche piccoli animali, lucertole, acciughe, provano a raccontare le loro trasformazioni, le loro storie. Anche il cielo sta lasciando cadere le sue forme eterne, la Luna, il Sole, finiscono i fiori, gli insetti.

Di chi la colpa di tutto ciò, di qualcuno, di tutti? Verso chi, verso dove rivolgere una rabbia che coinvolge il cosmo? Perché qui la morte, la morte che si appressa, si fa pressante e incalza disgregando montagne di pietra e di fuoco, non è la morte degli individui, ma la morte del mondo.

Ricordo che, a proposito di Se fossimo immortali, avevo individuato tre registri sui quali sentivo cantare la poesia di Lucetta: uno metafisico-cosmogonico, un altro tragico – d’immedesimazione con chi non solo ha compiuto il salto fuori dalle leggi della logica e della convivenza, ma ha attuato l’estrema ribellione contro l’esistere, i pazzi e i suicidi – mentre il terzo registro era quello della melanconia domestica, della ripetizione che salva e sgretola, in istantanee d’interni.

Qui, in Cronache di estinzioni, il tema della pazzia, della follia dell’individuo, intendo, è assente, e, sì, ritroviamo in Natura morta, il tema della malinconia domestica, ma in un travisamento da incubo. Il tono che prevale tuttavia è quello metafisico-cosmogonico che nel frattempo si è dilatato in grido.

Cronache di estinzioni (Puntoacapo 2020)

***

CRONACHE DI ESTINZIONI


Crolli

Crollano da soli alberi palazzi chiese fabbriche scuole
crollano i portieri in mezzo al campo i ciclisti
sulla strada certi signori a Torino alla fiera del libro
crollano di stanchezza certi anziani e signore sole
crollano facendo la fila per qualcosa crollano
i ponti giganteschi che spaccano in due una città
fanno quarantatre vittime molte rovine
crollo io crolli tu perché la vita ha un peso micidiale.
Ma una volta eravamo tutti à plomb? Dritti
come la riga delle pettinature dritti
in piedi come i militari e le case dei ricchi
che non crollano nei terremoti nessuno
si sedeva troppo dormiva poco pronti
a imbracciare Il fucile il righello o il pettine e la linea
morbida restava solo nel carattere delle signore
d’alto bordo flessuose ma coi corpetti rigidi
obbedienti alla linea verticale degli uomini.
Se fosse stato così per fortuna io non c’ero
sarei subito crollata gridando allo scandalo
cercando la lama dritta di un coltello
e sarei subito finita in galera
(ma chissà chi ero nell’ottocento
forse ricamavo e suonavo il piano
però sempre rabbiosa).

*

Natura morta

Sulla tovaglia hai rovesciato il vino
e quante briciole, quanto disordine.
Io volevo un’altra tovaglia, altre pietanze
non proprio natalizie ma almeno pulite.
Dovevamo mangiare in sala da pranzo
non sempre qui con questo odore e i sacchi
della spesa fuori posto. Fuori posto qui è tutto
a cominciare da me e te che non sappiamo
tenere bene una casa mettere ordine.
Non c’è più caffè il frigo è guasto e ho dimenticato
di pagare le fatture. Se almeno sapessi scrivere
di tutto questo ruvido vivere mettendomi a ridere
ma chi può aiutarci gli amici sono all’ospedale
e poi ognuno fa la sua vita ed è nato pratico.
Intanto i topi squittendo salgono sul tavolo
si contendono gli avanzi sporcano ancora di più.
Uno sciame di scarafaggi scricchiola sul pavimento
cumuli di siriani afgani e africani si affollano
silenziosi sotto il tavolo per morire schiacciati
uno sull’altro liste e liste di nomi di ammazzati
coprono il cielo piovoso e nessuno mette ordine
e a chi chiede il cessate il fuoco regalano
con un sorriso un fiore di Sanremo. Dove mettere
i piedi per fuggire in un’altra stanza mentre
zanzare e api ferocemente cominciano
ad attaccarci con il loro kalashnikov scambiandoci
per dolci pollini creature di zucchero. Ma sappiamo
che ancora per domani almeno
forse noi non andremo in guerra.

*

Antartide, 1

L’Antartide si scioglie, i suoi ghiacci
non sono più Antartide perché si frantumano
poi si tuffano in mare
diventano un’unica acqua. L’Antartide
perderà il nome
il gelo, i confini, il disegno, l’incantesimo.
Warning: once upon a time qui c’era
l’Antartide – si leggerà su un’insegna luminosa.
Si è ammalato un continente
immenso e silenzioso che parafrasava l’eternità.
Ricordo il mostro di Mary Shelley brancolante
impazzito tra i ghiacci dell’Antartide
(almeno lui, così narra il libro, la trovò intatta).
Dov’era esattamente questa Antartide? – chiederanno.
Qui e là, tutto in giro, in questo spazio immisurabile. Immaginatelo!
L’immaginazione non prende il posto della realtà?
Dice bugie magnifiche per sostituire tutto il desiderabile:
lo spazio il gelo il bagliore del bianco il tremito della pelle il rallentarsi
del battito. E i libri che si scrissero sul ghiaccio e le balene
le baleniere gli orsi i pinguini le foche, Zanna Bianca, Jack London
e la sacra balena di Melville.
Saranno presto pezzi da museo, ma anche i musei
si scioglieranno in pezzi. Basta lo sciogliersi
di un qualcosa che subito si scioglie pian piano tutto il resto
trascinato da questo sollevarsi delle maree
da questa energia segreta.
E tu piangi per la fine del tuo lungo matrimonio
e lo chiami tradimento – forse che l’autunno
tradisce l’estate? Tradimento
anche i tuoi primi capelli grigi?

