perìgeion

un atto di poesia

Carlo Alberto Parmeggiani, Bestiarietà (della vita quotidiana)

[Questo ironico ed erudito Bestiario è di prossima uscita, insieme al racconto Le hérisson di Roland Cailleux, in un libro bilingue italo-francese, nato dalla collaborazione della casa editrice romano-triestina Italo Svevo con la parigina Riveneuve]

GATTOBARDO
(Feles Cantatore)

Già noto ai tempi di Giulio Cesare che nel De Bello Gallico ne annota di sfuggita la complessione sommaria del felino, monco di una zampa e con un’altra trasformata in una incomprensibile appendice, e pure noto nell’Egitto paleocristiano dove Origene, nel suo trattato contro Celso, colloca il Feles Cantatore all’ottavo grado della sua visione ofita chiamandolo col nome Felonèl, il Gattobardo, secondo il prezioso bestiario del Bordone, pare sia capace di almeno dieci vite, tre in più di quelle che di solito sono attribuite al gatto comune. Originario, secondo lo storico Giuseppe Flavio, di un acrocoro non meglio individuato dei Carpazi, pare che nel corso dei secoli sia passato dalla condizione di bestia tripode migrante a quella di animale bipede addomesticato per mano e scudisciate di popolazioni galliche e boeme o, più genericamente, di popolazioni indoeuropee del Sud e Nord Europa.

Dotato, secondo l’Alverniate, di prestanza, astuzia, agilità, ma privo di robusta dentatura e quindi incapace di procurarsi il cibo come i suoi consimili felini, una vecchia tradizione, trascritta in un anonimo centone trecentesco ritrovato nella pieve di Devoluy, nel Delfinato, narra di come il gattobardo si sia via via adattato alla vita degli umani, svolgendo presso loro la funzione di predire e di annunciare le invasioni di interi ceppi slavi e semitici di topi, in cambio di una scodella di pappina semiliquida di carne biascicata, impastata con farina di castagne e pesce. Sempre in quel centone vi si dice che con miagolamenti ripetuti, soffi, code alzate, buffonesche capriole, arruffamenti di pelo, allisciamento di vibrisse e scroto, il gattobardo avvertisse i capi dei villaggi e i sacerdoti dell’arrivo dei temuti roditori alle frontiere inopinatamente incustodite. Evolutosi poi fino ad imitare la voce degli umani, da cui per un periodo di tempo pare non ricevesse più attenzioni, dato che nella Bassa Sassonia si racconta del ricorso a un pifferaio per prevenire un’altra invasione di fetide bestiole, il Feles Cantatore, da dimenticato e goffo avvertitore di pericoli in arrivo, secondo Teobaldo Calatrava pare sia riuscito ad ottenere con un editto regio di Mattia Corvino, lo stato, ossia la condizione sociale di aedo, di intrattenitore, ovvero di cantore, mantenuto da una questua collettiva, delle saghe e delle stragi che gli umani compivano di sorci inurbati o di grossi ratti dalla coda circoncisa. Stragi, massacri, derattizzazioni che le popolazioni del Nord come del Sud Europa erano talvolta costrette a perpetrare per difendere la razza umana da epidemie pestilenziali, leptospirosi, malcaduco et similia di immondo e contagioso avesse minacciato la preservazione della specie.

A tale riguardo, e per venire a tempi a noi più vicini, dato che nei secoli intermedi si hanno poche o nulle documentazioni, non va dimenticata la variante al bel racconto intitolato Giuseppina la cantante che Franz Kafka scrisse e che fu ritrovata dal Wagenbach tra le carte conservate da Dora Dymant  nel sottoscala di una casa di Berlino. In quella bella pagina di prosa vi si narra di come Giuseppina, una topolina quasi senza voce, fosse spaventata, per non dir terrorizzata dal miagolio, dal birignao stentoreamente modulato del gattobardo Federico nelle sue esibizioni di fronte a un pubblico di umani. E ciò perché, non essendo più del tutto un animale, con le sue paure, l’incoscienza, l’istintualità innocente che lo contraddistingue e che gli è naturale, ma neppure interamente uomo, con la ragionevolezza che gli è propria e la follia che talvolta lo possiede, il gattobardo Federico, giusto a metà strada tra la bestia e l’uomo e arrogandosi da sé la funzione sociale di piccolo vate dei fasti nazionali e della salvaguardia dei confini, con la sua arte che aveva raffinato in anni di servaggio e domesticazione, per Giuseppina era assai più pericoloso di un falco pellegrino, di una lince, un gufo, o addirittura dell’uomo più brutale.

