perìgeion

un atto di poesia

Ruggine e oro di Marco Munaro (Parte seconda), di Antonio Alleva

 

 

 

di Antonio Alleva

 

Giulianova Lido,
giugno 2020.

A Marco.

 

RUGGINE E ORO. Le leggi della ruota antica

Marco Munaro è un mio fratello, condividiamo da vent’anni l’ustione la grazia la sonda la fregola bambina della poesia. E anche la fatica quotidiana per intrecciarla con la vita. C’ero già nel 2003 quando Marco, in veste di soave maieuta ̶ come lo ha definito Umberto Simone – avviò la straordinaria avventura del Ponte del Sale. Quindi mi conosce bene e sa il rigore del mio monaco interiore e quanto non mi senta adatto alle recensioni canoniche. Brindo a RUGGINE E ORO e saluto a modo mio libro e autore.

…Vedo il groviglio delle acque separate, sento
il labirinto dei loro vasi comunicanti.

Annoto subito questi due versi, tratti dall’incipit del volume, perché ai miei occhi custodiscono lo sguardo e la postura più profondi con cui è stato scritto. Subito dopo vi parlo della foto qui pubblicata. La foto che Marco mi inviò appena la sua nuova creatura uscì dalla tipografia. RUGGINE E ORO: ancor prima che ricevessi la mia copia come socio del Ponte, Campanellino – chiamo così l’annuncio buono per il me lettore – mi segnalava che quel titolo, brillìo e pepita, ci suonava strettamente familiare. Ci, ossia all’intera confederazione delle mie anime, a noi che con i villaggi e le radici abbiamo fatto capriole nell’erba conti serrati lotte all’ultimo sangue. Guardate la luce nella foto, la polvere dorata della copertina che illumina il legno e il color ruggine del pavimento di cotto. Traduco il titolo a modo mio: la ruggine, la ruggine radiosa di Lèdo Ivo, citato in esergo, la ruggine che si deposita lungo la vita che passa, e l’oro che si deposita lungo lo stesso cammino vanno affidati non solo al ricordo ma al complesso della memoria, e per acquisire un senso più utile e compiuto reclamano di essere nominati dalla parola profonda della poesia.

VERSO IL TARTARO. Non a caso Nulla se non il nome titola il preludio dellibro. Leggendo ti accorgi che quasi sempre manca il punto alla fine dei versi. Me lo spiego così: chissà quanti altri nomi dovremo ancora dare a cose e figure di ora e di allora dalla collina degli anni che incurva e slarga. Continuo, mi muovo anch’io verso il Tartaro, 1a delle quattro sezioni della raccolta. E scelgo Canonica e Rosolina come altane del mio sguardo: so che da lì potrò scorrere avanti e indietro, risalire e scendere in barca questo volume pieno di paesaggio e d’acqua. RUGGINE E ORO è un raffinato atto di travaglio e d’amore. Un omaggio profondo e pieno di grazia alle radici e alla loro geografia, anche storica e umana… e autobiografica. Decisamente autobiografica. Chiamando tutto per nome. Senza paura di sconfinare, senza temere d’accorciare il respiro alla poesia mescolandola in campo così aperto alle pericolose imboscate di ogni biografia. L’autore comincia a chiamare. Zia Leda, dice, l’ho imparato dalle tue gambe sghembe, dagli occhi buoni, dal tuo parlare antico quel qualcosa che si sente e si capisce dopo, quando non c’è più. Come le ore infinite nella spiazzo dell’asilo dietro a un pallone, o i morti nel cimitero vecchio dietro la canonica che SANNO DI TE: o … ascoltate questi versi da capogiro … il tempo favoloso dei giorni / e quello straniero della storia.

Paesaggio, figure, memoria. La riva sinistra del Po, la sponda destradell’Adige, l’acqua dei fiumi dei navigli dei canali dei fossi, il Tartaro pieno di pescegatti e tinche… il ramo del fiume che solcava e cingeva Rovigo, formatosi a sud prima del Mille. Cito con arbitrio da pag. 27. Marco guida il paesaggio e i suoi elementi in un valzer lento, un valzer
di stupore senza strepiti. Greggi dolcissimi, giovani pastori, artemisie e altee, spighe verdi e secche delle erbe, fronde canne foglie… il sonno abbracciato dei sambuchi, i deboli fiati dei soffioni / le terre alluvionali … e in Golena a pag. 37 lo sposalizio ricorrente tra paesaggio e figure care, come se la memoria non avesse senso senza di esso, segna uno degli apici del libro. Parafrasando il penultimo verso di Golena qui l’aria della poesia è così tersa che prende fuoco.
Come vedi, caro fratello, fare i conti con le radici non è uno scherzo. Per infierire, basterebbe aggiungere quella foto del 1953 a pag. 38, figure care chiamate col proprio nome alle prese con un battesimo, con un uomo tornato dal campo di prigionia in Germania, col breviario del prete, anche lui chiamato per nome: e col mazzo di garofani bianchi che copre il viso di una zia. Sembra estate, o forse è primavera

…scampata la guerra, la miseria                                                                                                    in questa piccola tregua del tempo felice

Altri due versi da capogiro.
… Dall’altana di Canonica passo a salutare anch’io Rusina a la Tureta (pag. 36), seguo il canto a una nonna incorniciata in un’epoca lontana, seguo questo canto che per schegge rilucenti e suoni in lingua madre la dice lunga su quanto sia potente il collante dell’appartenenza. Rusinaaa, il tuo volto i tuoi occhi nel macero, le canne la canapa il letto al bugà, e il tuo volto acqua nell’acqua, pupilla, strope, bigatt, e la Tureta, ai màsar. Che meraviglia. E come non fare i conti con la memoria di nostra madre? Magari in un 6 ottobre (pag. 42) o forse ricordando il 6 di un ottobre in cui è andata via. L’esergo in dialetto che qui appare mi sembra la percezione tattile della mano che a volte poggiamo su una spalla, e con tono conscio e rassegnato esclamiamo:

Che brutta roba diventare vecchi.
Che bruta roba dvantar več.

