perìgeion

un atto di poesia

Viola Amarelli, L’indifferenziata

 

 

di Paola Nasti

Chiedersi se la poesia, di fatto, non sia l’alter ego del pensiero filosofico – o, meglio, se il pensiero filosofico non sia che una gemmazione del pensiero poetico – è vexata quaestio, simile a quell’altra dell’uovo e della gallina. Ma certo in alcune voci, le migliori, della produzione poetica contemporanea, la possibilità di contemperare il comandamento del cavalier Marino, secondo cui è del poeta il fin la meraviglia, con la capacità di vedere e capire, logica-mente, il mondo, è ben evidente. Fuori dagli schemi della poesia dottrinale e civica; capace di un dettato poetico mirabolante, sorprendente dal punto di vista sonoro e figurale, la poesia di Viola Amarelli giunge, in questa sua ulteriore prova, a risultati importanti.

Tema della silloge, come l’icastico titolo suggerisce, è lo scarto, il resto.  Per i filosofi, da  Hegel a Agamben: l’insussumibile. Lo scarto è la scoria, in ogni senso; l’irriducibile, ciò che è refrattario al significato – per dirla in breve. Il discorso sullo scarto è, allora, di per sé, discorso sulla poesia: discorso su ciò che, proprio essendo refrattario e innominabile, in certo senso insignificante, la nutre e la sostenta. L’ecologia, il pensiero di un ciclo vita/morte, che fa dell’una un polo che si nutre dell’altra, indifferentemente, è una metafora profonda di tante cose e, tra le altre, come attesta questo libro, della sostanza poetica stessa.

Nel discorso filosofico, d’altra parte, “indifferenza” e “indifferenziato” non designano  valori negativi. Possiamo pensare, per attenerci solo ad alcuni  dei pesi massimi della tradizione occidentale, a Niccolò Cusano, alla sua (e di tanta mistica) complexio oppositorum; o all’apeiron di Anassimandro. Oppure, se vogliamo volgere il capo a Oriente – e la nostra poeta ha il capo rivolto anche in quella direzione – possiamo pensare all’idea di Sunyata, di Vuoto – di cui è figurazione il Buddha stesso, il Senzanome.  La perdita della distinzione tra forma e informe – la forma è vuoto e il vuoto è forma, recita il Prajnaparamita Sutra – è, nel Buddhismo, la sostanza stessa della verità. E la presunzione di differenza, di identificazione, risulta essere, in tutte le tradizioni filosofiche dell’Oriente, la presunzione stessa dell’ego, anche (persino!) di quello poetico, che vuole distinguersi dall’opera, dicendo, stolidamente, “questo l’ho fatto io”; pretendendo, insensatamente, di essere ktema es aiei,  e di sfuggire, con ciò, al dettato dell’impermanenza e dell’eterno indifferenziarsi del Mondo.

L’indifferenza non è, d’altra parte, la massa informe del non-pensiero. Posto che pensare è analisi e critica-giudizio, cioè: distinzione, uscita dall’indifferenziato; bisogna ricordare che talvolta, proprio a partire dagli scarti, dai rifiuti in ammasso, si sono costituite testimonianze letterarie importanti – da Virginia Woolf, a Goethe e a Kafka, da Calvino a Montale, da Pasolini a Hugo, da Saramago a Coetzee, da Dickens a Ballard – ce lo ricorda Guido Viale in un suo saggio recente. Un carotaggio nei giacimenti delle immondizie può costituire la prova più eloquente, lo strumento di analisi più efficace e restituire all’occhio che analizza il mondo vere e proprie fette di storia umana, di vite  individuali e collettive, persino di intere epoche.

Nell’Indifferenziata di Viola Amarelli la poesia sgorga come per accumulo e proliferazione spontanei, un rigoglio di figure che gemmano significati esplosivi a partire dai suoni, dalle allitterazioni, dagli accostamenti quasi casuali – quasi, come dallo sversamento di una colata di forme che, cozzando, si moltiplicano, cambiano direzione, producono nuovi sensi. Fortissima, da sempre nell’autrice, l’attrazione per il non-sense, per il calembour irresistibile che nasce da accostamenti sonori. Uno su tutti, epitome di questa postura poetica, il testo che si apre con citazione indiretta di Toti Scialoja: la coassiale coalescenza del Koala, per procedere rocambolescamente verso la chiusa: vanto di verderame il vento vaniloquia tra i vigneti passando per: gasano galli, garrotano giraffe/ gatti guerrieri sgraffignano i midolli (p.29); o, nel testo di apertura, che è un coro: s’era di sera sulla via della seta  (p.7). Sono solo alcune piccole testimonianze.

