perìgeion

un atto di poesia

Archivio del padre, di Giancarlo Sissa


 

A Gianfranco Sissa (Mantova 1940 – 2018)

mio padre

 

ARCHIVIO DEL PADRE

 

(premesso che)

 
L’operaio che amava i libri mi ha insegnato a

leggere e a disegnare. A cercare anima ovunque.

A mani aperte.

Ogni alba conteneva già la sua morte fiorita nel-

la vita sottosopra.

La forza è una resa. Sogno che supera il sogno.

Morte che conosce sé stessa.

Le possibilità della gioia hanno molto a che ve-

dere con la necessità di ascoltarsi nel mondo del

silenzio. In riva alla morte.

Aspettare la visita. Aspettare l’esame. Aspettare

l’operazione aspettare. Aspettare il diario dei

chiusi passi. Guardare le piccole cose ammaccate

scivolare dall’astuccio di scuola. Pranzare a ta-

vola con la luce accesa anche d’estate. La luce nel

fuoco. Contrario della sepoltura.

Nelle ceneri la famiglia si interrompe. Da buon

anarchico non avere più indirizzo. Dopo la morte.

Diventare padre del padre. Rispettare il tempo

e ciò che scrive. Libero zoppicare nel modo mi-

gliore. I piccioni assediano il mio balcone. E l’az-

zurro del mattino.

Mio padre sgusciava le noci con grande lentez-

za. Mio padre non aveva paura di niente.

Meditando lasciandosi. Meditare. Raccoglieva

i frutti sgusciati in una tazza e ce li donava. E i

mandarini luminosissimi sul tavolo d’inverno.

Come ben sanno Santa Lucia e la Befana.

Mio padre non aveva paura di niente.
 
 

Archivio del padre

 

Mercoledì 18 ottobre 2017

 
Si sta meglio da questa parte del porto dove gio-

vani e vecchi giocano a carte. In maniche di ca-

micia e stivali di gomma. E tuttavia è sull’altra

sponda che con insistenza mi chiamano Gian-

franco. Con sguardo miope scambiandomi. Per

mio padre. Le parole oscillano reti. Gettate alla

notte rose pensose in bicchieri d’osteria.

Poesia o pane del disastro. Che bene ti porta il

male?

Qui sono lupi gli antenati fedeli alla vita.
 

Lunedì 23 luglio 2018

 
Ho comperato una bottiglia di vino bianco da

poco prezzo dopo i temporali che a notte. Fanno

stringere la cinghia e sognare male fa ancora cal-

do e io e te papà siamo poveri. Lo siamo da secoli

e lo saremo. Non c’era e non c’è nulla da tradire.

Ognuno fa quello che può. Solo chi ha fatto. I sol-

di si è fatto. Lontano senza dire una parola come.

Se non ci conoscesse. Mentre c’è. Ancora sole sul-

le dita.
 

13 agosto 2018

 
La campagna che vedo dal treno fra Modena e

Mantova milioni d’anni fa era il fondo di un o-

ceano. E il ponte sul Po una balena fossile. O un

sogno futuro. Se nelle ipotesi del passato ogni r

acconto giace sul fianco.

Mio padre parla con i fantasmi. Gli vanno vicino

nel letto. E sono madre. E sono fratello. E anche

io sono un pezzo del loro nome. Nell’alba. Mio

padre è vecchio come una mitragliatrice. Come

una bomba inesplosa. Un giorno in cucina le se-

die si alzeranno in cerchio attorno al lampadario.

E guarderanno in faccia i morti che vivono nel

soffitto. Allora fare la guerra non avrà senso. Solo

gli uragani sapranno in che ordine sfilare.

Da quanto tempo non scrivo su quel tavolo in cu-

cina. Sono semplici i compiti dell’umano verso i

padri. I ricordi sapranno chi siamo. Mentre la

pianura insiste. Sghemba e gialla fra fiume. E fiu-

me.
 

8 ottobre 2018

 
Bisognava avere pietà prima smetterla. Di avere

sempre ragione.

Ora è venuto il tempo della serietà e della severi-

tà. Ora è venuto il tempo della passione e della

compassione. Perdono contrario della. Dimenti-

canza contrario. Della presunzione.

Le barche si preparano alla nebbia del grande fiu

me. A raccogliere i bambini del secolo scorso. A

salvarli da ignoranza e vanità da. Nidi senza piu-

me.
 

Altri giorni

 
Padre caro la casa ha messo i libri sotto la piog-

gia. L’ultima ora non ha avuto delirio ma le an-

tiche ipotesi d’acqua. Il tempo forerà le mani a

questi idioti che non sanno cos’è un tavolo. Cos’è

una matita. Cos’è il mattino cos’è. La buona feb-

bre. Camminare lentamente verso.

Bisognerebbe leggere e digiunare. Voltare le spal-

le al bel tempo. Entrare nell’osteria dell’inverno

a bere da bicchieri vuoti. Accendere il fuoco nel

camino e dimenticarsi. Scrivere con precauzione

sul quaderno dei compiti. E poi morire. E poi

risorgere. E ogni volta scordarsi di voi.
 

