perìgeion

un atto di poesia

Marco De Gemmis, Eugenio Lucrezi: Autoritrarsi

di Enza Silvestrini

Autoritrarsi: 40 poesie di Eugenio Lucrezi per 40 fotografie di Marco De Gemmis e 1 poesia di Marco De Gemmis per 1 fotografia di Eugenio Lucrezi, Oédipus 2021

Da tempo scrutiamo l’abisso. Da tempo, da quando ne abbiamo coscienza. Una distanza infinita separa due punti, l’io dal tu, il qui dal lì, un istante da un altro. Come sarà ancora possibile l’incontro, come potrà Achille raggiungere la tartaruga? Dai paradossi matematici, che hanno armato e disarmato le speculazioni per secoli, il dubbio rimbalza sui confini dell’etica, investe la funzione dell’arte e della letteratura.

La terra smotta sotto i nostri piedi ogni qual volta ci affacciamo sulla dimensione della dualità che rischia di aumentare la distanza anziché tracciare possibilità di avvicinamento. Eppure esiste un luogo dove questo incontro può ancora avvenire. Per raggiungerlo, occorre abbandonare le strategie di giustapposizione, dar fuoco all’ego e spingersi coraggiosamente fino all’estremo. Occorre saltare nel vuoto.

Questo salto significa dismettere l’io per trovarsi con l’altro in un non luogo. La dismissione dell’io avviene in ciò che gli è più proprio, nell’autoritratto, laddove potrebbe affermarsi, farsi uno e potente, trasparente a sé stesso. L’io sa che nello specchio potrebbe perdersi, sedotto da sé stesso come Narciso, e così si nasconde. Il titolo, Autoritrarsi, traduce già questa volontà facendosi forma pura del verbo che abbandona l’ostinazione del sostantivo. E nella iniziale Noticina degli autori a servizio del lettore questa volontà si rinsalda nel lasciar “scivolare l’abito esperienziale”, dell’essere “dimentichi, piuttosto, tutti e due, del segnaposto che li aspetta a tavola”.

Oltrepassato questo limite, si apre il territorio del possibile, dell’ “uno e uno”, dei “quaranta” (poesie) e “quaranta” (fotografie), simili a un edificio che si eleva in sistemi di altezze, ma che, nel contempo, accoglie dentro sé altri piani orizzontali.

Nelle fotografie di Marco De Gemmis, l’io può sorprendersi dentro il riflesso di un vetro, dentro un’ombra mentre si aggira all’interno di una mostra d’arte e osserva con attenzione un’opera. Nell’osservazione, il suo sguardo si sdoppia: diventa l’io che guarda e l’io che si guarda proprio nell’atto di guardare. Così, guardando fuori, si ritira dentro a osservare sé stesso nell’atto di guardare. Oggetto e soggetto diventano porosi, sconfinano l’uno nell’altro. Scorgendo la sua ombra incombente che si proietta ingigantita e sinistra sul vetro, sul muro, su una strada al tramonto, l’io si scopre estraneo a sé stesso (“di chi sia […] / Confesso che lo ignoro.”).

Dell’io sopravvivono frammenti: un occhio che scruta da uno schermo, minimi pezzi di corpo, contorni. Innumerevoli filtri si sovrappongono e mai si ritrova la certezza dell’intero. L’incompiuto è sempre in agguato.

Una fitta rete intertestuale, in un gioco di citazioni, implicitamente racchiude i diversi modi in cui la tradizione ha interpretato l’autoritratto (in veste d’altri, travestimento, proiezione…), ma essa è anche il principio di destrutturazione di questa tradizione stessa. 

In altre forme d’arte (la fotografia d’autore in particolare), l’io riflette la sua ombra per ritrarsi e aprire così molti piani dentro un’unica foto: la fotografia della fotografia in cui viene catturato un piccolo pezzo del corpo o, più spesso, l’ombra del fotografo che si autoritrae.

De Gemmis esplora le pieghe dell’esistente, si specchia nel mondo animale (come in Autoritratto per interposta persona dove la persona, nel senso etimologico di maschera, è un cane) e nel mondo inanimato (come in Autoritratto con coso dove la materia, senza nome, è un generico coso, ombra di una forma vagamente inquietante che incombe sull’ombra umana). L’io diventa successione temporale (come in Autoritratto su autoritratto con macchina fotografica di Man Ray), si assottiglia fino a sparire del tutto come in Autoritratto con san Domenico Savio (io non sono venuto).

