perìgeion

un atto di poesia

Lettera da Praga, di Francesco Marotta

da Hairesis, Terra degli Ulivi, 2016

 

 
 

Lettera da Praga

buio dislagato in pozze di cielo

il ricordo che annaspa stretto alle sue radici

musica sghemba che si ricompone

in prospettive e note di volo disordine necessario

che costringe l’ occhio a curare lampi malati –

 

e allora ripensi il chiarore il suo profumo offeso

soglia che immette in terre senza luogo

dove

calchi di vento

segnano il confine tra attesa e oblio e il futuro

è un volto che riemerge

da franate memorie sottovetro una catena di passi

marcati col sangue uno a uno

dalla foce del Sele alle porre del Hrad un ponte di croci

gettato sull’ abisso …

 

                                  mio padre coltivava sogni

dietro il filo spinato di terragne lune tra cumuli di vite

a date a marcire

                             e una viola

                                                 spuntata per caso in pieno gelo    

li allevava nel piscio nel vomito

di bocche smembrare proprio i sogni    

che resistono alla deriva degli anni

quelli che lasciano una traccia indelebile

ad ogni risveglio

 

                         un papavero che vigila le messi

                         un fiammifero

                        che urla alla marea

                        un’ala trafitta di chiodi

                        un frammento d’ombra

                       strappato a un delirio di luci

 

forse

già da bambino abitava il fuoco

che il giorno porta scritto dentro il palmo

gabbiano insonne

che misura il naufragio della storia

come chi guarda il tempo di una vela

                                                             in balìa delle onde

del crepuscolo –

ora dal reliquiario delle sue sacre ombre

qualcuno libera serpi

a impastare il pane delle stelle

 

solo la sua mano

                              ancora

                                             s’illumina

all’ oracolo sapiente della spiga

reci ta parole d’ esilio

                                                   esorcismi contro l’artiglio

uncinato della grandine

una preghiera a un dio senza altari                     

un breviario di immagini

dove il fumo che spunta dai camini

non è alito di ceri e d’incenso ma un respiro

che ieri

                aveva occhi

                                        e voce

era

dita smagrite d’infanzia

che disegnavano rotte di astri splendenti                         

sulle pareti dell’inferno

                                          nei corridoi di Terezin                

o tra le case sventrate del ghetto –

                                                            era

bambini che ritagliavano ali di luce                              

scavando coi denti nell’ ombra                                        

incidendo brandelli di pelle

sul corpo inesplorato degli anni

dove non sarebbero stati –

 

rischiaravano la pianura boema

                                                      annerita da nuvole d’acciaio

solcata da transiti di uomini cavie

                                                       stipati nel ventre

di carri bestiame …

 

…                                    se ti fermi e accarezzi la terra        

che conserva il calore

                                      la linfa di giorni infiniti

                                                                                mai nati

ogni stelo che spunta ai cuoi piedi

ha la forma di un calice –

simbolo perenne di un unico rito

il ritorno

                ai deserti di un grido

 

 

(i vivi – diceva

è

appena un

rigagnolo di vino  memoriale della terra e

delle stagioni

e accende sui prati

alfabeti fraterni

di assenza –

lumi apparecchiati

per la cena interminabile

dei morti)

ogni sera accosto alle labbra                                                       

la sua pupilla di sopravvissuto  – estranea a un mondo

che rimargina ferite on l’ oblio l’orrore

con il balsamo e i drappi putrefatti

                                                           dell’eterno

                    incessante dismisura del sentire   mappa vegliata

da silenziosi inverni

                                  dalla neve che cova salici e mulini

giorni d’ alveare nel cratere

dei numeri abrasi   sfrangìati dall’unghia della tenebra

sul braccio –

muta sorgente

di polvere

rifiorira d’albe nel passaggio

 

10 commenti su “Lettera da Praga, di Francesco Marotta

  1. massimiliano
    06/06/2021

    Mi sembra una poesia fortemente dominata dal Simbolismo. Io non lo so, cerco o cercherei di essere più comprensibile. La domanda che mi pongo è: del quorum di oscurità contenuta in ciò che ho scritto, quanta è necessaria? Quanta di questa oscurità è mistero o solo complessità; e quanto di questa oscurità non sia il frutto del credere che un profluvio di immagini e connessioni, forse troppo private, implichi una maggiore universalità. Non è vero – chiedo – forse l’opposto?

