perìgeion

un atto di poesia

La poesia di Umberto Simone, di Antonio Alleva


 
 
La poesia di Umberto Simone

 

 a cura di Antonio Alleva

Esprimo la mia riconoscenza a Perigeion, a Nino Iacovella e agli altri appassionati curatori del blog, per l’opera preziosa che stanno svolgendo e per l’ospitalità più volte dimostrata nei miei confronti.

Stavolta, pronuncio il grazie con un tono di voce ancora più alto perché sono particolarmente felice di poter sorprendere con questo articolo (complice Nino!) un poeta che ammiro e che mi coinvolge, un poeta che schiva le ribalte ed è talmente rigoroso da far slittare di anno in anno la terza pubblicazione. Il suo nome è Umberto Simone.

Risale al 2001 l’opera prima, L’isola delle voci, ed è del 2008 la seconda, Il sacco del curdo, pubblicata da Il Ponte del Sale. Attendo con fregola il terzo, e non sono il solo: spero che questo omaggio a sorpresa sproni il poeta istriano – pugliese – pisano a darlo alle stampe senza ulteriori indugi.

Quella di Umberto Simone è voce inconfondibile, unica nel panorama della poesia italiana contemporanea. Raffinata e colta, carnale e gioviale, tecnicamente impeccabile con quel suo bulino millimetrico da tagliatore di diamanti: ma al contempo calda, e guascona, e sognante. Fin dalla prima volta che la lessi, sentii tintinnare forte il campanellino interiore che sempre mi segnala l’incontro duraturo, mi parve di salire su un tappeto volante che mi scorrazzava per Orienti e Occidenti, per storie e epoche, e lo faceva con ricercata, pregnante, trasparente levità. Ascoltate:

 
                                   Con la voce smaltata dal dialetto

                                   cantano l’abbondanza i venditori:

                                   questi che sono, polipi o garofani?

                                   e queste, sono olive o perle nere?

                                   Scende il mercato dal castello al porto,

                                   arcate e gradinate fino all’acqua…
 

“Voglio qui ricordare, a nome della giuria, l’emozione che ci fece vibrare la sera che dai treni di carta del VII premio Diego Valeri scese all’improvviso, per dirla con Anna Maria Farabbi, il passeggero scintillante Umberto Simone con L’isola delle voci tra le mani… Simone ha assimilato miti e storie, fiabe e leggende, e li ha bruciati in una lacca tersa, solo sua…”. Diceva così nel 2002 la motivazione della giuria di quel Diego Valeri (allora prestigioso concorso poi svilito dalla solita miopia dei politici!), premio che l’opera prima di Umberto Simone vinse. Umberto convoca nei suoi versi, con incredibile abilità, gli occhioni sgranati del fanciullo e il precettore sapiente e cordiale, lo smoking e il caffettano, la tunica dei dotti e la mantellina di D’Artagnan: il suo inchiostro, delicato e nobile, ma capace di affondi e sciabolate, dipinge per trailers atmosfere che rimandano ai grandi romanzieri: ci immergiamo, ed eccoci nei profumi dei ginecei di Alma Tadema, o nel sapore delle taverne, o nell’aria speziata dei vicoli di Istanbul. Lascio la parola a Giorgio Linguaglossa: “Con questo suo secondo libro (Il sacco del curdo) Umberto Simone rivela di essere uno dei poeti più raffinati e dotati della generazione di mezzo, la generazione dei nati intorno alla metà del Novecento.…”. E ancora: “…Umberto Simone, miniaturista barocco, sente come pochi la tentazione di quella dolcezza che ancora dentro gli suona”. Qui parla Marco Munaro, introducendo il commento di Simone al 2° Canto del Purgatorio nel volume Ombre come cosa salda – Il Purgatorio letto dai poeti Canti I – IX (Il Ponte del Sale, 2009).

Occorre che mi fermi. Sono troppo coinvolto. Conosco Umberto da oltre 20 anni, siamo diventati fratelli. Occorre che affidi alla libertà del lettore la magia narrante della sua poesia.  

 
Me ne sto qui nel vento che ritorna

tramortito di mare ai muri scabri,

e in testa ho un verso nuovo, e in mano ho un sasso caldo,

e ho il sugo d’una pesca lungo il mento.
 
 
isola delle voci
 
NINNANANNA DEL LUNGO DOLORE

Mentre le mele si vanno dorando nel forno,

e il gelo, fuori, scortica stalla e silos,

mamma, raccontami ancora di quando scappammo in Egitto,

che mi tenevi avvolto nel vecchio scialle con le rose,

e al passo della mula io m’addormentavo,

stringendoti un vetro azzurro della collana,

e tu ad ogni fruscio smettevi di pregare

ed afferravi la sacca con dentro il coltello del pane.

