perìgeion

un atto di poesia

Opera incerta, di Anna Maria Curci

 

 

note di Viola Amarelli

Anna Maria Curci ci consegna con “Opera incerta”, L’arcolaio 2020, la sua quarta raccolta, confermando con sempre maggiore consapevolezza e maturità le linee della sua poetica. Il titolo, come espressamente indicato dall’autrice nella nota introduttiva, è tratto dall’opus incertum romano, la tecnica costruttiva che assemblava materiali diseguali, anche esteticamente non rifinitissimi come invece accadeva  nel reticulatum, con risultati peraltro più saldi rispetto a quest’ultimo.

In realtà il libro, diversamente dal recentissimo “Nei giorni per versi” (Arcipelago Itaca, 2019)   che affidava a un diario di combattiva e ironica resistenza in quartine  la voce dell’autrice sui guasti del nostro tempo, raccoglie testi redatti nel corso di quasi un decennio su una pluralità di tematiche, coese peraltro da direttrici comuni e presenti in tutta l’attività della Curci, da quella poetica a quella di germanista sino a quella redazionale, in riviste e sui blog, attività tesa a custodire e  “traghettare” quelle che Fortini chiamava le “nostre verità”.

Opera incerta, infatti, si svela, nella citata introduzione, la stessa poesia di fronte agli abusi e agli orrori  di un distorto  “esercizio del potere”, richiedendo una responsabilità, una scelta, insieme personale e politica, capace di contrastarli.  Sembra quindi confermarsi un imprinting fortiniano, quello del  “Nulla è sicuro, ma scrivi” cui  fa da controcanto in questo libro Tutto è già stato detto? Non lo so, analogamente al  riutilizzo del titolo del testo fortiniano da cui è tratto il verso (“Traducendo Brecht”), rinvenibile in svariate delle poesie raccolte in “Opera incerta” (da “Traducendo “Sic transit gloria mundi” di Czechowski”  a “Traducendo Rose Ausländer “ sino a “Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl ).

Su questa tensione etica si fonda la scrittura di Curci, che si declina in questo libro come ricognizione identitaria, ricerca di un difficile, e, appunto,  incerto equilibrio, tra flusso esperienziale individuale, con le passioni collettive che lo animano, e degrado antropologico che ci circonda,  tra le memorie familiari e storiche  rispetto agli aleatori narcisismi dilaganti, nel tentativo di  definire un punto rotta che consenta di delineare una speranza (che) cocciutamente sai che non è fuga.

 

L’esigenza di respingere impenitenti solite sconcezze implica per l’autrice  la necessità di fiato quieto a nutrire/la resistenza, coerentemente a una rimarcata dote di pazienza e a una venatura mistica da “piccole cose” (gioie minute/in scatole modeste)  che vede spesso intramare i testi da sommesse epifanie di luce, senza peraltro erigerle a feticcio (In bilico su toni e fenditure, /cerca il prodigio il varco quotidiano/ senza i sipari i tuoni e le tribune). Nel bilico, ovviamente, non mancano dubbi e incertezze, ma tenace è il ricorso agli exempla degli amati “maestri” come a una sorta di guida e incitamento; così se la prima sezione del libro presenta l’allegorema della “Barcaiola” – che trans-duce oltre il guado – la seconda, che ha il titolo eponimo dell’opera, si apre con le figure di Giovanna D’Arco, nella resa di un romanzo di Felicita Hoppe tradotta da Curci,  e di Cristina Campo alle prese con le opere di Benn. Tutto il libro del resto è affollato di rinvii, espliciti e non, ad autori che formano un canone di elezione dell’autrice, a partire dall’esergo dove spunta il Bloomsday joyciano, per passare poi da Dante ad Orazio, da Goethe a Trakl, da Ausländer a Gramsci, da Proust a Sartre per citarne solo qualcuno, né mancano esortazioni sulla falsariga di salmi biblici (Ascolta, su, porgi l’orecchio) o l’apparire della passione musicale (un libro spalancato o uno spartito;  talvolta inciampo sulle biscrome;  pianoforte/tastiera immaginaria, Madama Butterfly; non dimenticando  poi  l’evidente assonanza  tra “barcaiola” e barcarola).

Tuttavia è la memoria a rappresentare il miglior scudo, o, volendo rifarci alla metafora architettonica, il contrafforte delle scelte dell’autrice; non a caso la teza sezione s’intitola “Mnemosyne” e raccoglie testi di poesia palesemente civile (Sia umano il canto, voce dei sommersi.),  privi peraltro di ogni enfasi, in particolare nel ricordo delle vittime del nazi-fascismo,  e improntati a un lirismo asciutto e secco,  anche grazie all’intreccio tra ricordi familiari ed eventi storici, come nel caso della strage della stazione di Bologna dove viene rievocato uno zio ferroviere, e a una  com-passione capace di unire, nella rievocazione degli scontri di Tienanmen, l’oppositore, saldo davanti l’autoblindo, e il soldato a guida del veicolo, che si arresta.

L’inclinazione lirica, più pronunciata rispetto ai precedenti libri della Curci, si dispiega palese nell’ultima sezione che, sin dal titolo, Di tanto azzurro, rievoca una costante della poesia tedesca, a partire da Novalis e Heine,  la cosiddetta azzurritudine (Bläue) che qui  trascorre dalla tragica melancholia  di Trakl alla necessità di non badare  alla torma dei cani, avido strazio per approdare infine   tramite  un riso d’amore e la  poesia politica delle tre donne  attorno al cor di Dante al lascito del ricordo  materno,  raffigurazione della  poesia medesima : pegno d’incanto, balzo, testimone.