*

Burian

La vecchiaia
sale su dalla punta delle dita
sale su per le braccia
un brivido
finché raggiunge il centro
dice Paolo
indicando il cuore
nel caldo del salotto,
col suo sorriso mite.
Si continua a parlare del burian
che incombe dalla Siberia
burian nei telegiornali
burian nei quotidiani
burian nei supermercati
burian nel web
Bisogna proteggere i tubi dell’acqua
le auto, i senzatetto, gli animali, le coltivazioni.
Vento e neve scuole chiuse
macchine spargisale alberi abbattuti
il ghiaccio ci avrebbe tutti sepolti
come nell’Orlando della Woolf.
Il freddo non è letteratura non starei
avvoltolata nel plaid col terrore
che si blocchi il vetusto impianto di riscaldamento
ma finalmente dopo tanti anni scrivo poesie
e traducendo I viaggi di Yves Bergeret nel Mali
anch’io sono nell’oro di quell’aria
a sudare insieme a lui.
Adesso la neve
ha incipriato le ringhiere
-sono abituata a questo silenzio claustrale-
In attesa che il burian faccia il suo lavoro
anche qui a Genova dove sta splendendo il sole
e io possa udire lo schianto sul balcone
dei miei vasi di fiori.
Stamattina mi sono svegliata
e c’è la neve
fiocca dolcemente sulle dita ma per oggi
so che non giungerà al cuore.
Che ci lasci camminare ancora un po’
senza scivolare, con l’orgoglio dei guerrieri.

*

Annegati

Nell’antico Egitto chi annegava nel Nilo
diventava un dio ed era onorato
forse perché entrando nel mistero
sarebbe un giorno o l’altro ritornato
a raccontare il vero.
Ora davanti al mare occidentale
nessuno prega né guarda l’orizzonte
davanti a sé eppure questo mare
pullula di annegati sul fondale
di ogni razza ed età.
Non diventeranno mai divinità.
E li lasciamo soli nella morte
anche gli dèi si sono inabissati
in quale mare morto non si sa.

*

Plastica

La terra lentamente si ricopriva di gusci di conchiglia
soffocando ogni intenzione di vita: il suolo duro e arido
la stringeva in una morsa letale. Sarebbe diventata
secca e leggera come una foglia autunnale sbattuta nell’universo
dal vento cosmico.
Qualcosa di simile lo lessi rabbrividendo
in un gelido racconto di Süskind che posso parafrasare
sostituendo i gusci di conchiglie con gusci di plastica.
Prima che la plastica invadesse il mondo
fino agli iceberg e alle barriere coralline
qualcuno aveva previsto la catastrofe
ma per noi è la regola rimuovere
le previsioni negative esagerate.
Lasciateci vivere in pace
comodamente godendo i nostri progressi commerciali
consumare tutta la plastica che ci serve
e quando la terra finirà soffocata
dalla crosta plastificata
quando il mare
sarà solo una gran zuppa senza sale
noi non ci saremo più.
Non siamo eterni per fortuna e anche lo fossimo
ci adegueremmo perfettamente a un pianeta su misura.
Le zolle
saranno protette da una griglia speciale
dentro certe speciali riserve
per turisti nostalgici molto anziani.
(ingresso a pagamento).

*

Qui dove noi siamo

Ai tempi di mia madre c’era già
e anche di mia nonna e adesso e dopo
ci sarà ancora e ancora.
C’era l’anno passato i secoli passati
ai tempi del rinascimento e prima
del medioevo e prima dell’avvento di Gesù
prima dei greci degli egizi di tutti i popoli
della terra d’oriente e d’occidente.
Ai tempi di Adamo ed Eva era già lì.
Non se n’è mai andata
(anche se avvelenata).
Sono scomparsi tutti: paesi,uomini,mari, monti,
interi continenti.
Ma lei è qui.
E sempre resterà dove noi siamo.
(finché ci saremo)
La divina ARIA

____

5 commenti su “Lucetta Frisa, Cronache di estinzioni

  1. glencoe
    25/07/2020

    L’ha ripubblicato su l'eta' della innocenza.

    "Mi piace"

  2. vengodalmare
    25/07/2020

    “ la divina Aria” .. trasparente e vitale come le sue poesie. Grazie.

    "Mi piace"

  3. francescotomada
    27/07/2020

    Poesie meravigliose.

    Francesco

    "Mi piace"

  4. Chiara Albanese
    28/07/2020

    intensissima, grazie Lucetta

    "Mi piace"

  5. iole
    30/07/2020

    Poesia lavorata addosso come fa la vita. Si sente lo sguardo della poeta, si sente il suo cuore.

    Apprezzata anche la presentazione che, conoscendo l’autrice, ha modo di sapere con certezza quello che i versi mi confermano.

    Molto.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 25/07/2020 da in Senza categoria.
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