Perché non arrivi stavolta, perché non arrivi, frontiera?

Arriva, e trasforma in ricordi di prossimi inverni fatica e paura;

in mezzo a due file di sfingi sicura raddrizzati, strada;
fra un obelisco e il lago spunta tranquilla, stella della sera.
 
 
VAGABONDI A SMIRNE   

Ci scegliemmo l’anguria con quella stessa cura

che avremmo messo a sceglierci una nuora –

già nel mucchio brillava, come una stella in mezzo

a vili pianetini: magnifica, imperiale.

L’ho sollevata io stesso fra le braccia, e per un poco

è stata la mia sposa, come nel rito del passaggio della soglia;

tonda, fresca, polposa me la sentivo tutta addosso al cuore,

e credo che lei pure fosse contenta proprio come me.

E sorrisi parevano difatti anche le fette che ne nacquero,

larghi sorrisi accesi, dolci lune ahimè calanti,

su e giù davanti ai denti come sugose armoniche,

quanto rosso da mordere,

e anche quanta pietà per chi di bocca si fa uscire solo

menzogne o piagnistei,

invece di venirsene qui all’ombra insieme a noi

a sputare semini nell’azzurro al di là del parapetto.
 
 

il sacco

 
 
IL SEICENTO OLANDESE

Li amo, i quadri olandesi del Seicento, dove accanto

a finestre coi vetri a rombi leggono biglietti,

o intorno a una tovaglia con ancora

i segni della piegatura pranzano,

mentre la cuoca, accesa nello spiraglio della porta, spenna

poderosa, e un marmocchio che le assomiglia insonnolito gira

lo spiedo, ed altri poi, laggiù, fra le piramidi di frutta,

e i mappamondi in legno, e le mandole,

sollevando il bicchiere o un pezzo degli scacchi o il re di picche

o sfilandosi un guanto, o avvicinando

la mano tozza alla gorgiera inamidata,

si voltano, ogni tanto, e chi li osserva osservano, beffardi,

pensosi, malinconici,

quasi tentati di soffiarci: “ Vedi?

di ore come le nostre, senza storia,

è fatta pure tutta la tua vita.”
 
 
RISSA SULLA COLLINA

Dannazione alle margherite

che hanno invaso tutti i pendii

proprio stamani che avevi in mente

di avvoltolarti in pensieri tristi,

e un accidente triplo alle nuvole

che pure loro proprio stamani

come per una foto si intruppano

blande e poppate sul campanile.

Però se attacchi briga col paesaggio

finisci k.o. lungo nell’erba,

col cielo su di te come un immane

guantone azzurro che t’ammacca gli occhi,

finché non senti tutto il sangue scorrerti

ma non in fuori,

                        dentro,

                                   e denso,

                                                e caldo,

                                                            come il miele

dell’orcio rovesciato con l’ala da un arcangelo

persino lui stordito fra tanta primavera
 
 
INEDITI

 

UN ORDINE DEL VEGLIO

Un ordine del Veglio della Montagna, sussurrato appena,

e il giovane Assassino scosta la zanzariera

e sorridendo accetta quel pugnale che, desto, brilla come

una selce del Delta al calo della piena. Poi, paese

lo dà a paese, regno a regno; a ogni stazione

trova ostesse materne e cambio di cavalli;

con jeans immacolati pur senza guado passa, con stivali

lucidi pur senza sentiero viene;

pur senza fretta, sciolto, dinoccolato, arriva;

fra quercia e quercia appare ai taglialegna dell’ultimo bosco –

lungo l’ultimo ponte incrocia il carro dei comici – e il cieco

fermo all’ultimo bivio ne sente i tacchi sopra i rovi secchi.

Cremisi d’occidente strapiomba per la valle addosso al campo.

Qualcosa sta accadendo, ma la segale è alta e lo nasconde.
 
 
TURISTI NELLA LUCE

Eccomi a Capo Sunio, senza alcuna

briga se non esistere

in un nitido ritmo di cieli e di colonne,

felice come il cieco guarito da Serapide

in qualche antica aurora, o come i diecimila

di Senofonte che di fila in fila

sull’ocra arso del piano dal grigio erto del monte

si gridavano il mare il mare il mare –

allora e adesso azzurro e amico, quello,

fresco di sale mattutino, e tanto

liscio che lascia gli occhi regnare in punta d’ali fin là dove

la lontananza è pura chiarità.