In questo libro i versi sembrano scaturire, qualche volta, dall’accumulo misterioso del sogno, del sogno lucido buddhista, in cui l’aura si stacca dal corpo per compiere viaggi astrali; o del sogno del coma, che produce cluster di figure e suoni, simulando un dormiveglia rigoglioso e proliferante, inarrestabile flusso nella resa poetica della Amarelli:

le armi, i cavalli, le navi, i gigli dorati, il gheppio, la coppa, il robot, pokemon, segnale, non c’è recettore, fa niente, il giallo, l’arancio, la frutta – qualunque, dormire, mangiare, fuggire, nel sole ma tiepido, al vento ma breve, all’acqua, del fiume, corrente, l’asfalto che copre il vuoto di dentro (…)  tardi, è già notte, tardi c’è luce, suppone, filtra tra ciglia, le immobili, non pensarci, ripetere le tabelline, le rime di filastrocche, ricordi, i brandelli, di scarpe, vestiti, odore di origano il cane di plastica coloratissimo, il cielo, un bacio, un mezzo abbraccio, disegno e riposo, stanchezza infinita, rumori, sonoro, qualcuno che ombreggia, che forse la tocca, saluti, risogna, ripiomba nel buio, tardissimo è dentro che il dentro è quello che resta e resiste, il cielo, l’azzurro, confonde i colori, l’interruttore, dicevano sonno, la mente che gira e rigira – l’infida, la spersa, la poverella, il lucido sogno, verdure e verzure, fiorite, il lucido sogno, non ha più volti, le facce, le inventa, disegna, il lucido sogno che chiamano coma (p.14)

Di intonazione orientale sono alcuni testi, in cui le mistiche di Oriente e di Occidente si danno la mano ma senza alcuna indulgenza verso sincretismi new age; si vedano pulvis I  e pulvis II (p.74/75);  oppure, sinteticamente: una volta che sei stato / lo sei per sempre // il senzanome, verme o drago (p.77) o, ancora: lasciar andare // entrano, escono / ridono, piangono// essere soglia / anche lei crolla (p.81).Il tema dell’impermanenza e del lasciar andare, del non-attaccamento, sono qui declinati in tutta la loro potenza persuasiva; il passare delle cose non è certo, nella poesia di Viola Amarelli, origine di quella malinconia dello sguardo così tipica dell’Abendland – dove spesso, tra l’altro, rasenta un sentimento del lutto dolciastro e insopportabile.

L’occhio immateriale del poeta sembra muoversi librando, sorvolando i paesaggi della cianfrusaglia quotidiana, delle grammatiche, dei materiali chimici, delle sillabazioni digitali – su nidi coesissimi di parole, da cui proliferano infiniti bracci di significato.

Sembra vivida, in qualche caso, la lezione di Antonio Porta e di alcuni poeti di quella grande stagione letteraria, anche nella disposizione del testo a simulare accostamenti e battorinas; o nelle esplosioni di figure come da casuali collisioni (set, p. 12). E, sicuramente, rivive in molti di questi versi, la dimensione che Perec chiamava “infraordinario”: parole e cose insignificanti e affamate di significato, che ricevono talvolta senso dal loro stare insieme, distinte e indifferenti l’una all’altra, vocianti una in direzione dell’altra e in direzione del tutto: un vociferare che si direbbe di sanguinetiana memoria.

Una domanda sembra talvolta animare il testo della Amarelli: verso dove questo cadere, dal cornicione, cadere dal cuore – dove finiscono le cose cadute e perse? quello che decade e che s’allontana? A che la diuturna vicenda dell’avvicendarsi di tutte le cose?

ogni tanto qualcosa-qualcuno/ che cade dal cuore/ (a scelta, del caso, il nome suicida) // una volta avrei detto,/ ora solo uno spreco // sfibra/ la libra vibra/ chiudi il canto,/ trancia di più il silenzio/ (daccapo) (p.17)

La caduta è il crollo e l’accumulo di macerie che ne consegue; da queste macerie, non considerate con l’occhio stanco del lutto, considerate, piuttosto, con il limpido occhio spinoziano, scaturiscono le forme nuove, che lo sguardo del poeta ridispone e reinventa, fino a farne giocoso tangram di figure, poesie che casualmente – quasi – si dispongono e si reinventano continuamente.  I significati si dislocano dai significanti e non li perdono, mai del tutto. Ne L’Indifferenziata gli oggetti/parola interrotti, resi discontinui dalla caduta all’ammasso, all’accumulo, si potenziano nella slogatura, si arricchiscono di nuovi sensi. E questo è forse la quintessenza del fare poetico, non solo dell’Autrice.

