perìgeion

un atto di poesia

Io sono un paesaggio, poesie di Denise Levertov

di Paola Splendore

Nata e cresciuta in Inghilterra, ma trasferita negli Stati Uniti nel 1947, Denise Levertov (1923- 1997) è una voce importante  del canone poetico nordamericano del ventesimo secolo, e tuttavia  ancora non ben conosciuta in Italia. Il corpus completo della sua opera è stato raccolto nel 2013 in un  volume  di oltre mille pagine, Collected Poems (a cura di P. A. Lacey e A. Dewey  per New Directions), consentendo per la prima volta uno sguardo complessivo sulla molteplicità delle forme e dei registri poetici impiegati, da quello autobiografico-confessionale  a quello di ispirazione etica e religiosa, dalla poesia di impegno e testimonianza civile alla riflessione sul lavoro poetico.

Le poesie proposte, tratte da due raccolte degli anni ottanta del Novecento, accentuano  un motivo profondo e pervasivo di tutta  la sua opera : l’osservazione, l’ascolto, l’empatia  con il  mondo naturale – animali, alberi, montagne, laghi – creature viventi e senzienti, a volte trasfigurate in senso antropomorfico e metapoetico, la cui esistenza è spesso minacciata dall’opera di distruzione dell’uomo.  Motivo, o assillo, che diventa dominante negli ultimi anni della vita di Levertov, in coincidenza con il suo trasferimento a Seattle, dove vive in prossimità del lago Washington e del gigantesco vulcano Rainier,  presenza viva e misteriosa di molte sue poesie.

Poesie di Denise Levertov

da Collected Poems, New Directions, 2013

traduzione di Paola Splendore

Toccare il centro                           

“Sono un paesaggio” dice lui

“un paesaggio e una persona che cammina in quel paesaggio.

Ci sono dirupi spaventosi qui,

e pianure  appagate dalla loro

bruna monotonia. Ma soprattutto

ci sono foibe, luoghi

di terrore improvviso, di corto diametro

e infida profondità”.

“Lo so”, dice lei. “Quando vado 

a passeggiare dentro me, come capita

un bel pomeriggio, senza pensarci,

presto o tardi arrivo dove falasco

e mucchi di fiori bianchi, ruta forse,

segnano la palude, e so che lì

ci sono pantani che possono tirarti

giù, farti affondare nel fango gorgogliante”.

“Avevamo un vecchio cane, dice lui, quand’ero ragazzo”,

un buon cane, socievole. Ma aveva una ferita

sulla testa, se ti capitava

di toccarla appena, saltava su con un guaito

e ti azzannava. Diede un morso a un bambino,

e dovettero portarlo dal veterinario e abbatterlo”.

“Nessuno sa dove si trova” dice lei,

“e nessuno la tocca neppure per sbaglio.

È dentro il mio paesaggio, e io sola, mentre avanzo

ansiosa nella vita, tra le mie colline,

dormendo sul muschio verde dei miei boschi,

inavvertitamente la tocco,

e mi avvento contro me stessa -“

“oppure mi fermo

appena in tempo”.

                            “Sì, impariamo a farlo.

Non è di paura, ma di dolore che parliamo:

quei punti dentro noi, come la testa ferita del tuo cane,

feriti per sempre, che il tempo

mai  lenisce, mai.”

Zeroing In

“I am a landscape,” he said,
“a landscape and a person walking in that landscape.
There are daunting cliffs there,
And plains glad in their way
Of brown monotony. But especially
There are sinkholes, places
Of sudden terror, of small circumference
And malevolent depths.”
“I know,” she said. “When I set forth
To walk in myself, as it might be
On a fine afternoon, forgetting,
Sooner or later I come to where sedge
And clumps of white flowers, rue perhaps,
Mark the bogland, and I know
There are quagmires there that can pull you
Down, and sink you in bubbling mud.”
“We had an old dog,” he told her, “when I was a boy,
A good dog, friendly. But there was an injured spot
On his head, if you happened
Just to touch it he’d jump up yelping
And bite you. He bit a young child,
They had to take him to the vet’s and destroy him.”
“No one knows where it is,” she said,
“and even by accident no one touches it:
It’s inside my landscape, and only I, making my way
Preoccupied through my life, crossing my hills,
Sleeping on green moss of my own woods,
I myself without warning touch it,
And leap up at myself”
“or flinch back
Just in time.”
“Yes, we learn that
It’s not terror, it’s pain we’re talking about:
Those places in us, like your dog’s bruised head,
That are bruised forever, that time
Never assuages, never.”