Come te, come tutti, nella luce io non sono che un turista,

ma qui sento rispondersi, per un istante, istante e eternità.
 
 
LA VISIONE DEL TAGLIALEGNA

Sferrai un gran colpo d’ascia all’olmo. L’ascia
intera entrò nel tronco, ed io con lei.
Così, insieme arrivammo ad una fiera.
Poi, nella calca, me la sono persa
fra incantatori di serpenti e acrobati,
e callisti, ed interpreti dei sogni,
e i curiosi del bue a sei zampe, e i ghiotti
di granite all’arancia o alla violetta.

Gemelli erano, e non solo vicini
di stuoia, l’arrotino ed il barbiere.
Si applaudì un cantastorie. Per un attimo,
su un muro giallo si erse un moro in rosso.
Qualche elisir guariva i porri. Chiusa
fluttuò una portantina misteriosa.
E sempre avanti andavo, calpestando
gusci d’arselle e scorze di navone.

Si contrattava, lungo i banchi, o rauchi
vantavano la merce: là, era in vendita
ormai ogni cosa, provole e romanzi,
arpe e aringhe, padelle e crocifissi,
torte di fichi e ragazze tatuate.
Certi ebrei sciorinarono un tappeto
messo all’asta, e fu come se un roseto
fosse ad un tratto esploso dalla polvere.

E il profilo di un re morto da un pezzo
brillò su una moneta. E una bilancia
pesò cannella, e un metro misurò
seta: sentii il fruscio, sentii l’odore.

Ma, nell’arco più buio del mercato,
anche un’ascia vendevano … ehi, la mia!
agguanto il gobbo per la barba, il nano
m’azzanna un gluteo, me ne disfo a calci,

sgambetto uno dei due in cappuccio, all’altro
mollo un cazzotto da Dies Irae, e il cieco
strilla da eunuco perché la sua ciotola
rotola in tintinnii per i rigagnoli,
e spaventa un cavallo, che rovescia
un carro, che dagli otri spande un grasso
che allaga, e allora è bravo chi non scivola,
ma pur malfermi continuammo a darcele.

Giunsero guardie, salvai l’ascia, in fuga
saltai una cinta, caddi in un giardino,
che silenzio, pareva un altro mondo,
deserti i viali e limpide le vasche,
quieti i cipressi, appena mossi i pioppi,
nuvole in fiore gli alberi da frutto …
ma quando scorsi un olmo uguale a quello,
maledetto, colpevole di tutto,

m’infuriai tanto che, senza riflettere,
anche a questo sferrai un gran colpo d’ascia,
e l’ascia ancora entrò nel tronco intera
ed io con lei! fra acrobati, e callisti!
e interpreti dei sogni! e incantatori
di serpenti!              finché, dietro un barbiere
e un arrotino sorridenti, e identici,

sul muro giallo si erse in rosso il moro.

 
 
 

Umberto Simone è nato nel 1949 a Monfalcone, in provincia di Gorizia, da padre pugliese e madre istriana. Ha trascorso in Puglia infanzia e adolescenza, quindi si è trasferito a Padova, dove si è laureato in medicina. Attualmente vive a Pisa.

Ha pubblicato le raccolte: L’isola delle voci (Ed. E-etcì 2001, premio Diego Valeri 2002) e Il sacco del curdo (Il Ponte del Sale 2008, premio Massa città fiabesca 2010, premio Oreste Pelagatti 2012).

In Ombre come cosa salda – Il Purgatorio letto dai poeti Canti I-IX (Il Ponte del Sale, 2009) ha commentato il Canto di Casella e di Catone.

2 commenti su “La poesia di Umberto Simone, di Antonio Alleva

  1. vengodalmare
    10/05/2021

    Bellissimo, da comprare subito.

    Piace a 1 persona

  2. Marina Massenz
    10/05/2021

    Molto bella, l’invenzione di questa scrittura, e ricca e densa. Vero anche che trascorre il tempo e i luoghi in varie direzioni.
    Mi piacerebbe avere un contatto, anche perché nato a Monfalcone, come mio padre. Mia nonna era istriana. Questi dati mi incuriosiscono anche sul piano personale.

    Cari saluti a Perigeion e complimenti per il lavoro che fate.

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 10/05/2021 da in ospiti, poesia italiana, Senza categoria con tag , , , .
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