Eugenio Lucrezi nei suoi versi fotografa a sua volta, dialoga con l’alter, fisso nello scatto (il macchinante), e con il sé facendosi egli stesso oggetto della fotografia in Autoritratto col Poeta in ascolto dove, della sua figura, restano parti: soprattutto il dettaglio dell’orecchio (in ascolto appunto) e la purezza della camicia bianca.

L’alter si rifrange in una molteplicità. Così il poeta misurandosi con il suo principale alter (il fotografo, il macchinante, il sodale), si misura contemporaneamente con una varietà di alterità: il linguaggio fotografico, la visione, i testi e così via.

Rispetto al suo primo e ai suoi molteplici alter (esterni e interni) il poeta rimprovera (“Non hai capito niente”), confonde i piani (“Nos sumus non. Son io che sono.”), ma soprattutto scherza impostando un gioco molto serio. La lingua si flette alle esigenze della poesia mescolando registri diversi, vivacizzando la musicalità dell’italiano con parole di altre lingue (il latino soprattutto) perdute e ritrovate, reali e immaginate nei suoni delle assonanze: “Directa peragit suas reflexas / Particulas in selfie atomicando / Da faccia a faccia, per erbe impallidite, / La smorfia appena storta dell’Autore.” I versi di Lucrezi si fanno aerei, conquistano levità con la forza di un estremo rigore formale, della sapienza metrica che struttura architetture di strofe regolari, simmetriche o variate. La rima sorride, smuove il ritmo in una musicalità appuntita e avvolgente.

Coerentemente vasta l’area semantica del vedere che trova uno dei suoi apici nella poesia Autoritratto su desktop (“icone”, “immaginette”, “pupilla”, “visione”, “guardi”, “sguardo”) o nell’ambiguità di parole come “riguarda” che, pur usato nel senso di concernere, si trascina dietro l’intensità dell’attenzione, la puntualità della reiterazione.

“Epifanie” (in Autoritratto con coso) è la parola chiave che apre squarci nella confusione provando a rivelare una realtà seconda. Emergente dal vuoto, questa realtà seconda è spesso il risultato di un dialogo o dello spostamento della focalizzazione. Il poeta si mimetizza, assume l’identità degli oggetti della visione: è l’io, frammentato e instabile, soggetto e oggetto della fotografia; è l’alterità con cui l’io e le sue ombre si confondono. La focalizzazione può essere completamente esterna, per interposta persona, concedendo al cane di parlare direttamente. Oppure l’io può conversare con il mondo senza mai tuttavia trovare una sintesi: coso ribalta le sue categorie spaziali, l’alto e il basso; il Signor Man Ray le sue categorie logiche (Spostandomi imperterrito, / Da un me a molti altri me) ed estetiche (E tutto il tuo sembiante / Mi pare, ti confesso, / Ben poco interessante). Del resto, queste epifanie non hanno un reale valore di rivelazione, non possiedono certezze (“a epifanie incertissime, che provo, / Imploro, aggiusto, rompo e poi detesto”). Anche la realtà seconda resta indecisa, in bilico sul dubbio.

L’unica verità provvisoria a cui approdiamo alla fine del viaggio è che se l’incontro può accadere è proprio rinunciando alle rassicuranti certezze che vorrebbero tagliare gli emisferi “del cranio del poeta” come due mezze mele perfette. La reciprocità sta nello sguardo, in una volontà di attenzione (“Dimenticando me / Ti scordi anche di te”), in uno scambio di posti. Per questo alle quaranta si aggiunge una che inverte i ruoli: 1 poesia di Marco De Gemmis per 1 fotografia di Eugenio Lucrezi. È di nuovo un autoritratto per interposta (“poeti.com: autoritratto per interposta poeta”) dove non solo è sparito l’io persino nelle sue ombre, ma è sparita anche la persona (o l’animale) interposta. Sono rimasti un paio di occhiali scuri a ricordarci un volto e, sotto, un libro di poesie (di Marina Cvetaeva). È rimasto un verso a ricordarci che “ogni cosa ha poesie in agguato”.