(nota di poetica non richiesta)

 
Prima di parlare di poesia bisognerebbe aver in-

contrato i secoli. E le proprie mani piene di la-

voro e di silenzio. E non vantarsene ma ricomin-

ciare ogni giorno. E non vantarsene ma bruciare

sottovoce nel fuoco del buio. E non fingere di sa-

pere. E non vantarsene. In riva al destarsi. In riva.

Al destarsi. Non vantarsene.

Volevo dire prima di parlare di follia.

La follia non ha specchi ma garze marcite attorno

al cuore. Vele strappate al buio. Voci bisbigliate

da dietro le colonne crollate. La follia a volte può

essere il vento ai prati o la pioggia ai giorni stan-

chi di numeri.

E volevo dire poesia. E volevo dire poeti.

E non vantarsene.

 

 

Dalla prefazione di Pasquale Di Palmo

[…] La sua nuova raccolta è una sorta di doloroso journal in cui l’autore ripercorre le vicissitudini legate alla scomparsa del padre, di questo «padre dei perdenti» che ha le fattezze di uno scricciolo, contrassegnando le proprie annotazioni, spesso formulate attraverso una secchezza di tipo stenografico, con la data stessa di composizione. Si vuole così creare (o ricreare) questo Archivio del Padre che, fin dal titolo, mette in rilievo il modus operandi di Sissa, teso ad associare – si pensi ad altri titoli bellissimi come Manuale d’insonnia e Il mestiere dell’educatore – termini di ascendenza diversa ispirandosi ai canoni dell’oralità. È un discorso, quello della commistione tra basso e sublime, che non si può circoscrivere all’esclusivo ambito dei titoli ma che permea tout court l’opera di Sissa che, non a caso, prende abbrivio da moduli non dissimili da quelli adottati da Giudici per istituire la sua Vita in versi o da Benzoni che, sulla falsariga di Sereni, sembra far cozzare parole di derivazione profondamente differente al fine di creare un cortocircuito linguistico che riesca a sopperire all’impasse costituita dalle derive autoreferenziali della neoavanguardia.

Non meraviglierà dunque il fatto che a Giudici e Benzoni il poeta mantovano abbia dedicato in passato alcune emblematiche sequenze in cui il tono si fa più partecipe e commosso, quasi a rile- vare la loro figura di padri putativi (ma non si può dimenticare il ruolo di mentore assunto nei suoi confronti da Alberto Bertoni), un po’ come era successo allo stesso Benzoni con la figura dell’autore degli Strumenti umani. Ma, a differenza dell’orfani- tà ostentata dal poeta di Cesenatico, quella di Sissa si pone come assenza caproniana di taglio metafisico, in quanto la lezione paterna risulta ben tangibile: ne è testimonianza l’accorato ricordo che qui scaturisce – quasi una preghiera laica – ad apertura di libro, laddove si rievoca l’importanza assunta da quell’operaio che trasmette l’amore per la let- tura e il disegno nell’economia di una formazione atipica e che ora sta agonizzando in un letto d’o- spedale.

I testi presenti in questa raccolta possono essere concepiti alla stregua di un bildungsroman, in cui Sissa ripercorre alcuni episodi salienti della vita paterna, mettendoli in relazione sia con le vicissitudini della sua malattia sia con varie reminiscenze infantili, memore di certe dinamiche teatrali. Si crea una sorta di identificazione in cui i ruoli si invertono e si rimarca il fatto che «io e te papà siamo poveri». La pietas che scaturisce da questo rapporto non è mai esibita, appariscente, ma si esplica attraverso la sobrietà di un dettato uniforme, che non conosce particolari sviluppi apologetici, limitandosi a fare l’inventario di alcuni oggetti che acquisiscono una spiccata funzione metaforica, in un altalenante connubio tra gratuità e indispensabilità, spesso derivante dal ricorso ai calembours: «Il tuo nome accanto ai medicinali lago profondo. L’ago buio del male» (c’è qui forse la giocosa reminiscenza, tesa a com- pensare la tragicità del tema trattato, della filastrocca L’ago di Garda di Gianni Rodari).

La sostanziale novità riguarda soprattutto l’uso volutamente improprio della punteggiatura che crea un andamento discorsivo franto e sincopato: «Questa nebbia in riva al lago piena di coltelli. Que- sta terra bruna dove il silenzio annega dove. L’acqua getta fiori d’altri continenti. Dove. Si finge d’es- sere. Contenti». Tale particolarità permette all’autore di procedere a scatti, arrivando a congestionare la sintassi e isolando vocaboli che sembrano acquisire una rilevanza maggiore. D’altro canto l’ana- coluto attraversa come un fil rouge tutta l’opera di Sissa. Qui si arriva alla paradossale frammentazio- ne di uno stesso termine che sembra richiamare la balbuzie di celaniana memoria: «Chi. Chisse. Se ne frega». Altrove è l’iterazione a svolgere tale funzione straniante: «Ma non di rabbia sono carichi i rami. I rami. I rami».