    Vorrei far notare, affinché si possa apprezzare per intero il lavoro del poeta, che c’è, mi sembra, un refuso *:

    “(…) già da bambino abitava il fuoco/

    che il giorno porta seri*********** tto dentro il palmo/

    gabbiano insonne/ (…)”

    Grazie.
    Massimiliano

    Piace a 2 people

    • ninoiacovella
      06/06/2021

      Grazie per l’intervento e per il suggerimento riguardo al refuso. Per la poesia di Marotta, si, è così evidente l’oscurità, l’orfismo, da poterla considerare tra le ultime luci di fine ‘900 della nostra poesia.

      Dentro c’è l’indicibile del dramma della Storia e della propria vicenda personale (c’è tanta eredità di Celan, di Char e qualcosa che affonda nelle profondità della filosofia greca: l’oscurità di Eraclito).

      Non vorrei dire castronerie (ho una formazione socio-economica e sono un autodidatta in poesia e letteratura) ma questa poetica dovrebbe rientrare nell’alveo neo orfico (tra i poeti odierni in attività ci sono Flavio Ermini ed Enzo Campi). È una delle tante declinazioni del nostro panorama lirico.
      Nino

      Piace a 1 persona

    • vengodalmare
      06/06/2021

      Signor Massimiliano, ho letto più volte il testo di Marotta e il suo commento.
      Può non piacere quel modo di poetare, ma non credo sia questa una poesia oscura e piena di immagini gratuite (“private”?), non strettamente collegate al testo e a ciò che intende esprimere.
      Sull’universalità del testo poi non so se la comprensibilità ne sia una caratteristica indispensabile; ci sono forze oscure fuori e dentro noi che fanno più attrito e rendono più tortuoso il cammino per divenire “parola”; di tutto questo spesso intravediamo solo il senso eppure ne subiamo ugualmente il fascino, a volte in maniera imperitura. Ma questo lei lo sa meglio di me.
      Cio che ritengo invece importante in una poesia (e mi corregga se sbaglio), al di là della comprensibilità o semplicità del testo, ė l’esperienza -sensoriale, emotiva e intellettiva- che essa sa regalare al lettore e questa può essere suscitata anche da un semplice suono oppure che so da un asterisco che improvvisamente e inspiegabilmente scompare e che ci fa esclamare “oh!”.
      Mi scusi per queste mie banali considerazioni da lettrice.

      Piace a 1 persona

  2. Antonio Devicienti
    06/06/2021

    Mi commuovo ogni volta che torno a leggere Lettera da Praga – ma l’ intera Hairesis è caratterizzata da una densità non comune del dire è da una postura etica che continua a indicare la strada.

    Piace a 2 people

  3. Antonio Devicienti
    06/06/2021

    Ovviamente “e” da una postura

    "Mi piace"

  4. francescomarotta
    07/06/2021

    Caro Nino, l’insaziabile insonnia che mi opprime mi ha permesso di scoprire il post che hai voluto dedicarmi ripubblicando “Lettera da Praga”, un testo che risale a poco meno di una ventina d’anni fa. Ti ringrazio, così come ringrazio Massimiliano, Marina e Antonio per la loro lettura “annotata”.

    Massimiliano pone delle domande cruciali che meriterebbero risposte circostanziate e approfondite, quelle stesse che non ho saputo trovare, o non ne ho trovato di convincenti, e che mi hanno spinto, qualche anno fa, a chiudere per sempre la mia più o meno lunga parentesi di “facitore di testi in versi”.