In questo multiverso trova posto, inevitabilmente, l’ecoballa del femminile, compattato nel turbine delle azioni quotidiane in cui ciascuna donna vive, polverizzata:

lava, disfa, asciuga, spolvera, rimbocca, cucina / struscia, sfrega, taglia, farcia, bagna, inzuppa / cuoce. lagne. panni, cibo, sole, pus, bende / carica, scarica, imbocca, sfiora, bacia / ansima, vapore, l’acqueo, disinfetta disinfesta / anime, corpi, arti, orgogli abbagli / abbacina film muti, percussioni, ponfi, enfiagioni / tonfi di ovatta / cura. gli altri. dissiparsi. disarmarsi./ noialtre. (p.21)

O la rappresentazione icastica di un femminile tacere, fruttuoso silenzio finalmente pacificato con la tragedia della storia: cassandra/ ha fatto pace con le parole, infatti tace (p.31)

L’Indifferenziata contiene, non tanto nascoste nel maremagnum delle figure, diverse dichiarazioni di poetica. L’Autrice non sente alcun bisogno di fingere quel che non è, dichiara le sue intenzioni, apertis verbis:

lei prende i pensieri, li spezzetta, li raggela / e poi li e-dita // così una bisnonna incorniciava / i suoi lavori a punto a croce (p.26)

La poesia nasce come un ricamo lento, disegna i punti fermi all’incrociar dei passi di parole, da sempre, e deve procedere dalla frantumaglia raggelata del quotidiano, da cui prende materiali e li trasfigura.

L’invito aperto al fare poetico è un coraggioso rivolgersi all’impossibile, a guardare in direzione della inmarcesible rosa que no canto, di cui parlava Borges:

come che sia, scontando l’inevitabile del limite, / non un granché/ ma prova almeno a dirla, prova, / la cosa che non è (p.82)

E, nascosta nell’ultima pagina, separata da tre asterischi dalle note finali, una dichiarazione che sembra voler spiegare ai duri d’orecchio, come stanno le cose, e che  arricchisce di complicazioni e ramificazioni il senso di tutto il testo appena letto:

I testi qui raccolti esplorano forme non tanto letterarie quanto topologiche: le strutture necessitate che sostanziano la nostra esperienza di “realtà”, sempre di volta in volta parziale e provvisoria. Quest’ultima bidimensionalità sembra riflettersi negli stessi strumenti disponibili per parlarne, da un lato quelli razionalisti, dall’altro quelli mistico-soteriologici, strumenti che qui si intrecciano per un’indagine sulla metamorfosi come ermeneutica di oscillanti passioni. (p.87)

A chi volesse ancora attardarsi nella facile dicotomia poesia/filosofia, converrebbe leggere e rileggere il lavoro poetico di Viola Amarelli; potrebbe forse capire che le cose sono molto più complesse di quanto una “semplice” dicotomia possa rappresentare.

**********

la coassiale coalescenza del koala,
il brulichio che sfrilla il verbolaio

la teleferica di telefonia
fonizza a squizzi e sguazza il parolaio

la polifonica parata di piranha pialla
la palla nel Rio de la Plata


ottoni con i baffi saturano altopiani
alti, grassi, ottomani.


gasano galli, garrotano giraffe
gatti guerrieri sgraffignano midolli

vanto di verderame il vento vaniloquia tra i vigneti
* * *
VII.

Uno ha appeso bugiardini con lo scotch
al muro. Linee. Uno incrocia, unisce, con il pennarello, curve di
legami, molecole s-catenate
antidepressivi, litio
stimolanti, benzedrine, controllo, tenere sotto
controllo, biochimiche del leva desiderio, aggiungi grigio, esalta
al bisogno q.b. recettori. Rosso sangue slavato. Tempo. Polvere, ditate. Sporco.
Un corpo. La testa traballa. Orfine, endo, extra. Balenano.
Spegni accendi. Interrompi. Rinforza. Grigio, adesso.
Performance cemeteriale. Disegni feci viscera. Sui muri.
Vicino alla mappa per dislessici. Curve. Video stuff. Macellai. Rewind.
Uno è stanco. Non confuso. Dolore ai muscoli. Crampi del girare. Linee.
Giorni. Un’arancia, tre sedani ma grossi ma lunghi ma verdissimi
freschi del vaso fuori terrazza. Una testa di maiale. La butta. Lessarla troppo tempo. Nel forno
si sporcano le pareti,la teglia la griglia. Poi, troppo grossa. Maiale decapitato.
Grigio. Niente rimorsi. Non l’ha sgozzato lui. Gettare in un secchio.
Stracciare le mappe, i fogli, i disegni. Curve e linee.
Guarito. Ha deciso. Il manicomio è fuori. Questo lo ricorda,
l’ha sempre saputo.

