perìgeion

un atto di poesia

Cristina Annino, inediti

 

 

 

La paura di Gilda 

 

So ogni volta tre

cose: che forse

potrei impedire ciò

che farà. Magari

succede e non capirò

perché. Che mai però

sarà una colpa…

Quando lo

vidi salire le scale, tutto

sorrisi, centimetri, e fioca

intermittenza dentro. Fu

tensione da scasso o

lampioni di strada. Mi

fulminava la faccia

elettricamente, palo

da palo, con luce

compressa; era troppa

massa in un corpo

solo. Finché l’Ombra

intera mi fu sopra. 

 

 

Cena con Tesla

 

Allora grazie per essere

qui, noi che siamo

bottiglie. Si vive sul nostro

Crodino (ognuno il suo; ce ne sono

altissimi come pali). Noi

beviamo senza invidiarli. Caro

il mio Tesla, vogliamo metterlo in

versi, lo sdegno sovrano della

carne per quella stracotta dei ruffiani? Mi

guardi – falsi eredi, una

guerra! – Vero. Io fumo, ti stendi, mi

chiedi la sigaretta.

 

****

 

Pesanti gli scalini

come sono le scale;

Omone o Michlen, venga!

In ogni

stanza, passi di

noi due quasi

fosse lui solo, tornato a

illuminare

le travi. Ma laggiù

sulla porta, che fanno i

sicari? Infilzano doppi il

Sebastiano vero poi

via! Così

la dispersione scuce

molecolari: da una

parte i Fanti, dall’altra

i Santi del nostro cognome e

mettono il copione a

teatro. (Ma Ingresso del

pensiero, lui era dal

secolo annunciato come

cima delle due ali).

Creò

la casa

con frecce che sembrano

fari, balenii a squarci di

lampo. Luce,

dappertutto! In

tribunale

fece un atto così

di croce che

tradisce. Oggi ha

i più

perfetti nomi in mano come chiodi

di garofano.

 

 

Ultimi lampi

 

Malinconia geniale se arriva

fango alle porte di casa! Ma

quando piove così a lampi per

strada, neppure un compare di

danza potrebbe o la chirurgia.

Cerco

di capire chi sia che ci stanca

avanti indietro; s’attacca al

garrese, giro

eterno, poi scappa

volando sui tacchi coi nostri

volti. Forse ancora

ci tiene al mondo la voglia di

qualche evento.

Credo di

reincarnarmi o sia avvenuta una

grazia! nel lampo di

chiaroveggenza invece

penso: Quello

piomba

nella barca ferma di noi; ci

solleva una mano e sente

l’odore semivivo dei polsi. Ma

schiaccia lo stesso col

piede la nostra

faccenda, la getta come niente dal

ponte. Rende insomma pulita la bomba.

 

 

La  caverna

 

Siamo seri. Lui sposta

scrivendo aria e basta. NON

leggere Eliot più d’una volta (se ci

riesci), i più mediocri furti

nascono dal tabaccaio. Tosa

con le mani ogni cosa dal

mondo. Hai presente le siepi?

Che altro!  C’è chi

starnutisce sinfonie celesti col

naso, ma ci sono lampadine

spente e bagliori fatui (Dal

tabaccaio ripeto, rubano

cartine fumando sigarette tutti

curvi al fuoco dell’accendino,

come rupestri nella parete)

 

 

Giano

 

Mento quadrato e occhi a

capanna; quando si rade, sul

collo gli spunta il  gemello. Non

partorisce mica, sta eretto.  Si

cretta, ecco, un vivaio piccino tra

le vertebre sacre e uno scrasch  di

rumore

entra nell’ universo. Tutto qui.

 

***

 

Gente con  braghe aperte

scappa dal water appena lui

gira

le facce come un panzer

lentamente  il mortaio. Poi dal

buco compressi:  il manicomio,

presto, un pompiere! forse….dov’è?

Sul bancone..Noo, l’elenco!!!” Lui esce-

silenzio- lui posa

in aria il petto senza gemello,

osserva la gente indiscreta che

c’è, spalanca il vetro, poi va, mento

verso, com’ un troiano alle porte.

Questo,Dio creò, tutto il resto

crebbe.

 

 ***

 

Dico invece che capire sarebbe

la più orgogliosa

coscienza di

spazio; stiamo in Terra e non

è una pineta per nani!

