perìgeion

un atto di poesia

Maria Grazia Amati, Il bello della vita

 

 

di Vincenzo Di Maro

Esistono autori che sembrano pensare per stagioni: giorni e versi si intrecciano in una sintassi abituale, gli uni mimati dagli altri. E’ il caso di Maria Grazia Amati e del suo nuovo “Il bello della vita”, che sin dal titolo suggerisce una gradevolezza sostanziale, una velata grazia che accompagna il lettore al modo in cui l’estate declina in settembre. Libro riflessivo ma non regressivo, pacato senza essere appagato; in cui anche i nodi irrisolti, le mille turbolenze del quotidiano, sembrano vissuti in un’aura di sanità esistenziale. Così, nel paesaggio umbro che costituisce la cornice ideale del libro, una teoria di cipressi può emulare le lievi righe di un’esistenza. In essa i ritmi della campagna propiziano la riflessione sul senso della tradizione (l’umbro Jacopone che accompagna Leopardi, D’Annunzio o Montale).

Nel corso delle pagine si dipanano poi gli interrogativi, su di sé come su persone concretissime e vicine. Il rapporto con l’umano è sempre vissuto in scala di uno a uno, sia pur mediante l’appartato, numinoso colloquio con alcune tra le voci femminili più importanti della nostra poesia: Maria Grazia Amati è infatti curatrice, presso l’editore Bertoni, di una interessante collana, “Donne in poesia”, che recupera alcune tra le maggiori autrici della poesia italiana a cavallo tra Otto e Novecento – tra cui Amalia Guglielminetti e Vittoria Aganoor – di cui scriveremo prossimamente.

Un libro in cui coesistono in ugual misura rarefazione e intensità, che diventa multiforme diario di viaggio, tra preziose scoperte quotidiane, e si dipana tra resoconti di rapporti interpersonali e frequentazione di eletti numi tutelari. E’ anche un libro in cui le letture si traducono sempre in grata conquista personale, in scrittura, senza però mai indulgere alla citazione o all’iperletterario.

Ma “Il bello della vita” confluisce anche nell’alveo di una piana dialettica “naturale”, che a volte si traduce in complicità con tutti gli altri esseri viventi – siano essi vegetali o animali – nel segno di una partecipazione unanime al fluire del Creato, sulle tracce del nostro primo poeta in volgare, l’assisiate Francesco. Fervore e sobrietà nei rapporti col mondo contribuiscono poi a rendere pieno e veritiero il registro dell’autrice.  “La vostra lingua, il vostro lascito, sono la mia arma di salute”, dice Amati, riferendosi al dialogo con le dimesse ma costanti “presenze” delle poetesse d’elezione, Guglielminetti in primis. Alla fine, l’atmosfera composita e gentile del libro agisce sul lettore quasi come un farmaco: di questi tempi non si può certo dirlo di molte opere.

 

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Come le tacche

sul vecchio legno di mio padre

Così i cipressi lungo il viale

regolari, perfetti, accentuano la prospettiva

Accolgono l’onda, quando il vento arriva sonoro

Si piegano senza assoggettarsi

******

Agganciata a uno spuntone di roccia

La mia casa ha un saldo ancoraggio:

sogni mai infranti, idee non ideali

E poi ho fede, ma non in te

E non in me

E spero, senza speranza alcuna

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Francesco e Benedetto

podisti per una geografia di luoghi irraggiungibili,

di strade non tracciate

Scrivono sentieri sulla ricca pagina del Centro Italia

La collina sacra che porta l’olivo

offre il crudo giaciglio per notti visionarie

caverne a precipizio sulla via scabra del timo selvatico

La pietra per la solitudine

propaga l’eco che non consuma

negli affanni della stolta opulenza

del presente idolatrato

Buttare l’abito del suicidio sociale

Obbedire per ironia, senza soggezione

Obbedire alla pietra

Silenziosamente loquace

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Giobbe

 

Per i diciott’anni ti regalerei l’elenco nero dei guai

da me redatto con grande cura e perizia

così che ti ci impegni

e per i trenta l’abbia completato:

ottima cura per l’infarto è il prendere di petto

Con la matita li spunterai a uno a uno

tasse ingiustamente pagate

camino incendiato

e la macchina che si ferma di notte

in quello sperduto incrocio di vie

e l’acqua che se ne va, in inverno, appena ti denudi sotto la doccia

e condanne ingiuste, terremoti, frane, vicini astiosi

Tutto fatto

Per i trentuno ti regalerei l’elenco giallo delle cose belle

da me redatto con grande cura e perizia così che ti ci impegni

e resti sempre da completare

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Natura morta

 

Scrivo l’arancione dei cachi

maturati nel cesto, al sole della veranda.

E, delle cotogne, il profumo di cassetti

ordinati con la biancheria invernale.

L’albero lascia i frutti senza angustia

anche alla cornacchia

che immortalo artigliata sulle spalle del mitico Oreste.

Respiro le parole che conservo nei barattoli di vetro

fra le albicocche e le zucchine estive.

Parole gustose di aceto e zucchero.

Parole autunnali su righe di foglie ingiallite.

Quando è ora buttano gemme.

Parole che lasciano i frutti, quando è tempo.

Un commento su “Maria Grazia Amati, Il bello della vita

  1. ninoiacovella
    10/09/2021

    Testi splendidi, limpidi e universali. Mi fanno pensare alla purezza monacale degli emanuensi.
    Un libro da avere, per esserci, nella poesia.
    Nino

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 10/09/2021 da in Senza categoria.
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