Attualmente, sostiene il Baltrusaitis, dopo una scomparsa pluridecennale dalle scene in cui in passato era solito apparire, tanto da far pensare a una sua estinzione, il Feles Cantatore pare sia ricomparso qua e là nelle campagne e nelle aree industriali dell’Europa, talvolta come curiosità da sagra di paese, talaltra come convitato a oceaniche adunate di neo-qualche cosa in piazze cittadine o slarghi agresti di vallate amene nell’attesa, sempre secondo il Baltrusaitis, di una fantasmagorica rentrée nei salotti buoni delle varie e dissociate intellighenzie nazionali.    

CriCETO MEDIO
(Mesocricetus Urbis)

     Originario, secondo il Rondelet, del bagnasciuga delle coste dell’Europa occidentale e diffusosi poi a dismisura negli intorni dei castelli e delle rocche medievali sino a diventare, con il passar del tempo, il nucleo principale della popolazione degli attuali e moderni centri urbani, il Mesocricetus Urbis, grande roditore, dotato di due corde vocali che ne fanno assomigliare gli squittii al chiacchiericcio della parlata umana, è, stando agli studi approfonditi di Geoffreoy Saint-Hilaire, la conseguente e ben riuscita evoluzione del Cricetus Libertus, di cui già Plinio il Vecchio riferiva nella sua Historia Naturalis. Ovvero, la casuale progressione a forme più evolute del Liberto Roditore di cui si trova un gustoso campionario nelle commedie plautine e di Terenzio Afro.

     Animale vorace fino all’obesità e, per converso, capace altresì di digiunare fino all’anoressia roditoria conclamata, il CriCeto Medio è dotato di capienti tasche guanciali e paradorsali che alle volte riempie dei rifiuti e degli avanzi lasciati cadere a terra dalla fauci e dagli artigli di altre specie di animali. Attivo fin quasi al parossismo e alla ipercinestesia nervosa, dall’alba al fare della sera la sua attività di roditore è alle volte molesta e distruttiva per le attività dell’uomo. Già Cartesio, nel suo ritiro a Breda durante la guerra dei Trent’anni, scriveva a Isacco Beeckman una lettera ben circostanziata nella quale riferiva di come una torma di CriCeti Medi, con rodimenti continui e ripetuti, avesse cesellato, anzi sbriciolato, le palle di granito che i soldati di Maurizio di Nassau avevano diligentemente ammonticchiato in bella forma regolare, di cui Cartesio stesso aveva formulato la disposizione più elegante e opportuna, accanto agli affusti dei cannoni prima di una battaglia contro gli archibugieri del conte-duca di Olivares.

     Vivace, socievole, industrioso, fornito di uno spiccato senso della proprietà e del territorio nel quale ama prendere dimora, il CriCeto Medio, pur nella sua connaturata timidezza che talvolta raggiunge gli alti gradi della pavidità, è spesso litigioso, se non letale, addirittura, con i membri della sua stessa specie ogniqualvolta veda minacciate la sua sopravvivenza e le prerogative esistenziali che un sistema di equilibri biologico-sociali, di tipo malthusiano, ha fortunosamente favorito nel corso della sua evoluzione. Per tale motivo, e approfittando delle sue caratteristiche razziali di aggressività e socievolezza insieme, ai tempi nostri viene spesso utilizzato come cavia, della quale è parente alla vicina, nei laboratori di ricerca come coadiutore o vero e proprio oggetto di sperimentazioni e di verifica di leggi stocastiche e del caso, o di altro tipo, meno lecito, più indicibile e segreto. In effetti, in tempi di abbondanza generalizzata e di benignità del clima, il CriCeto Medio ben si presta allo studio degli aspetti più importanti dei fenomeni vitali, quale, per esempio, la grande e frenetica attività sessuale che distingue il mesocricetus da altre specie della classificazione linneana e di cui il Leeuwenhoek, oltre a descriverne le pose che, grosso modo combaciano con quelle di alcuni sacri testi indiani, ne aveva già contato l’enorme quantità di spermatozoi contenuti in una sola goccia del suo seme. Attività ormonale, dunque,  che permetterebbe al CriCeto Medio di perpetrare la sua specie in misura pressoché esponenziale, almeno fino al raggiungimento di una nuova mutazione dei sui geni che sarà forse favorita, sostiene George Hardwick nel suo bel saggio intitolato Smidoll Class, dalle radiazioni nucleari di un prossimo e possibile evento disastroso. In ciò quasi conforme a quanto, decine di anni or sono, sosteneva Italo Svevo che, nel finale della sua Coscienza, ne vagheggiava l’estinzione generale.       

