perìgeion

un atto di poesia

Come un’allegoria: “Au Hasard Balthasar”

 

 

di Vincenzo Di Maro

 

Il cinema, la poesia e il problema del Male

Nel  ‘66, quando ha già alle spalle una riconosciuta carriera, Robert Bresson dà alle sale “Au Hasard Balthasar”. Di forte carica simbolica, il film, che a distanza di anni appare la sintesi della sua attività cinematografica,  deve la sua idea primaria a un passo dell’ Idiota di Dostoevskij.

“L’ambiente straniero mi uccideva. Ricordo che mi svegliai del tutto da questa tenebra una sera a Basilea, al mio arrivo in Svizzera, e mi svegliò il ragliare di un asino sul mercato cittadino. Quell’asino mi colpì enormemente e, chissà perché, mi piacque in modo straordinario e, nello stesso tempo, a un tratto tutto parve schiarirmisi nel cervello”. E’ il principe Miskin a raccontare, e ciò che avviene nella sua mente avverrà più tardi in quella del regista.

Questa la trama del film: Balthazar è un asino di proprietà di Jacques, bambino francese. Figlio di un proprietario terriero, a seguito della morte della sorellina, Jacques lascia il paese assieme a suo padre. L’asinello passa gran parte del suo tempo con Maria, cui è stato affidato. Ma Maria si disinteressa in breve all’animale, che viene venduto a un panettiere dal padre. L’asino finira per subire le angherie di Gèrard, un poco di buono che non perde occasione per maltrattarlo e lo cede a sua volta ad Arnold, un alcolizzato con cui avrà in seguito dei diverbi. Gérard riesce frattanto a sedurre Marie e ad allontanarla da suo padre, un mite e onesto insegnante amico del padre di Jacques, di cui amministra con lealtà i possedimenti. Successivamente l’asino lavora in un circo in cui risolve operazioni matematiche e, ormai vecchio e stanco, gira la ruota di un pozzo agli ordini di un imprenditore che ha come unico amore il denaro. Alla fine ritorna nella casa in cui è stato cresciuto. Maria non è però più una bambina, la vita l’ha cambiata e non si interessa più a Balthazar: l’unica a preoccuparsi per lui è la madre della ragazza. Ma Gèrard, che lo vuole usare per il trasporto di merci di contrabbando, una notte lo ruba: è preso a bastonate per l’ultima volta, quando gli agenti della dogana iniziano a sparare contro il ragazzo ed il suo amico. Stremato e ferito durante la sparatoria, Balthazar si accascia per l’ultima volta. Poco dopo morirà in mezzo a un gregge di pecore.

La pellicola è una summa di scene emblematiche. Se ne propongono qui alcune.

Quando Gérard resta invischiato nella sua prima esperienza di contrabbando – per gusto o nel tentativo di scagionarsi da accuse più gravi – incolpa il contrabbandiere Arnold di aver ucciso una persona: approfitta così dell’alcolismo dell’uomo, che non ricorda il delitto ma neanche può escluderlo per la sua consuetudine al bere.

 Nella scena successiva commissario e pubblico ministero, nel corso di una gita in campagna – stranamente in groppa all’asino Balthasar – istruiscono un’informale indagine  sul delitto. Ne viene fuori una riflessione su colpa e responsabilità: agire in stato d’incoscienza a detta del magistrato non esclude la colpa, secondo un senso che attraverso la sottile patina della psicanalisi fa capo ai tragici greci.

Con leggerezza i due passano poi a conversare di teoria dell’arte e di pittura en plein air. Arte e diritto: lo smalto che ricopre l’umana miseria, di cui però l’asino è soltanto sofferente testimone. L’umanità che sicura di sé ostenta un illusorio sapere, in realtà divincolancolandosi nel buio del dubbio e dell’ambiguità, è qualcosa che non riguarda l’asino, indifferente ai suoi patimenti : non è che un fardello da portare su un sentiero pietroso, col rischio di ferirsi o cadere.

Altra scena del film. Le parole che si incrinano e si spezzano, come pane, nelle lacrime della protagonista: Gérard, svogliato garzone presso il panettiere che ha acquistato Balthazar, incontra Marie, che è in auto e si ferma perché ha riconosciuto l’asinello. E’ la scena della seduzione: l’impudente ragazzo entra nell’auto di Marie, non dà segno di volerne uscire. Prima smarrita, poi offesa e ad ultimo attratta, la ragazza cede alla beffarda sicumera di Gérard.

Né è un caso che Gérard non faccia uso di parole per condurre a sé la vittima: in questo film tutto sembra suggerire che il Male è irreparabile diluizione di senso. La conquista da parte del suo amante e aguzzino diventa elementare ma a suo modo stentorea: la mancanza del bene, come una teodicea, attrae  l’umano dal momento che il suo mistero e la sua suggestione devono essere colmati.

