perìgeion

un atto di poesia

Niccolò De Din, La terra esposta

 

de din

 

Qualche tempo fa Niccolò De Din, riferendosi alla sua raccolta d’esordio La terra esposta (The Writer – I Poeti di Smerilliana, 2019), mi confidava di sentirsi ormai distante da alcune delle poesie incluse nella raccolta. Trattandosi di un’opera prima che presumo includa componimenti radunati da un lungo periodo di tempo, questa sensazione è comprensibile e in un certo senso naturale; inoltre accade spesso che gli esordi siano caratterizzati da una certa eterogeneità che poi diminuisce nei lavori successivi, quando un autore traccia il proprio percorso con maggiore consapevolezza. Nel caso di La terra esposta, però, la varietà di tematiche e linguaggi è una ricchezza: per quanto il libro racchiuda al suo interno poesie che si concentrano sull’aspetto pubblico, sociale e privato, e mescoli la lingua italiana con il dialetto (l’autore è originario di San Donà di Piave), l’insieme delle sezioni e delle poesie è tenuto assieme dalla coerenza dello sguardo di De Din, uno sguardo acuto e disincantato ma non distaccato, che parte spesso da osservazioni derivanti da un approccio scientifico – De Din è laureato in Scienze e Tecnologie Agrarie, e la sua formazione traspare chiaramente anche dalle scelte lessicali – per arrivare poi a trascendere il reale e cercarne le motivazioni, le radici, il divenire nel presente e nel futuro. Incastonata fra le accurate note di Fabio Franzin e Andrea Longega, due poeti a cui De Din può facilmente essere accostato per origine geografica, prospettiva e tematiche, la raccolta è la dimostrazione di una scrittura metabolizzata, solida e personale, capace di quelle aperture improvvise che conferiscono alla poesia il valore di epifania; non so se in futuro l’autore seguirà con maggiore decisione una delle possibili direzioni che la sua poesia la lascia intravvedere, ma piace sottolineare come La terra esposta, più che promessa di sviluppi ancora in divenire, abbia già la consistenza di un lavoro che merita approfondire per quello che oggi rappresenta.

 

***

 

Scàmpa tute spasemae łe fajane

ciapando il voeo da dentro

al camp łe schita un fià

coa vose rota dała paura.

Cussì il jevaro che a momenti sbate

il muso sul pal dea vigna corendo via

da dove iera sconto.

 

Ma no il fiol de nutria che vien fora lento

dal buso sul fosso: na creatura che respira

fumi bianchi de frèdo, bagnada de umido

come mi dentro a sto caigo bianco.

Silvio me dise sotovose che no l’ha paura

parché no sa ancora chi che lè l’omo. Poi tira fora

il badil, pian se avicina, alza il tajo

del féro incrostà de fango par colpir

ma sa bestia, scaltra, fa na schivanèa

e scàmpa via.

 

“Ora el ne conosse” se disen

perdenti.

 

Scappano tutte spaventate le fagiane | prendendo il volo da dentro | il campo schittano un po’ | con la voce rotta dalla paura. | Così il lepre che a momenti sbatte | sul palo del vigneto correndo via | da dove era nascosto. || Ma non il piccolo di nutria che viene fuori lento | dal buco sul fosso: una creatura che respira | fumi bianchi di freddo, bagnata di umido | come me dentro questa nebbia bianca. | Silvio mi dice sottovoce che non ha paura | perché non sa ancora chi è l’uomo. Poi tira fuori | il badile, piano si avvicina, alza il taglio | del ferro incrostato di fango per colpire | ma questa bestia, scaltra, fa una svolta | e scampa via. || “Ora ci conosce” ci diciamo | perdenti.

 

*

 

La poiana plana leggera sopra i filari

scruta con calma il prato sotto di lei, attende

paziente sopra il palo di legno

l’uscita del topolino dalla sua tana.

Non ha fretta, mentre la guardo

sembra che possa aspettare

tutto il tempo del mondo.

 

*

 

Qualche volta si discute tra operai, si dice

la propria tra un filare e l’altro

sulle “procedure operative” con la formula

consueta

mi varìe fat cussì – tirando fuori

esperienza e troppe ore sotto il sole.

 

Roberto con un sorriso sconsolato

taglia la testa alla sommossa:

 

lighen sempre il mus

dove che ne dise il paròn.

 

*

 

I vien fora sempre par caso

tra un tajo e che altro dentro pa i filari,

łe storie da drio ae persone.

Cussì scopre che Munir

– che me sałuda sempre col soriso –

l’ha perso un fiol anni fa,

che Ciprian ghi n’ha uno co un raro maeano,

e che Roberto par quanto el ga provà

no pol proprio verghine.

I lo dise senza timor,

anca davanti a mi che son un bocia,

par sentirse omeni co qualcossa

fora da qui par cui pregar

o ringraziar.

 

In mezo al camp, come sue vide,

dea vida se cava fora quel che vien:

ła foja brusada dal negron,

il chico da zercar ‘pena se indora.

 

Vengono fuori sempre per caso, | tra un taglio e l’altro dentro per i filari, | le storie dietro alle persone. | Così scopro che Munir | – che mi saluta sempre col sorriso – | ha perso un figlio anni fa, | che Ciprian ne ha uno con una grave malattia, | e che Roberto per quanto ci abbia provato | non può proprio averne. | Lo dicono senza imbarazzo, | anche davanti a me che sono un ragazzo, | per sentirsi umani con qualcosa | fuori da qui per cui pregare | o ringraziare. || In mezzo al campo, come sulle viti, | della vita si tira fuori quello che viene: | la foglia bruciata dalla peronospora, | l’acino da assaggiare appena si indora.

 

*

 

Tu dici che è stata una tempesta, io

un terremoto ma variando la metafora

il risultato non cambia se guardi a ciò che è rimasto:

una terra divelta, rovine che circondano

la nostra solitudine e infine un vento

freddo, incessante che non smette

di lacerare il volto e le mani.

Il passo leggero sul bordo dei fossi

ora è impastato con fango e paglia.

Ci scruta dall’alto la volubile volontà

della divinità distruttrice sempre pronta

a giocare coi sui servi.

 

A chi tanto è stato dato tanto

verrà anche tolto.

 

***

 

 

Un commento su “Niccolò De Din, La terra esposta

  1. ninoiacovella
    05/04/2021

    Il Triveneto è “area poetica ottimale” della nostra contemporaneità. Tra lingua originaria (dialetti) e lingua nazionale quasi tutti esprimono una coerente autenticità della propria poesia, densa di una umanità che non tracima mai negli eccessi sentimentali. Bravo anche Niccolò De Din. Grazie

    Piace a 2 people

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