* * *

il  discorso del re

Analogite, se potesse lo direbbe
Con la pece tra i denti, le piume sui capelli
Da morti quale pace, corruzione
Di carni alle braci
Le orecchie vuote
Logaritmiche conchiglie
Tendini per legacci, budella
Per sacchi
Tutti tubi, tutti vuoti
Calcina per carceri
Ammucchiate, se potesse lo direbbe, le
Conserve di midolla e frattaglie
Il cibo per carestie, per
L’ingoio nel buco
Molto semplice, a pensarci, se potesse
Impasterebbe le ceneri cremate
Creta per nuovi figuranti
Manigoldi e depressi

Il popolo che ressi

* * *

grand guignol

1.
sedici soldati siriani
dipende sempre da quale lato dello schermo sei
l’irrilevanza, la nota a margine dell’ovvio
accademico (siamo – vorrebbe ma crolla, da quale parte
quale superfluo sangue, maschio, mediale, pan-hollywoodiano)

2.
uno sgozzare polli, cristiani
aggiungi maiali e musulmani, elenchi
piano americano

il loop di morte, il  corso del sangue
che palle, non mangi, non soffri
arriva, arrivaci, tutta narrazione

(escludi, per favore, l’addendum del dolore
fa audience, sì, l’avremmo capito)

3.
abituarsi a non sentire, ritrarsi, glaciare.
abituarsi. non sentire.
la resa. gli zombie. l’offesa.
4.
non c’è aria, tra l’altro, questo è il blank noise,
resta il vessillo sadomaso
branco di pesci allessi
diliscati

5.

ucciditi, ucciditi, ucciditi tu.
io vivo ancora. ucciditi tu.

6.
eadem mutata resurgo

* * *
pulvis I.
e quindi è un pullulìo in continuo cambiamento,
dentro il microbiota
archei, batteri, virus,  eucarioti unicellulari, e
fuori un esposoma, a ognuno il suo, di
microbi, particelle vegetali, sostanze chimiche
un dentrofuori di esseri viventi e tu ritieni, sciocco,
d’essere solo, di chiamarti io e invece 
quanti quanti  noi, coalizzati per anni e,
certo, perdenti, ma vivi di simbiosi e
di fiammelle, quia pulvis es et in pulverem reverteris
* * *
pulvis II.
di qua, di là nel balbettio
passando, darsi un tono
un’aria, un tremito di lago
nel sonoro, la mosca tardiva
dell’ottobre appiccicata a un fremito
di luce la finestra,
microscopiche gocce in sospensione
quia pulvis es, et in pulverem reverteris
è solo diffrazione, ora che vedi,
pulviscolo dorato
* * *
tutti vi amerò a uno a uno
la volta prossima, quella che viene
la spunta tra ora e poi, l’incompiuta
il prendere e lasciare l’ascia che allasca
tutti amerò, me inclusa, a uno a uno,
per quello che eravate – la promessa – che mai poi,
mai, siamo diventati
continuamente travolti nell’attesa

* * *



(c o r o)
scomparire, nascondersi, inserrarsi
sì sì sì un balbettio l’omologo
no no no un lento foco
brucia pensieri, un microscopico falò
non certo un rogo
un lungo lungo velo di silenzio
una notte chiarissima e abbuiata
nere le vacche, le pecore e le cagne
signora dei serpenti
datti pace, la tua fatica
– salvarsi tutti insieme e a uno a uno –
vale il cielo a squarcio
qui dove non si salva mai nessuno


2 commenti su “Viola Amarelli, L’indifferenziata

  1. francescotomada
    15/12/2020

    Il percorso di Viola Amarelli è di valore e integrità assoluti.
    Questo libro ne è una nuova conferma.

    Francesco

    Piace a 2 people

  2. viomarelli
    16/12/2020

    grazie a tutta la redazione di Perigeion, e un forte abbraccio a Francesco, grata per la stima accordatami,
    Viola

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 15/12/2020 da in poesia, poesia e filosofia con tag , .
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