    Sono comunque profondamente persuaso del fatto che quanto emerge dal sentire, dalla mente, dagli occhi, dalle questioni o dai rilievi critici sollevati da un lettore attento, veicoli sempre una “necessità” di fondo ineludibile, sia espressione di una “risonanza” che fa eco al riflesso dello specchio in cui ci guardiamo. Anche rovesciato. E allora diventa difficile, per me lo è, parlare dei miei scritti in versi: dovrei farlo con gli strumenti della “poesia”, un armamentario che da tempo non utilizzo più. Il che non è un sottrarsi a un eventuale contradditorio, anzi, per quello che posso sono qui.

    Solo una piccola postilla in merito al tema della (più o meno presunta) “oscurità”, col rimando a questa intervista (in particolare la risposta alla quarta domanda):

    https://perigeion.wordpress.com/2015/02/24/la-poesia-una-forma-di-resistenza-intervista-a-francesco-marotta/

    Ancora grazie e un caro saluto a tutti.

    fm

    p.s.

    WordPress, purtroppo, non permette di pubblicare alcuni testi rispettandone la formattazione originale. E’ il caso di “Lettera da Praga”, dove le pause, le cesure, gli spazi bianchi hanno un significato che va al di là del dato “ornamentale” o della schizofrenia scrittoria dell’autore. Mi prendo l’ulteriore arbitrio di rimandare chi volesse a questo link:

    Fai clic per accedere a lettera-da-praga.pdf

    Oltre al testo nella sua stesura originaria, è possibile leggervi anche una nota critica di Biagio Cepollaro che contiene “una” possibile risposta a qualche quesito che è stato sollevato.

    Piace a 2 people

    • ninoiacovella
      07/06/2021

      Penso Francesco che questo sia il tuo primo intervento/commento nel blog. Blog dove, la farfalla di Terezin parla da sé, risulta chiara la dedica umana e intellettuale nei tuoi confronti.
      Mi permetto di dire che la tua intervista (felice che sia stata Evangelia a fartela) è tra le più belle ed etiche dichiarazioni di poetica che abbia mai letto. Ne ho una versione stampata. Ogni tanto me la rileggo.
      E me la rileggerò pure questa estate.
      Un abbraccio
      Nino