Pionieri in cantina

su schede infinite,  marziani di

scienza, va bene, può darsi! ma

siamo chiusi.  Per tale

nostalgia nei pori si cade a

vite sul fondo di bicchieri, ali

in su. Una

mosca al giorno toglie

di torno il Pensiero. Ok!  Ma

non dormo! l’idea di Giano mi

riporta i piedi nei

gabinetti, vedo panzer, mortai, vedo

letti di manicomio, troiani e le porte,

vedo Archimede affogare

nell’acqua d’ogni

tazza e Platone com’eravamo noi. Lo

chiamano il Clone.

 

 

 

 

 

 

7 commenti su “Cristina Annino, inediti

  1. giadep
    29/07/2020

    “capire sarebbe

    la più orgogliosa

    coscienza di

    spazio”

    che incoscienza, e che ritmo!

    grazie, cara Annino per questi oltre che trasmetti e porti, i tuoi libri pieni di spazio e per le sorprese di chi riesce a considerare lo sbigottimento e l’aria che crei in “stanze” abitate dalla vita, anche da quella scritta con un tempo personalissimo nonché uno sguardo circolarissimo, geometrico (?),
    creatore.
    ciao perigeion
    G. De Pietro

    Piace a 2 people

  2. Silvana Baroni
    30/07/2020

    come sempre grandi versi – in questi trovo una maggiore disponibilità ad aprirsi allo svelamento, alla partecipazione – in ogni modo versi che sempre coinvolgono l’emotività e il sogno del lettore per quel ritmo che obbliga alla seduzione, per quell’ariosità che dono libertà.

    Piace a 1 persona

  3. ninoiacovella
    30/07/2020

    Poesie elettriche ed elettrizzanti, per ritmo, immaginario e perfino per ideazione. Si allarga quel Pantheon pagano di cui parlavo in una recensione alle Perle di Lochness: vi si aggiungono Tesla e Giano, controfigure che impersonano il voltaggio e l’ambiguità della creazione, rispettivamente. Il prodigioso inventore Tesla poi, il cui nome a differenza di quello di Edison è stato a lungo – ironia della sorte – oscurato dal rivale (a livello storico le cose sono più sfaccettate, ma sappiamo che la poesia si nutre della forza dell’immaginario, non delle ricerche d’archivio) è un sodale naturale di Annino, il cui nome è ingiustamente oscurato nella grande editoria, ma i cui versi continuano a entusiasmare nuove leve come già i vari Fortini, Pagliarani e Giudici il secolo scorso. Importante è lasciare agli altri l’invidia, per mantenere intatta la freschezza della propria creazione – e Luce / dappertutto!, attribuito non più a Dio ma a Tesla, in una nuova Genesi industriale, la Genesi del talento umano. Come già notato altrove da Guglielmin, le immagini relative al furto già presenti in Annino ritrovano qui nuova linfa, facendo precipitare la guerra dei brevetti e dei furti – Tesla vs. Edison – e cercando di salvare proprio Eliot (il quale famosamente disse che i grandi poeti non copiano, ma rubano) dai propri imitatori o falsi-eredi con l’eretica esortazione di leggerlo una volta soltanto (il tema del clone, della copia, che si dirama nella parola-chiave ‘gemello’ già in Gemello carnivoro, è costitutivo delle due facce di Giano, e spiega anche la presenza di Platone, con l’idea che il reale sia solo una copia dell’ideale – ma per Annino il reale, se colto davvero, non è copia di null’altro, contiene già tutto).

    Davide Castiglione

    Piace a 2 people

  4. pietro1968
    01/08/2020

    La voce di chi pensa – solidale con altri che pensano – crea il cortocircùito nel tempo, e si instaura una conversazione con personaggi storici e con altri umani, fratelli, incluso il lettore. Che squadra! Con Tesla, Archimede, Rita Hayworth persino. Tutti quanti naturalmente soggetti perlomeno a minacce, se non addirittura cacciati, perseguitati o esclusi – presumibilmente perché non si uniformavano. Continua il discorso che già Davide Castiglione ha individuate, iniziato con Anatomie in fuga, l’arte popolare come copia, e il poeta irriducibile a ricordarci che lo spirito non abita “i più mediocri furti” e non è “il Clone”. La cosa più interessante è che in questi testi ci viene porta poesia come shibboleth, parola che chi pronuncia usa come trucco per riconoscere gli amici dal resto. Il poeta insomma enuncia qui il patto segreto tra chi scrive difficile e chi a questa difficoltà s’abbevera. E non è un affare elitista, è una conversazione a tavolino con tanto di crodino, è una complicità tra chi capisce perché abita il pianeta Terra, non una pineta per nani (quest’ultima l’immagine di una falsa coscienza di spazio). L’Arte Alta con il pedale basso d’altronde rimane una costante di questo poeta da sempre. Solo qui s’affievolisce l’allarme, si intensificano il colloquio, l’amicizia, la gratitudine.