Nel dialetto rodigino (immagino si tratti di uno dei dialetti del territorio) il suono abbrevia e smussa il ritmo esaltando la perentorietà del significato. L’esergo conferma il moto centripeto della ruota antica, giunge il tempo anche per i poeti di chiamare i ricordi per nome, e quello della madre è sempre gravido di significati definitivi:
la percezione della finitudine, lo stupore spesso angosciato e incupito… ma in RUGGINE E ORO i sentimenti estremi vengono tenuti a bada da una sorta di aldilà del dolore da cui la memoria può richiamare senza piangere o urlare, semmai con la dolcezza d’una malinconia cristallina e stupita, mai ingabbiata dalla nostalgia.

Sempre da Canonica e Rosolina, altane strategiche rispettivamente piazzate all’inizio e prima della fine di del volume, spicco un volo e faccio la spola tra Canicola e Arcani minori (2a e 3a sezione). Una galleria di altre figure. Compagni di viaggio e di vita, d’arte e di passione. Continua lento e instancabile il valzer aggraziato dell’autore, il suo giro di ballo con ognuno di loro, un ballo riconoscente e accorato, e il tono mi pare da congedo preparato per tempo. Ché ottobre è il mese che annuncia l’inverno … ma è anche il mese della quiete che segue «l’assalto glorioso dell’estate», un mese lungo che dirige, forte e fiero, l’orchestra del suo altrettanto cromatico e glorioso pantone. Pardon, non ho resistito, l’ultimo commento è mio. Ma l’ottobre che viene rinominato a pag. 56 è di Marco Munaro, una pagina da antologia. Poesia che illumina, che con un rinnovato balzo d’oro coglie in flagrante «…la malattia del cereale, la ruggine che lo rode, maligna, allo stelo» (Virgilio, nella magistrale traduzione di Gianfranco Maretti Tregiardini).
La ruggine annidata nella condizione umana, prendendo a metafora la ruggine riferita alla malattia del grano.

Vero come il Nord.
Chiaro come il Sud.
              Paul Celan

È l’esergo di Luna nuova, sezione finale. Eccomi quindi in cima all’altana di Rosolina, qui sotto vedo anch’io la foce che chiama, qui sotto è giunto il tempo di chiudere il cerchio. Rosolina è un’altra poesia da capogiro. Mi spertico: è splendida. Vorrei riportarla per intero, ma è bene che il lettore corra a sfogliare. Tuttavia non resisto e preannuncio almeno quella strofa centrale in corsivo: capolavoro di visione, di eleganza, di suono e senso che perfettamente fusi ascendono, e rendono il testo musica, poesia vivente:


Acque dolci, acque salmastre
acque correnti acque stagnanti
e i pesci che vengono! gli uccelli che si nascondono!

Argilla, legnetti, capanne…

Omaggio a Zanzotto, mi pare di poter dire, al maestro di un tempo. Siamo in conclusione. Arriviamo al congedo, non certo del vivere, arriviamo sulla collina degli anni che slarga la vista e quieta i battiti: e reclama una sosta, e tutto il sorriso fin lì acquisito. Arriviamo a Galilei, ultima poesia di RUGGINE E ORO: vibrante passaggio di testimone a un figlio votato alla fisica, ché anche i poeti sono madri e padri e non sfuggono alle leggi della ruota antica.
Ora tocca al figlio scendere nella valle del mondo, come accade da che mondo è mondo, gli tocca trascorrere altre ore infinite nello spiazzo dell’asilo dietro a un pallone, ore infinite dentro il nuovo pulsare della velocità digitale… a sua volta gli toccherà ascoltare il silenzio da cui chiamano i morti, nel cimitero vecchio, dietro una forse aggiornata,
forse immutata canonica.

SALUTO AL FRATELLO

Saluto Marco di cuore, e il fortunato lettore. E sono grato per questa lezione sul talento, sul coraggio, sulla forza interiore. In RUGGINE E ORO il poeta ha preso il rischio di mescolare poesia e autobiografia, e negli ultimi 17 anni quello di mescolare il poeta con l’editore. Rischio tremendo. Soprattutto per un editore come Marco Munaro, raffinato certosino di ogni parto del Ponte del Sale. Decine di libri-creature che avrebbero potuto interferire con la scrittura personale, decine di altri mondi destinati di certo ad arricchire ma col rischio, appunto, di generare una gratificata sazietà. Non è accaduto: anzi, il soave maieuta ne ha approfittato per distillare ancor più la sua intima fonte. Applaudo, e abbraccio.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 01/08/2020 da in ospiti, poesia italiana con tag , .
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