BURROPARDO
(Butygrumpardus Monticola Vallis)

Una leggenda antica del Reggiano, o meglio dei monti a nord del fiume Secchia, fra Savognatica, Cigarello e Campovecchio sulla via Lamburana, o appena un po’ più in là di un dito, narra del mitico animale Burropardo, che a Carpineti prendeva e ancora prende pure il nome di Belvaburrosa, o Burropardato. Di lui si parla nelle antiche e belle saghe valligiane, così come nel Tibet parlano talvolta dello Yeti. Ovvero come di un essere non meglio definito come una “Cosa”, dalle forme umane che si aggira nottetempo fra le case degli ameni paesotti di montagna, nel tentativo di ghermire qualche buona preda, oppure di cercare una compagna di specie simile alla propria, per filiare o interrompere i digiuni a cui la vita stenta e inselvatichita lo costringe a vivere per boschi e per radure fredde e innevate, ben oltre i margini delle abitazioni in cui vivono i buoni valligiani. Di temperamento proverbialmente brutale e aggressivo, come dice il Presanelli, noto zoologo reggiano e come anche sostengono coloro che affermano di averlo incontrato sulla strada del ritorno a casa dopo essersi attardati a fare legna sui pendii della montagna, il Burropardo, nonostante la complessione del felino, pare abbia cuore e sentimenti tenerini e sia anche di modi attenti e delicati. Tanto che, sempre secondo il Presanelli, e secondo quanto appare da una raccolta di deliziosi ex-voto conservata nella parrocchia di Poiago, tanto che, appunto, si diceva, la “pardaggine” del Burropardato, il suo aspetto così minaccioso,  pare sia più un abito di scena utile a una posa, che non la nota rilevante della sua natura. Addirittura, tra le donne maritate di quelle montagne amene di cui scrisse eccellentemente Silvio D’Arzo, c’è chi dice, garantendo di averne anche le prove, che di Burropardi non ce ne sia soltanto uno in tutti quei sentieri di montagna, ma tanti quanti sono i loro vecchi o giovani mariti. I quali, nel loro rientrare a casa per la cena, dopo una giornata dedicata alla fatica del lavoro, al momento di varcar la soglia della loro abitazione, si spogliano degli abiti più usuali e indossano un costume maculato, che agli occhi loro, ovvero delle mogli, e agli occhi dei bambini, li dovrebbe apparentare a belve semi-umane, fiere scorbutiche e aggressive, alle quali tuttavia basterebbe una fetta di polenta e un cotechino ben condito e un poco di calore del camino sempre acceso, per ricondurle agli affetti familiare della loro parte umana. E’ così, dicono certuni fra cui il notaio di Catelnovo Monti, è in quel raccontare nelle notti di inverno il Burropardo come belva feroce, notturna e spaventosa, che verrebbe mantenuta in vita quell’antica saga, quell’antica tradizione dei monti reggiani, che vorrebbe fare di buoni e laboriosi montanari, gente scontrosa, con la tigna, assai poco alla mano.                 

COLIONE
(Colyos loquace)

Spinoza, invece, che coglie a pieno le parole dello Stagirita, ossia astraendo e tralasciando le minuzie descrittive, e, più opportunamente, concettualizzando la complessione psicologico-mentale che si può adattare a qualsivoglia comportamento del colione, che per il filosofo olandese è un tipo della specie umana più che non un animaloide mitico e curioso, nello scolio della dimostrazione della sessantesima proposizione della Parte II della sua Ethica ordine geometrico demontrata, lo definisce come: “colui che reca danno a sé e agli altri di sua e di altra specie, senza trarre vantaggio per altri o per se solo”.   