***

Presagio

Basta con questi rami, questa luce.

Il cielo, anche se azzurro, mi intralcia.

Da quando ho cominciato a capire

di avere altro da fare,

non so più stare dietro al ritmo

dei giorni col passo agile degli altri inverni.

L’albero svettante,

quello che l’alba tingeva d’oro

è stato abbattuto – quel fervore di uccelli e cherubini

soffocato. La siccità ha scurito

più di una foglia verde.

                                          Da quando

so che un altro desiderio ha cominciato

a proiettare i suoi lacci fuori di me

in un luogo ignoto, mi protendo

in un silenzio quasi presente,

inafferrabile tra i battiti del cuore.

Intimation

 I am impatient with these branches, this light.

 The sky, however blue, intrudes.

  Because I’ve begun to see

  there is something else I must do,

  I can’t quite catch the rhythm

  of days I moved well to in other winters.

  The steeple tree

  was cut down, the one that daybreak

  used to gild – that fervor of birds and cherubim

  subdued. Drought has dulled

  many a green blade.

                                          Because

  I know  a different need has begun

  to cast its lines out from me into

  a place unknown, I reach

  for a silence almost present,

  elusive among my heartbeats.

***

Due  montagne  

              “Avvertire l’aura di una cosa che guardiamo significa

dotarla della capacità di rispondere al nostro sguardo.”

                                          Walter Benjamin

Per un mese  (un attimo)

ho vissuto accanto a due montagne.

Una era solo un bastione

di roccia pallida. ‘Una facciata di roccia’  si dice

senza pensare a un’espressione o a un volto –

un’astrazione.

                            Ma si dice anche

‘un uomo dal volto di pietra’, oppure ‘si è chiusa

in un silenzio di pietra.’ Questa montagna,

avesse avuto occhi, avrebbe sempre guardato

oltre o attraverso; la bocca, ne avesse avuta

una, avrebbe stretto le labbra sottili,

implacabile, senza concedere niente, proprio niente.

L’altra montagna emanava

un silenzio tutto diverso.

Può essere che (da me non avvertita)

cantasse, addirittura. 

Burroni, foreste,  nudi picchi di roccia, obliqui, fuori centro,

in un elegante cono acuto o corno, avevano l’aria 

di provare piacere, piacere di esistere.

Questa la guardavo e riguardavo

senza trovare

un modo per convincerla a incontrare il mio sguardo.

Dovetti accettare la sua totale indifferenza,

la mia totale insignificanza,

essere

              inconoscibile per la montagna

come un ago di pino o di abete

sui suoi lontani pendii, per me.

Two Mountains

“To perceive the aura of an object we look at means to invest it

with the ability to look at us in return.”

                            Walter Benjamin

For a month (a minute)

I lived in sight of two mountains.

One was a sheer bastion

of pale rock. ‘A rockface’, one says,

without thought of features, expression –

it’s an abstract term.

              But one says, too,

‘a stony-faced man’, or ‘she maintained

 a stony silence.’ This mountain,

 had it had eyes, would have looked always

 past one or through one; its mouth,

 if it had one, would purse thin lips,

 implacable, ceding nothing, nothing at all.

 The other mountain gave forth

 a quite different silence.

 Even (beyond my range of hearing)

 it may have been singing.

 Ravines, forests, bare rock that peaked, off-center

 in a sharp and elegant cone or horn, had an air

 of pleasure, pleasure in being.

 At this one I looked and looked

 but could devise

 no ruse to coax it to meet my gaze.

 I had to accept its complete indifference,

 my own complete insignificance,

 my self

 unknowable to the mountain

 as a single needle of spruce or fir

 on its distant slopes, to me.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/02/2021 da in poesia, Senza categoria, traduzioni con tag , .
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