Molto interessante è la proposta di accogliere brani dal diario della sorella relativi al medesimo periodo di composizione, come una forma specu- lare di registrazione degli eventi. Naturalmente in Sissa è molto evidente la tendenza alla deforma- zione surrealistica: si parte da un dato consueto per virare in una dimensione visionaria, se non addirittura allucinata, come quella che contraddistingue i sensi di un tossicodipendente o un alcolizzato (in uno sviluppo sinestetico che si rifà al testoriano tema dei diseredati, dei paria). Si procede così, tra magmatica catalogazione e riflessione sconfinante in una sorta di dialogo ininterrotto con le ombre, tra digressioni e esiti frammentari che si avvolgono a spirale alla stregua di un disegno informale, sot- traendo all’oblio ogni minimo segno che ora ser- peggia tra le pagine con i contorni frastagliati di un fulmine, di una cicatrice.

Altrove il libro si cadenza intorno a una serie di criptocitazioni, come quella riguardante la figura di Antoine Doinel alias Jean-Pierre Léaud, l’eclettico protagonista dei film di Truffaut, che appare come un ectoplasma nel canzoniere in progress di Ben- zoni e che qui fa capolino nell’incipit di una prosa, quasi a voler suggellare il legame di profonda em- patia esistente fra i due poeti. Questa catena di similitudini dissimula i processi di identificazione lungo un percorso rispettoso dell’ordine cronologi- co: Sissa si riconosce in Benzoni, Benzoni in Doinel,

Doinel in Truffaut, di cui rappresenta l’alter ego nella finzione cinematografica. È un’operazione re- condita, dal valore quasi iniziatico, che rende paradigmatico l’assunto «Ho la voce piena di altalene» (non si dimentichi inoltre la figura catartica di Ste- fano Simoncelli, un altro autore che diede vita al- l’esperienza della rivista “Sul Porto”, che in questi ultimi anni ci ha consegnato alcuni dei libri poetici più intensi di un panorama variegato ma, non di rado, ripiegato a soddisfare un edonismo di taglio tribale). D’altronde il risvolto etico è il vero motore del libro, con quel carosello di figure di emarginati, spesso recuperate dall’oblio, che prepotentemente si riconnettono a quelle dei Tre o quattro fratelli (non ricordo bene), ai nottambuli bolognesi che condivi- dono un bicchiere di rosso o una sigaretta sotto i portici di una «città sazia e disperata» (verso che l’autore ricava da un’allocuzione di Mons. Biffi, nonostante rivendichi a chiare lettere la natura profondamente laica del proprio operato).

Già il citato Bertoni aveva evidenziato come Sissa sia «davvero bravissimo a riconoscere la fisionomia dell’unheimlich, il non più familiare della visione straniata, il freudiano irredimibile, nella sede originaria del dettato lirico e del desiderio, là dove il naturale narcisismo del soggetto poetico finisce scardinato». La sprezzatura si consolida dunque non solo sul piano formale ma sembra costituire una sorta di emblema di questa poetica, configurandosi «Fino all’oracolo». Non c’è alcun autocompiacimento in tale operazione, la scrittura procede in maniera naturale, senza ricorrere ad orpelli o preziosismi lessicali, obbedendo a una registrazione dimessa degli eventi, mai abboccante al mimetismo. Ci si limita talvolta ad enucleare un vero e proprio inventario dell’assurdo: «Nell’aria qui attorno nuotavano balene». La musicalità della stagione inebriante di Laureola sembra essere stata soppiantata da una ricerca formale meno appariscente ma più concreta, che si muove in direzione di una verità («Con poche parole. Tutte buone») e di un bene comune che per taluni equivale ancora allo scandalo.

Archivio del padre, MC Edizioni, 2020, Milano

 
 

Giancarlo Sissa è nato a Mantova nel 1961 e vive a Bologna. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Laureola (Book Editore 1997), Prima della tac e altre poesie (marcos y marcos Marcos 1998), Il mestiere dell’educatore (Book Editore 2002), Manuale d’insonnia (Aragno 2004), Il bambino perfetto (Manni 2008), Autoritratto (poesie 1990-2012) (italic/pequod 2015), Persona minore (qudulibri 2015) e Archivio del Padre (MC edizioni 2020). È presente in numerose antologie. Le sue poesie sono tradotte in diverse lingue straniere. Da diversi anni attivo in ambito sociale come Formatore e Coordinatore di servizi rivolti ai minori. Ha ideato e condotto laboratori di scrittura dedicati al Silenzio e alle ipotesi della Sincerità impossibile. Per anni ha prestato opera di “diarista e narratore in scena” per compagnie teatrali come il Teatro delle Ariette e nell’ambito del progetto “Rosaspina, il tempo del sogno” di Alessandra Gabriela Baldoni.

Un commento su “Archivio del padre, di Giancarlo Sissa

  1. poetella
    11/06/2021

    molto interessante. Grazie.
    non lo conoscevo…

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 11/06/2021 da in Senza categoria.
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