Stando alle prime osservazioni effettuate da Ovidio e da Apuleio e secondo una visione che ai moderni pare troppo elementare, il colione  o Colyos loquace è un animaloide ermafrodito, dotato di un linguaggio primordiale, coperto o no di peli, il più delle volte tondeggiante e alle volte sagomato in conformità a ciò che lo contiene e lo mantiene in vita.

Già i caucasici Calmucchi che per primi ne avevano parlato e di cui si trova traccia nelle loro saghe, lo ritenevano ingenuamente autogenerato e in grado di assumere forme diverse e diverse complessioni a seconda dell’ambiente in cui si trova o vive e, proprio per tale motivo, gli evoluzionisti lo definiscono di classificazione assai difficoltosa per la trasversalità dei suoi connotati che, come già i Calmucchi avevano notato, si possono trovare in esemplari di tutte le specie, sebbene, statisticamente, in misura assai maggiore nella specie umana più che non in quelle considerate vieppiù meno evolute.

Mitizzato, idolatrato e poi furiosamente condannato alla dannazione nell’antichità dei tempi di Catone e nel Medioevo come l’Alter Deus della creazione universale, sulla base di una interpretazione della Schola di quanto sosteneva il grande Stagirita, che nel suo Animalia lo aveva definito il Motore sempre in moto del mondo sublunare, in cui prevarrebbe la degenerazione, oltretutto in grado di corrompere e contaminare le 55 sfere interposte fra la Terra e l’ultimo Cielo, il colione,a detta della Confederazione Episcopale che anche in questo vuole dire una parola, pare prosperi tuttora nelle società post-industriali, benché nessuno cardinale o prevosto di campagna ne abbia fino ad ora  conclusivamente definito i caratteri di specie e principali.

Il Gessner, nei suoi brogliacci di lavoro, proseguendo di due passi sulla falsariga degli antichi, ne tenta una descrizione generale antropomorfizzandolo nelle abitudini di vita e nella corporea complessione che egli  apparenta a larghi tratti a quella di minuscoli primati, per via della stazione eretta che il colione sarebbe in grado di indurre e mantenere nell’articolazione di pseudo-arti a se stesso collegati, oltreché per i comportamenti e la mimica gestuale che il suddetto riusirebbe a imitare nella convivenza a lato della specie umana.

Con il grande ottico olandese concorda pure lo stesso  conte di Buffon, il quale nelle sue osservazioni fatte sul colione, inteso come tipo prevalentemente umano, e allargando il quadro generale che già aveva analizzato lo Spinoza, ossia facendo dell’esemplare succitato una presenza costante in tutto il processo evolutivo che conduce all’uomo, scrive nella sua Storia naturale: “ In ogni specie che osserviamo troviamo questo tipo, non poi così tanto singolare come viene da credere a qualcuno, di esemplare del regno animale, quasi che – afferma il grande naturalista transalpino – il buon Dio, o la Natura, nell’atto della creazione abbiano voluto inserire nello splendido capolavoro uscito dalle loro mani, un elemento opaco, un buco nero, un vuoto dotato dal buon Dio di parola, affinché i membri delle varie specie, nel corso della loro evoluzione, non si insuperbiscano a tal punto da considerarsi esseri supremi o superiori ad altre specie di animali”.       

FILOSOFARO
(Hydra decolorata)

Fatte salve le poche eccezioni, il Filosofaro a simmetria raggiata viene collocato dalla zoologia generale nella classe dei celenterati, ossia viene assegnato alla classe di esseri animati dotati di una cavità intestinale aperta all’esterno da un unico orifizio orale, pure deputato all’evacuazione dei residui organici o all’espulsione dei cibi indigesti che tale animale inavvertitamente a volte ingoia per ingordigia innata, sebbene la sua dieta sia prevalentemente monotona e centrata su alimenti ad alto contenuto corrosivo, che l’epitelio a vescichette intestinale poi metabolizza e utilizza nei filamenti cavi dei tentacoli a raggiera  come urticante arma da difesa.