      Piace a 1 persona

  5. massimiliano
    07/06/2021

    Sì, ecco, anzitutto grazie delle risposte. Ho scritto quel che ho scritto soprattutto nella speranza di conoscere come altri affrontano il tema della oscurità e della complessità (secondo me due termini in poesia solo simili ma opposti). Per dirla in altro modo, il grado di entropia necessario, inevitabile, che non può ( o non si vuole, o, per dirla in maniera forse più misticheggiante, che non vuole ) essere rimosso dal testo e quello invece che, lasciandolo o seguendolo fino alle sue estreme conseguenze, obnubila il senso stesso, lo offusca, lo opacizza, lo sfalda fino alla irriconoscibilità, come se si decidesse volutamente che il testo non faccia più parte di questo mondo ma tenda o ne suggerisca un altro. Volevo semplicemente conoscere il criterio o i criteri secondo cui, chi scrive, decide di tenere alcune zone criptiche e toglierne altre. In funzione di cosa? C’è un messaggio da estrapolare da del materiale grezzo o sono le parole stesse ad aderire a se stesse? E quando la forma è essa stessa la poesia davvero ci basta? C’è gratuità in questo? Che valore ha il riconoscersi in ciò che si è scritto? Qual è il grado di riconoscibilità che si vuole raggiungere? Quando l’oscurità diventa chiarezza di senso, potenza, o assume l’evidenza di una verità o invece diventa gioco di parole?
    Un appunto che devo a @vengodalmare, in riferimento all’aggettivo “privato” . Sì, definirei oggettivo che la poesia da molto tempo, la poesia che affondi le sue radici nell’atteggiamento lirico-romantico almeno, sia un fatto sempre più privato: in riferimento alla poesia in oggetto, ritengo che i simboli e le relative connessioni, che credo potrei definire associazioni, quasi sulla soglia di una scrittura automatica se mi si consente ( sottolineo “quasi” ), sono di carattere assolutamente privato ( anche se non autobiografico) e l’autore non ne fa affatto un mistero di questo. E’ assolutamente consapevole, a mio parere, ( lo deduco dal grado di artigianalità) di questo aspetto. Scrivere:
    un papavero che vigila le messi/
    un fiammifero/
    che urla alla marea/
    significa, prima del testo stesso, prima della poesia in sé, esporre un simbolismo privato: cosa vuol dire?: non sappiamo che valore ha per esempio questo papavero per lui, ancora meno cosa muova, sempre per il poeta, un papavero che vigili delle messi, ovvero l’atto di tagliare e raccogliere il grano. E nessuno ha mai visto un fiammifero urlare alla marea, quindi solo lui e basta, in tutto il mondo, sa quale sensazione o ricordo o concetto gli appare grazie a questa immagine. La scelta di questi oggetti e delle loro relazioni sono privati ( attenzione: gratuito non l’ho detto, ha un’accezione negativa e fuori dal mio discorso, ho detto e ribadisco “privato” che è una constatazione ) ; tale scelta di usare questo codice privato può essere condiviso ma non può essere discusso, perché si fonda totalmente su se stesso ( e questo è un poco il nocciolo del mio riflettere su quanto è necessaria l’oscurità e del pericolo che venga usata per celare l’Io che scrive, qui in senso autobiografico, con l’idea che così facendo si renda, verosimilmente, il testo più universale ). Ora, il poeta, rendendo pubblico questo simbolismo privato ( pubblicandolo) accetta di condividere un codice senza nulla che aiuti, ovviamente, a decifrarlo. C’è una fede religiosa in questo, ( va oltre, almeno così pare, l’Io che scrive che quasi sparisce) ed è la fede che regge gran parte della poesia simbolista e quella che a mio parere da questa prende le mosse. La fede che basti a se stessa e che sia svincolata dalla relazione col mondo causale. Vorrei ribadire che non sto discutendo la validità o meno. Né la bellezza o meno. Vorrei solo conoscere come, chi scrive, affronti questo nucleo inevitabile per chiunque scriva dei versi: la gestione diciamo dell’oscurità : sapere cosa farne: sulla base di che cosa una parte viene mantenuta, elaborata, resa più precisa, e un’altra invece epurata. Quanto conta il lettore?
    In fondo la domanda credo sia questa:
    1)
    scriviamo poesie per essere compresi?
    2)
    e quando leggiamo poesie, quale grado di chiarezza pretendiamo prima che si cambi pagina dicendo: “mah, questo non lo capisco, non sento nulla, pazienza.”
    Grazie mille.
    Massimiliano.

    Piace a 1 persona

  6. massimiliano
    07/06/2021

    Ho visto ora che sono stati aggiunti altri post e credo anche dello stesso poeta autore della poesia postata, bene. Questo solo per dire che il post che ho scritto qui sopra non intende snobbare nessuno. Leggerò quanto mi è sfuggito a causa di non aver aggiornato la pagina.

    Grazie per questo bel sito.
    Massimiliano.