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    • pietro1968
      01/08/2020

      PS la differenza di una sola “a”

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  5. Ugo Magnanti
    04/08/2020

    In riferimento all’ultimo testo, mi è venuto fatto di pensare che, certo, sarebbe stato ben strano che una grande contraffattrice della realtà, e dell’ hic et nunc, come l’Annino, non si fosse cimentata, prima o poi, con Giano! Del resto parliamo di una autrice spesso avulsa dal presente, in vari sensi; bensì creatrice di una scrittura agganciata di frequente al passato, ma con un occhio sbieco, mentre con un altro occhio altrettanto sbieco è agganciata al futuro: le due direzioni che assumono le due facce bifronti. Gli stessi punti cardinali, a cui si associa il dio in questione, fermentano e ruotano all’impazzata sotto la penna della Annino.

    In “Giano” l’altezza del mito si scaraventa sul quotidiano, come un giocattolo a cui si è sottratta la massima confidenza. Che lenti potenti, monta e punta il microscopio della Annino!: di una rasatura casalinga ma straordinaria ti fa vedere anche i pori, te li fa scendere ‘a vite’, su una faccia che ne produce un’altra, che anche è una mappa agricola su cui si raffigurano i campi dall’alto, i rettangoli delle serre, e per cui il rasoio è l’aratro che richiama, per me, l’ albo versorio dell’ Indovinello veronese, cioè la penna d’oca, la scrittura, e produce un piccolo rumore che si allarga, diventa grande (il mio sesto senso vede emergere la Annino da una lunga tradizione, come pure la vede sguazzare con gusto nel canone prossimo).

    Si è detto, una poesia “piena di spazi”; qui in particolare di spazi chiusi: la cantina, il manicomio, il bagno dove ci si rade, dove si evacua, e l’onnipresente sorpresa, il solito diabolico slittamento: ma di che razza di bagno si tratta, un bagno affollato, un bagno pubblico? Dove in tanti scappano dallo sguardo di Giano: bellissima, magistrale, la similitudine fra il lento voltarsi di Giano e il mortaio del panzer.

    E allora il sospetto è che Giano sia in fondo la nostra umana miseria che gode nella viltà del passato e in quella del futuro… veramente un’idea che non fa dormire, perché è assenza di sé, forse, ma soprattutto surplus, accumulazione di cose, di alto e di basso, di idea e di realtà, di fuori e di dentro, di caos e di messa in scena calibratissima, di piccolo e di grande; soprattutto questo: un ingrandimento, una dilatazione dei particolari che saltano in primissimo piano.

    E la comica finale fatta di voci che si accavallano sparge il suo lievito sulla realtà, che certo, “non è copia di null’altro, contiene già tutto”, ma che continua a lievitare, a partire da un atto creativo: proprio come sembra fare l’autrice. “ Questo, Dio creò, tutto il resto / crebbe”.

    Ugo Magnanti

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  6. ninoiacovella
    15/08/2020

    La voce di chi pensa – solidale con altri che pensano – crea in questi testi il cortocircùito nel tempo, e si instaura una conversazione con personaggi storici d’altri tempi e con altri umani, fratelli: Tesla, Archimede, Rita Hayworth persino. Incluso il lettore. Che squadra! Tutti quanti naturalmente soggetti perlomeno a minacce, se non addirittura cacciati, perseguitati o esclusi – presumibilmente perché non si uniformavano. Continua il discorso che già Davide Castiglione ha individuate in Anatomie in fuga: il popolare come copia, e il poeta irriducibile a ricordarci che lo spirito non abita “i più mediocri furti” e non è “il Clone”. In questi testi ci viene porta poesia come shibboleth, parola che chi pronuncia usa come trucco per riconoscere gli amici dal resto. Il poeta insomma enuncia qui il patto segreto tra chi scrive difficile e chi a questa difficoltà s’abbevera. E non è un affare elitista, è una conversazione a tavolino con tanto di crodino, è una complicità tra chi capisce perché abita il pianeta Terra, non una pineta per nani (quest’ultima l’immagine di una falsa coscienza di spazio). Quanta differenza in una sola “a”. L’Arte Alta con il pedale basso d’altronde rimane una costante di questo poeta da sempre. In questi inedita però s’affievolisce l’allarme, si intensificano il colloquio, l’amicizia, la gratitudine.

    Pietro Roversi

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Questa voce è stata pubblicata il 29/07/2020 da in Senza categoria.
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