Erosistrato, l’anatomista alessandrino, distingue due tipi di Filosofaro: il Filopolipede, saccentiforme, dalle abitudini di vita diurne che trascorre, apparentemente senza compiti utili e vitali per la sua stessa specie, per lo più in colonie immerse in acque dolci e stagnanti nei meandri di grandi fiumi e laghi e il Bambagio Noctiluca, o Meduso d’acqua nera, di abitudini notturne, il cui compito vitale, secondo il Fisiologo, sarebbe quello di schiarire il buio circostante con la fosforescenza della sua tunica incolore, con la quale è pure abituato a catturare e paralizzare giovani esemplari di Cnetofori e Cnidari dalla lenta o cattiva motilità cerebellare e dei quali alla fine si circonda come il fondatore di una sua scuola esistenziale.

Aristofane, nella sua commedia intitolata Filosofazuse, ritrovata durante un’opera di scavo nella villa di Quintilio Varo, fa del Filosofaro l’origine biologico-sociale di una epidemia di stipsi e gastroduodenite avvenuta ad Atene durante la guerra del Peloponneso. In ciò anticipando di più di mille anni , in certo qual modo, il grande Redi il quale, nel suo trattato di parassitologia. individua nel filopolipede e nel bambagio noctiluca i batteri del logos-pilori, di cui lo Spallanzani, nel 1768 formulerà la pseudo-spontanea generazione, attribuendola all’effetto di un contagio non meglio precisato in altre note.

Nondimeno, nel corso della sua evidente evoluzione che lo ha condotto a un passo dalla sparizione, stando allo studio del Lo Bianco e il Nero, il Filosofaro ha perduto suo malgrado e per avvenuta veloce involuzione dei caratteri salienti della specie, l’importanza nel regno animale che un tempo gli veniva attribuita nelle scuole e nelle conversazioni fra umanisti e scienziati di grande levatura. Secondo Annibale Rimbombi, che in quel che dice segue solo in parte il suo maestro Eco, di quell’importanza ne rimane tuttavia un poco del barlume della sua sopravvivenza in luoghi diversi da quelli nei quali li si era soliti incontrare, e perdipiù soltanto in certe sere di bassa pressione e con temperature prossime allo zero Ovvero, secondo lo studioso modenese, la fosforescenza dei filosofari, benchè ridotta a pura e appena percepibile nebulizzazione, ricompare alle volte frammentata sotto specie di pallini immateriali e luminosi dei televisori al plasma delle case dove, fra un festival della canzone e la pubblicità di un pannolino, rispunta e traluce ogni tanto il Bambagio noctiluca, che gli zoologi moderni definiscono minore, per il fatto d’esser confinato nella scala evolutiva a un ruolo di tuttologo incompreso o, bene che gli vada, di suadente e innocuo interprete di cose e aspetti della vita a lui soltanto note. 

Carlo Alberto Parmeggiani, si occupa da sempre del rapporto tra immaginario e letteratura. Dopo la formazione con Luciano Anceschi viaggia per l’Italia e per il mondo, facendo mestieri disuguali: da bookmaker per le corse dei cavalli a professore di matematica in Svizzera.  Considerato da Remo Ceserani come un nuovo autore fra i più “convincenti della contemporaneità” e da Edmondo Berselli quale “sulfureo, infido, notevole scrittore”, negli ultimi tempi ha soprattutto scritto e, fra le sue recenti pubblicazioni, oltre ad alcune raccolte di poesie in antologie collettive, ricordiamo:  A tempo debito (Milano 2006), La malapiega (Milano 2007), La vera storia di Leon Pantà (Rovereto di Trento 2007), Nel cuore di Giuda e Giuda nel cuore (Milano 2008) e La mezza estate (Rovereto di Trento 2009), Le parole e i numeri (Milano Udine 2013), Cifre narrative (Milano Udine 2015), Di un paradosso davanti al San Carlino (Bologna 2016), Terre deserte (Torino 2018), L’importanza dell’azoto (Roma 2020), Le Hérisson et autre bestiaire (Parigi, in uscita fine anno 2021) .                     

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Questa voce è stata pubblicata il 15/10/2021 da in inediti, narrativa breve, scrittori con tag , .
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