perìgeion

un atto di poesia

Fabio Franzin, ‘A fabrica ribandonàdha / La fabbrica abbandonata

 

copertina

 

 

 

L’ultima raccolta di Fabio Franzin, ‘A fabrica ribandonàdha / La fabbrica abbandonata (Arcipelago Itaca, 2021), va a completare un ideale trittico di cui Fabrica (Atelier 2009) e Co’e man monche (Le voci della luna, 2011) compongono le prime due parti. Come lo stesso autore spiega nell’incisiva premessa, la maggior parte delle poesie sono state scritte nello stesso periodo dei due lavori precedentemente citati, e ne riprendono la compattezza – anche formale – e il dettato, cambiando però la prospettiva: lì dove Fabrica si concentrava sulla fatica fisica e mentale del lavoro e Co’e man monche sul senso assoluto di disillusione di chi il lavoro invece lo ha perduto, quest’ultima raccolta concentra lo sguardo, piuttosto, sull’esperienza di chi dentro e fuori ad una fabbrica ha trascorso nel bene e nel male una vita intera. La fabbrica è luogo di giochi nell’infanzia, di esperienze legate all’adolescenza, di crescita cambiamento: Franzin insomma racconta cosa significa vivere in una sorta di “cultura della fabbrica”, attraversa ancora il finto miracolo economico e la successiva disillusione di una terra tradita ma lo fa con gli occhi di chi a questa terra è legato per la vita, al punto tale da condividerne le trasformazioni. Anzi lo dice chiaramente:

sembra quasi fosse

tutto già scritto, allora, il nostro destino…

La crisi che diventa sempre più manifesta non è solamente economica, ma diventa piuttosto esistenziale, si accompagna al fallimento di un modello sociale che a sua volta è composto dall’esistenza di tutte le singole persone che lo hanno incarnato e ancora vi sono irrevocabilmente legati, però sono maturi abbastanza da alzare la testa e riflettere da una prossimità spesso amara. Mi pare che sia questo il senso delle poesie poste in Appendice, anch’esse in buona parte coeve alle prime ma discoste dall’unitarietà delle precedenti, al punto da diventare spesso momento di riflessione appena più distaccata e occasione di confronto con i maestri come Fortini, Pasolini, Loi, Guerra. Mi sembra di poter dire che Fabio Franzin debba essere accostato a questi poeti per la coerenza del suo percorso, per la sua capacità di farsi testimone di una generazione e di una terra, e che della sua testimonianza ‘A fabrica ribandonàdha / La fabbrica abbandonata vada oggi a costituire una nuova e fondamentale tessera.

 

***

 

Noàntri ieréssi ‘na pìcoa banda,

un s.ciap de bociàzhe dee casete

operaie. Se ‘scóndessi là drento

dopo ‘a scuòea. Te chel cortìo

covèrt dae lastre sbièghe de eternit,

 

fra chel scurét pien de polvara

e rovinazhi, i fénestroni roti, ‘ven

zogà a baeón, fat gare de slalon

co’e bici, sbarufà e po’ fat pase.

I sogni tuti grandi, fra chii piàstri.

 

 

Noi eravamo una piccola banda,

una masnada di ragazzini delle casette

popolari. Ci nascondevamo là dentro

dopo la scuola. In quel cortile

coperto dalle lastre oblique di eternit,

 

in quella penombra polverosa,

fra scaglie di cemento e lucernari infranti, abbiamo

giocato a calcio, fatto gare di slalom

con le bici, litigato e poi fatto pace.

I sogni tutti grandi, fra quei pilastri.

 

***

 

Tre navate ‘a ‘vea ‘sta nostra

catedràe, tre spazhi grandi co’

fa squasi un canp da baeón; te

quel in mèdho i piàstri, tuti in

spìroea, sacre coeòne del tenpio

 

sconsacrà, crose de tubi picàr

dai sufìti, l’altàr ièra un bancón

de fèro tut rùdhene. Là se ‘ven

fat un catechismo nostro, pìcoi

santi, co‘e stigmate tii dhenòci.

 

 

Tre navate aveva questa nostra

cattedrale, tre spazi enormi quasi

come un campo di calcio; in

quello centrale i pilastri, tutti in

fila, sacre colonne del tempio

 

sconsacrato, crocifissi di tubi a pendere

dai soffitti, l’altare era un bancone

di ferro arrugginito. Là ci siamo

fatti un catechismo tutto nostro, piccoli

santi, con le stimmate sui ginocchi.

 

***

 

Che a vardarla ‘dèss, savendo

tut, tut el disegno: ‘sta infanzia

passàdha drento a ‘na fabrica

ribandonàdha… par che fusse

scrit za ‘lora, el nostro destìn…

 

da quando che la ‘ven catàdha

là, come regàeo de un posto tut

nostro, a diese àni dopo, finìo

‘e medie… pì de mèdha banda

seràdha drento ‘n’nantro capanón.

 

 

Che a leggerla adesso, col senno

di poi: questa infanzia

passata dentro a una fabbrica

abbandonata… sembra quasi fosse

tutto già scritto, allora, il nostro destino…

 

da quando ce la trovammo

là, come dono di un luogo tutto

nostro, a dieci anni dopo, finite

le scuole medie… più di metà di quella banda

chiusa dentro un altro capannone.

 

***

 

E calcùn de noàntri l’é ‘tornà

là drento, ‘dèss, drento a chel

liògo ribandonà. El ghe ‘à ‘tornà

stàndoghe fòra, fòra dai cancèi,

quaranta àni dopo. Drento là

 

‘e malte taca a stacàrse, el fèro

a inrudhinìrse, i veri spacàrse.

Taca a crésser ‘e erbàzhe, tel

piazhàl. Tel muro un ciòdho cede,

cròea ‘a bacheca. L’é sol l’inizhio.

 

 

E qualcuno di noi è ritornato

dentro là, ora, dentro quel

luogo abbandonato. Ci è tornato

costretto a starne fuori, fuori dai cancelli,

quarant’anni dopo. Là dentro

 

gli intonaci incominciano a staccarsi, il ferro

ad arrugginirsi, i vetri a spaccarsi.

Incominciano a proliferare le erbacce, nel

piazzale. Nella parete un chiodo cede,

crolla la bacheca. È solo l’inizio.

 

***

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