 

Se quindi i landmark di cui si serve l’autrice sono i criteri valoriali della sua formazione e del suo agire   quotidiano, la malta formale si avvale per questo “opus” di una versificazione libera che vede ricorrente l’utilizzo di  endecasillabi e i settenari, come giustamente nota nell’accurata postfazione Francesca Del Moro, e della consueta predilezione dell’autrice per forme brevi come distici, terzine e quartine, spesso raccolti in testi peraltro sempre molto concentrati e densi,  con versi nominali  che talvolta sfiorano l’icasticità (si veda ,ad esempio, di vampe enfiate eterno immaturare di foggia quasi dantesca ).Tuttavia sono molto rare le occorrenze di un dettato oscuro, pur se enigma, sciarada, frase amuleto, anagramma, sono avvisi sparsi nelle varie sezioni, prevalendo di fatto un  lessico accurato  ma privo di enfasi, dove l’emergere di lemmi desueti (giustacuori, ruches, cocchiere,  ostello) sembra rinviare a un immaginario teatrale più che a  propensioni auliche.

Una complessiva intonazione elegiaca percorre tutta “Opera incerta”, quasi a testimoniare sia una raggiunta poliedricità espressiva dell’autrice, sia, soprattutto,  il tentativo di reagire a un sotterraneo scoramento dinanzi al degrado quotidiano, oltre che con le armi della cultura e dell’ironia fustigatrice,  con la ricerca di una misura e di un equilibrio che preservi insieme luce, sorriso e in – canto, nella consapevolezza che  quieta sagacia è cura, mano tesa.

 

 

 

Barcaiola

 

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.

Io traghetto.

Nella scalmiera remo

bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse

le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,

cocciutamente sai che non è fuga.

 

*

 

Avvento

 

Fosse sempre serena come oggi

questa proroga

attesa protratta

gioie minute

in scatole modeste.

 

*

 

Bianco sporco del caglio e s/cabotaggio

 

bianco sporco del caglio e s/cabotaggio

affini infidi e pur sempre compagni

nei giorni di canicola e di merla

di vampe enfiate eterno immaturare.

 

*

 

Kit di sopravvivenza

 

dosi massicce di sopportazione

sordina a false rivendicazioni

sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba

un libro spalancato o uno spartito.

 

*

 

Sachsenhausen, febbraio 2010

 

Era febbraio quando a Sachsenhausen

corteggiava la neve il paradosso

dietro l’angolo, oltre il passeggio al bordo

di villini; muti in fila sgranammo

nomi, biglietti, lembi di presenze.

 

 

Nel pomeriggio in gita berlinese

c’era chi preferiva altre visioni,

colori e stracci, qualcuno l’East Side.

C’incontrammo la sera in Friedrichstraße.

 

*

 

Di tanto azzurro

 

Non so se sono ancora la bambina

che facevi volare nel mattino

nitido e freddo al sole di dicembre.

 

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola

dove da trafelata ti mutavi,

lingua-madre diventava il francese.

 

So che di tanto azzurro mi rimane

un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,

pegno d’incanto, balzo, testimone.

 

 

3 commenti su “Opera incerta, di Anna Maria Curci

  1. massimiliano
    20/01/2021

    Trovo molto bello il pentastico, se si chiama così, della poesia “Sachsenhausen, febbraio 2010”. Quell’andare a capo che fa finire in maniera drammatica il verso precedente, rallentandolo quasi di colpo e sembra in modo irreversibile, per poi, subito dopo, rilanciare il nuovo verso subito in avanti, velocemente, come in discesa, e via così, caricandosi intanto di riverberi, di dettagli nitidi come spigoli di un tavolo. Un mantice, ecco.
    La perfetta presenza poi delle doppie ad ogni verso, anche questo, non fa che riempire le mie orecchie di un suono rutilante, pieno e denso. Regolare.
    Molto bello.

    Anche l’ultima “Di tanto azzurro”, mi piace. Mi sembrano tra l’altro tutti endecasillabi. La prima terzina, apparentemente così banale, cade a piombo dentro alla testa…è una sorsata d’acqua limpida e fredda in pieno inverno con una gran sete.

    Grazie.
    Massimiliano.

    Piace a 2 people

  2. ninoiacovella
    21/01/2021

    Per il nostro blog è un piacere ospitare la nota di lettura di Viola Amarelli su “Opera incerta” di Anna Maria Curci. Una nota accurata, profonda e colta.
    Un vero dialogo tra scrittura e lettura, tra l’autore e il lettore critico, che si sostanzia attraverso la restituzione, nelle parole di Viola, dei sapori e della sostanza letteraria dei testi. Penso che Anna Maria abbia avuto un dono speciale. E anche noi.
    Grazie
    Nino

    Piace a 1 persona

  3. Anna Maria Curci
    22/01/2021

    E per questo dialogo, per questo dono speciale ringrazio con tutto il cuore Viola Amarelli, che ha percorso “Opera incerta” con sguardo acuto, profondo e sensibile. Grazie a Nino Iacovella e a Perigeion per l’ospitalità, a Massimiliano per il suo commento e a tutti coloro che si sono soffermati qui. Un saluto riconoscente
    Anna Maria

    Piace a 2 people

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Questa voce è stata pubblicata il 20/01/2021 da in Senza categoria.
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