    Piace a 1 persona

  7. francescomarotta
    08/06/2021

    @ Massimiliano

    Grazie a te per il tempo dedicato a questo “testo in versi” e per la riflessione, con relative domande, che proponi. Ne ho il massimo rispetto, anche se non condivido l’assunto iniziale che sostanzia, anche se non espresso direttamente, tanto l’una che le altre: quello della “unicità” e “univocità” della “poesia”, con il corollario della “chiarezza”, della “leggibilità”, della trasmissibilità di un “significato” che si fa “messaggio”, della “dicibilità”.
    Si tratta di termini e concetti che rimandano, sempre e comunque, alla “razionalità” del “dettato” e degli strumenti e apparati critici atti a garantire e a testimoniare questo “status” del fare poetico che la “tradizione” ci avrebbe affidato, da una parte; e a postulare, dall’altra, l’esistenza di un lettore-destinatario, altrettanto unico e univoco, che si muove entro i limiti di quell’orizzonte categoriale.
    E’ da rifiutare tutto questo? Assolutamente no, per quanto mi riguarda, ma andrebbe sempre in ogni caso ricontestualizzato, anche e soprattutto alla luce delle infinite possibilità che alcune “rotture” epocali hanno determinato nel campo delle arti e delle scienze nell’ultimo secolo.
    Questo per dire, molto semplicemente, che per me il “poiein” è una dimensione elastica, dinamica, metamorfica, “plurale”; e che ipostatizzare “uno” dei suoi infiniti volti ed elevarlo al rango di metro assoluto di paragone e di significazione (in questo caso del flusso creativo in “versi” – ma vale in tutti i campi dell’arte, nella musica e nella pittura, in modo particolare), espone al rischio, inevitabile, di negare la sua natura ed essenza polimorfa.
    Da qui, credo, l’accusa (molte volte un alibi estremamente protettivo e confortevole) di “oscurità” – con il profluvio di “ismi” (orfismo, ermetismo, simbolismo) che quella presunta “oscurità” cercano, comunque, di ricondurre nell’alveo di categorie più “rassicuranti”.
    Per alcuni, poi, quelle “etichette” diventano dei veri e propri capi d’imputazione: il che equivale, né più né meno, all’assurdo di voler portare davanti al tribunale della “razionalità” dispiegata, che tutto illumina e disvela senza lasciare angoli in ombra, la “natura” stessa, accusandola di essere sostanzialmente, con la ciclicità delle sue inarrestabili metamorfosi, un’entità strutturalmente simbolica, e simbolica proprio perché concreta e materiale.

    Cosa faccio io, da lettore, di fronte a un testo che mi appare “oscuro”, o che reputo “oscuro” solo perché risulta un oggetto “estraneo”, refrattario alle sintesi significanti prodotte dai parametri interpretativi che la mia formazione mi mette a disposizione?
    Ho solo due strade davanti (io non ne vedo altre): lascio l’oggetto “alieno” al suo destino, alla sua alterità che vado a cancellare dal mio orizzonte emozionale e cognitivo; oppure mi provo ad affrontarlo per quello che è, nella sua nuda “esistenza”, priva, apparentemente, di significazione.
    Se scelgo questa seconda possibilità, devo preliminarmente spogliarmi, fosse solo per il tempo esatto del confronto, degli indumenti critici della tradizione e mettermi “in ascolto” di quanto mi sta di fronte, leggerne l’alterità, con gli strumenti che il “manufatto” stesso mi fornisce sotto forma di suggestioni, di suoni, di vuoti, di pause, di immagini sconnesse, di connessioni e disconnessioni che creano immagini, di fratture, di latenze. Quell’ascolto, che non è mai passivo, univoco, solo apparentemente arduo e inconcludente, è la dimensione della “risonanza”.

    Sia chiaro: quanto detto va declinato unicamente come “ipotesi” di lavoro, riflessione parziale, approssimazione, tentativo di “apertura”. Non ha, e non può avere, nessuna pretesa di verità: se la verità è altro da quella fondamentale istanza interrogante e dialogante che cerca nella diversità che la contraddice e la afferma la forza per riprendere il cammino.

    Ancora grazie e un saluto a tutti.

    *

    Non ho nessuna possibilità nei prossimi giorni di seguire o eventualmente replicare. Quanto avevo da dire è qui e nell’intervista che ho linkato precedentemente. Se ci sarà modo più avanti, ci risentiremo.

    Piace a 3 people

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Questa voce è stata pubblicata il 06/06/2021 da in poesia italiana con tag , , , .
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