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Fotografie e poesie

Autoritratto con san Domenico Savio (io non sono venuto)

Dove sei? Lui ti vede, tu l’hai
Visto. Si chiama: reciprocità.
Ma non riguarda te, che sei leggero.
Tu non hai pesantezza, e la materia
Del sogno è il capovolto dell’esistere
Con cocciutezza: questo, se la vede,
la spacca, l’acquasantiera.
Questo è morto danzando sulla rima
Baciata, facile, tra la sua preghiera
E il pestoso colera che l’ha ucciso.
Un rigo appresso all’altro. Ed è per questo
Che nella foto tu non sei venuto.

* * *

Autoritratto con coso

Non sapendo che fare
Di questa smania, prendo a sagomare
Figure impersonali e mi assomiglio
Per forza, per incollo e per rovello
A epifanie incertissime, che provo
Imploro, aggiusto, rompo e poi detesto.

Così detesto me, che me deploro,
Per interposto guasto, e quasi cozzo
Con un coso all’in giù, dal collo appeso
Ad infinite altezze, a perdifiato,
Pencolante nel vuoto e in imminente
Pericolo di andare in mille pezzi.

Ciao, sono il coso finito qui per caso
A testa in giù, secondo il tuo giudizio.
Invece sono ritto e sono qui
Da ben prima di te, che sei arrivato,
All’improvviso e assai improbabilmente,
Nella postura di un pazzo capovolto.

Ciao, coso, neanche vedo dove porti,
se mai li porti, gli occhi e tutto il resto.
Io sono il fingitore e ti detesto.
Faccio scatti a casaccio. Tu sei il caso
Che fa di me colui che non sa fare
Che riprovare dopo aver provato.

Non sapendo che fare, hai riprovato.
Da coso a coso, ti dico che hai sbagliato.
Mi viene il torcicollo. Torno su.
Stammi a sentire. Sparisci pure tu.

* * *

Autoritratto su autoritratto di Vivian Maier

Partes per omnes esiste un virtuale
Specillo che per specula pervade
La superficie curva su cui spalma
La propria essenza spessa l’animale
perfido ed insediato sopra cui,
da monitor lusofono ed astrale,
Profonde sua saudade Mario Andrade.

Spatia per omnia il mantice de l’alma
Si fa materia nel prato che risiede
Tutt’intorno alla Maier che ritrae
Pontificando e pare che suprema
Mente si faccia mentre appena posa
Alberi e fogli ritti nella luce.

Directa peragit suas reflexas
Particulas in selfie atomicando
Da faccia a faccia, per erbe impallidite,
La smorfia appena storta dell’Autore.

* * *

Autoritratto su Gursky

Wide dedi disse semi sepolto da tanta trasparenza anzi senza
Hide dedi dicato to todo esto spessore rerum mas sacro massivo
Ride de desp perado super millionaire ride cava cavalca cavallo
Side de lato tore delato re reto re retro dinanzi anzi retore torto
Hide de ride ride denso spessore re della roba iban banale
Wide dessert desert storm orm orme ormeggiate dovunque
Side reo side car riede sidereo reo logico corre scorrendo orrendo
Ride deriso sorto riso risorto tor torbi da morbida torba s’indura
Tu sei SOS peso sei senz y ente zen senza sei sospeso sei zen sei niente
Tu sei in es sei ente entera mente sei es sai che lì sopra il banco
Bianco ti schiaccia e schiaccia teco la roba basta che tu ti libri
Ri flesso ri posto posto tra lastre tra estremi estri in re flex.

* * *

Autoritratto in ritirata

Sono solo, non è
Decoroso bouquet la compagnia.

Mi ritiro perché
I ritiri discreti, tuttavia,
Sono un auto da fé.

Qui succede che stipiti
Siano in fila cortesi e disponibili
Al sorriso più breve in uno specchio,
Che lascio volentieri
Prima della resurrezione, dell’ennesimo
Esito dal sepolcro indedicato.

Che a volte è profumato,
Altre volte, più mesto, disodora.

E invece no, non sono
Solo, non qui, non ora.
In primo piano, a destra, suona l’organo
Della maniglia la nota di una mano.
Che, suonata la nota, se ne andrà
A suonare lontano.

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