perìgeion

un atto di poesia

La balena e le foglie, di Michele Obit

 

 

di Giampaolo De Pietro

L’ultima volta – che ci perdiamo
(e una lieve redenzione oltre la porta)

 

Una lettura appassionata de La balena e le foglie di Michele Obit
(prefazione di Carlo Selan, qudulibri 2019)

(…)
Quando la pioggia inizia a tamburellare
ripromettetevi di contare in questo modo il tempo
(…)

La balena – parrebbe un’apparizione dinnanzi alle foglie – e queste, di fronte alla balena – ma per noi spettatori, poiché è probabile che creature come loro vivano stupori senza definizioni possibili per noi, umani e “di parole”, confini, stati ed elementi “distinti”, quali mondi.
Michele Obit, fa dialogare le due “specie” (mentre Pound li poneva in “combattimento”, riferendosi all’impresa di Yeats di imparare da zero la poesia, a quarantacinque anni – incontriamo i due poco prima di chiudere il libro, dunque a fine lettura), in un verde aperto che si fa oltremare, eppure i suoi versi sono così toccanti terra, ed il sentire passa un attraverso tanto sensibile da riuscire a oltrepassare gli elementi stando al sentimento di essere e osservare la vita e gli altri, partendo dal (e ritornando al) proprio, necessario silenzio. Un silenzio che è un esilio, personalissimo modo di stare al mondo. Un silenzio, come solo silenzio può essere, autenticamente etico e aperto, che scopre il dolore perché c’è, e sarebbe pure assordante, annientatore; parte del cammino, e della responsabilità di sentirlo, tale e quale a un ghigno. O una vergogna dolorosa. Che pare dire, senza accusare, che la condizione è: sì stratificata – ogni possibile definizione, già. Perché vivere, lo è, sentendo, facendosi “disparte” emozionale, lirico ritratto e presentazione. Abbandono*. Traendo dalla memoria, lungo il tragitto di adesso. Le cose familiari e quelle estranee, tutte passeggere (fuggitive?), e le cicatrici.
Non è che dobbiamo sempre scavare. Sembra poter dire la balena alle foglie. E Michele Obit, “terza creatura in silenzio”, lo sussurra a noi, in queste pagine tanto vivide e fruttuose. Grazie. Anche all’editore che le ha pubblicate.

[*] (L’abbandono)

 

È quando non vi è alcun dubbio
– né un sorriso malcelato e nemmeno
lo scendere le scale pensando che sarà
l’ultima volta – che ci perdiamo. Succede
a volte seduti a pranzo o nel sottoscala
ricolmo di scarpe – nel doponotte
che si trasforma in una sequenza
di parole che abbandonano un corpo
e non trovano altro dove andare
che le pietre scottate dal sole e un lento
movimento delle mani. Lì ci lasciamo
per ritrovarci al calore di una nostalgia
quasi allegra – una casa di altri tempi
e una lieve redenzione oltre la porta.

***

Bene – io sono arrivato. Mi piacerebbe
poter dire – sentirlo almeno
il peso del passo più lieve
e l’idea che un posto sia il mio posto.
Un posto che è il mio posto – ripeto
queste parole che vorrebbero
aggrapparsi al terreno – si sforzano
di penetrarlo. Ma quando ci provo
sono l’ombra che mi passa accanto
e fugge al primo tocco del sole
di sbieco a cercare le vittime ignare.
L’ombra di un luogo – l’orizzonte
che si incendia e l’incavo tenace
in un tronco di quercia. Quello è il mio posto.

***

Vzel so za sabo korito – samuo rana
ji je ostala – an tisto potriebo letat
od adnega konca do druzega sanožet – letat
kar si viedu, de če je bluo kiek dobrega, ki bi ti ratalo
je bluo samuo se zaplest – imaš sedam liet
v roko ti dajo grabje, ki so velike glih
za toje lieta – misliš, de je ku življenje:
zbieraš senuo nardiš adno majhano kopo
ji stopneš gor an vse postane buj majhano an se posuje.

Si sono presi la fontana – adesso ne rimane
una cicatrice – e quel bisogno di correre
da un lato all’altro dei prati – correre
sapendo che l’unica cosa buona che
può capirarti è inciampare – hai sette anni
ti danno in mano un rastrello proporzionato
alla tua età – pensi che è come la vita:
raccogli il fieno ne fai un piccolo covone
ci sali sopra e tutto si rimpicciolisce e cade.

***

Poi ci sono le cose che avrei dovuto dire
e sono così tante che mi fermo – mi fermo
e respiro per non soffocarle.
Ho sempre agito così. Per sottrazione.
Riempiendo una riga dopo l’altra
di quel silenzio che non potevo tacere
– giustificando la mia indole
di pietra che graffia e s’arrovella.
Con una mano scrivevo
e con l’altra cancellavo le ombre –
finivo per esserne parte – toglievo
ciò che di me m’importava
e lo nascondevo ai miei stessi occhi.
Ero lo stesso io – ma senza di me.

 

2 commenti su “La balena e le foglie, di Michele Obit

  1. giadep
    06/12/2020

    (da MARDEISARGASSI di Michele Obit – Mobidick 2004)
    (…)
    Sono rimasto anni alla finestra
    di fianco o di fronte ma sempre solo
    e la mia città estrema era un albero
    un modo di camminare lo sbattere d’occhi.
    Ciao, grazie!
    Giampaolo

    "Mi piace"

  2. Pingback: #221/2 – Michele OBIT – Ammirazioni

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Questa voce è stata pubblicata il 10/11/2020 da in Senza categoria.
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