E’particolarmente  significativo che in questo film, a dividere la scena con Marie, protagonista sia un animale. Balthazar ha l’innocenza di chi, suo malgrado, è attraversato dal maleficio di parole che non comprende, ma che pure ne determinano il destino:  come avviene quando, per sfuggire all’ennesimo supplizio, l’asino tenta la fuga in mezzo alle auto in paese, vivo e dolente anacronismo tra la fretta e l’indifferenza generale. Il suo stesso passare di mano in mano, di padrone in padrone, non è che l’ultimo segno di una vicenda perenne, quella dell’asino di Apuleio: l’animale attraversa tante peripezie, ma queste sono poi destituite di qualunque valore iniziatico, di qualsivoglia speranza. E’ la fine di un cammino millenario che conduce alla reificazione del senso:  resta il grottesco scheletro rituale del passaggio, ma manca qualunque iniziazione. Anche il Verbo giudaico cristiano tace: nessuno cavalca l’asino verso una Gerusalemme possibile, solo una sbandata umanità che deraglia e lo sacrifica. Né iniziazione né resurrezione: qui si muore col proprio carico, col peso e col silenzio di un Dio che, se esiste, riscuote l’ultimo sacrificio e abbandona.

Ed è il denaro a scandire le numerose e sempre più disperanti  vicissitudini dell’animale: nella condizione umana, che regola anche la vita delle creature più semplici, sopraggiunge l’ultima irreparabile degradazione. Il tragico destino di Balthazar è simbolicamente legato a quello di Marie, che viene scaricata da Gérard per una nuova fiamma e poi offerta per soldi al primo che capita. La vita dissacrata diventa oggetto di pornografia. Prima di possederla, anche l’anziano proprietario terriero conoscente del padre di Marie le dice: “Amo il denaro, odio la morte”. Stabilisce così la disperata e quasi blasfema adesione a un sistema brutalmente economico che è oltretutto un grottesco simulacro della vita eterna.

Il denaro profana la parola, la destituisce, la abbassa al rango di chiacchiera e spergiuro, la disarma contro la morte: il padre di Marie, di animo nobile, viene considerato un illuso e reso estraneo alla comunità in cui vive e morirà tra maldicenza e cattiveria.

Trascurato da tutti tranne che dalla madre di Marie, muore anche  l’asino: ma la sua purezza resta pur sempre sguardo, testimonianza.

 Ci si può persuadere che un film abbia poco a che fare, nei suoi codici, con poesia e letteratura. La genesi dell’opera comprova l’esistenza di un terreno in cui generi e forme possono fecondamente incrociarsi. Viene poi in mente  che una parte cospicua della storica difficoltà di individuare un fondamento epistemico alla poesia occidentale deriva dalle controverse radici di questa forma, che travalica i confini tra generi e richiama non pochi temi della pellicola di Bresson.

Sorta nella grecità, attraverso l’innesto della parola di matrice giudaico cristiana la poetica dell’Occidente come nessun’altra forma reca in sé una cruciale contraddizione della nostra civiltà. In ciò consiste il suo lascito e il suo mistero, tutto il suo ineludibile destino di abbandono e incomunicabilità.

Un appunto di stile e insieme di poetica: come nel cinema minimalista di Bresson  gli attori “dicono” le loro battute senza recitare, le linee guida della poesia migliore tenderebbero al dire, ma senza il sospetto della dizione.

Viene in mente Celan, che nel dare parola ai morti la re-inventa:  una voce post umana, che lacera un silenzio cui i vivi attingono per trarne senso.

La parole diventano rigide, ieratiche, incomunicative. Sono un vuoto calco di misericordia: ma pure attendono di essere di nuovo e dolorosamente concepite.

3 commenti su “Come un’allegoria: “Au Hasard Balthasar”

  1. Antonio Devicienti
    12/12/2020

    Spero di leggere in futuro altri interventi di Vincenzo Di Maro; tra l’altro mi permetto di dire che, con questo splendido articolo, mi sembra che Perìgeion rinnovi il proprio interesse per la cinematografia sulle tracce del caro Christian Tito.

    Piace a 1 persona

    • ninoiacovella
      12/12/2020

      È vero Antonio. Vincenzo con questo suo esordio sul cinema, senza saperlo, ci fa un dono ulteriore. Ed è proprio quello che dici.

      "Mi piace"

  2. Vincenzo Di Maro
    15/12/2020

    Ringrazio calorosamente Antonio Devicienti.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10/12/2020 da in cinema, saggi, scritture con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: