perìgeion

un atto di poesia

Alessandro Pertosa, Biglietti con vista sulle crepe della storia

 

di Nino Iacovella

 

Dalla prefazione di Antonio Alleva, Alessandro Pertosa viene introdotto come filosofo – poeta, anarchico e libertario. Essere definiti all’interno di tale macrocosmo intellettuale e umano, significa che all’uomo di certo non potranno mancare la combattività e il coraggio nell’affrontare temi all’infuori del mainstream letterario. E in effetti Pertosa, con questo suo libro, si cala nell’agone politico con la forza e con la lingua nuda e fiera della poesia, rinunciando al piccolo cabotaggio esitenziale del minimalismo per affrontare a muso duro, nella piena consapevolezza della sicura sconfitta, il danno ambientale, l’ingiustizia e la frattura sociale dei nostri tempi. Biglietti con visita sulle crepe della storia è tra quei pochi libri di poesia contemporanea italiana dove l’epica umana viene rappresentata nelle sorti di un poeta-antieroe che combatte a mani nude contro una realtà distopica, una distopia che esiste pur non manifestandosi palesemente in quanto nascosta nella mimesi quotidiana dei distrattori concumistici e valoriali. La bellezza di questo libro sta nel giusto equilibrio tra i temi della filosofia sociale la felice declinazione in poesia lirica: l’unione tra temi della cosiddetta poesia civile e la tridimensionalità della scrittuta poetica lirica tout court. Tra i versi di tono elegiaco che vanno alla ricerca di un passato personale e collettivo irradiato dall’autenticità delle relazione umane, insieme alla preservazione del paesaggio naturale e antropico di un tempo, vi affiora un disamante bisogno d’amore, un amore umanissimo nient’affatto soffocato dalla retorica e dai freddi costrutti filosofici di tanta altra poesia intellettuale di oggi.

Puntoacapo editore, 2020

 

Cartoline da lontano

(dal paese I)

Luccica perfino se chiudo gli occhi la tua ultima car­tolina da lontano. L’immagine, a specchio in una mano, pozzanghera di luce scattata a mezzogiorno; l’ombra segna il picco a perpendicolo, nell’unica fes­sura dell’asfalto. E mi pare di sentirlo intorno, quel sapore bituminoso dello smalto; sotto il cielo di un centro città qualunque in un qualsiasi fronte occi­dentale. E la tua mano ferma, il tratto netto dei saluti riconosco. Ma non quelle parole: «vieni dai ti aspet­to, ché lì ci muori e basta». Così la guardo. Ie la rigiro fra le dita. Ci gioco prendo tempo metto in pausa. Mentre l’immagine scolpita di noi bambini scalzi, proprio qui dove sto adesso fino al fiume, emerge quasi salda …

noi tagliavamo l’aria con le braccia

facevamo a chi arrivava prima a riva

coi piedi nudi e le rose fra i capelli;

e ogni volta       sotto l’ombra di quel faggio

ci scorreva nelle vene, per la schiena

il nostro mezzogiorno spensierato. 

Lo sai quanto è bello perdersi fra i castagneti antichi dell’Ascensione. E con un filo di voce in confessio­ne mi dici: «è tutto sotto controllo». Ma lo capisco dai residui secchi del tuo respiro e dai rumori della città in controcanto:

non riesci più a sentirlo quel profumo di terra bagnata

                                      che amavi tanto.

***

Seggo sul muricciolo al buio di un’ ombra senza me­moria, dove neppure un frammento di storia resiste.

Sol una donna, vecchia di mille anni, ricorda ancora le feste attorno al tavolo; e i giorni tremendi della fuga.

Era dicembre, nevicava. Un fiume in piena di perso­ne scese a valle, senza voltarsi. Gli argini, sfiancati dalla furia non ressero il peso del destino. Un popo­lo intero smottava verso il basso: e il resto ai nostri giorni è cosa nota.

***

Nell’inferno di feste religiose e civili, i luoghi abbandonati vomitano corpi a fiumi dalle vie strette, dalle piazze minuscole ineducate al chiasso. E in quei giorni maledetti, fra i banchetti, gli acquirenti mo­struosi e disumani, con gli occhi consumati dalle merci pisciano per strada, come i cani – tra la canaglia incandescente… on la voglio questa gente attorno casa. Il turismo fatelo lontano.

Qui          ci bastano i silenzi.

***

Tornarci da queste parti con lo stesso desiderio del bambino davanti a un filo d’erba

di carpirgli il segreto influorescente, la sua verditudi­ne guazzosa.

E dove vanno le gocciole? dove cadono?

se tra quelle crepe s’infilano nella terra, e nei canali a

fiumi

e nelle falde corrono fino al mare.

Forse persino il gabbiano in un giorno grigio e neb­bia di tempesta, lanciandosi dallo scoglio volerà ra­dente a fil di prato. E frullando le ali sentirà di nuovo

l’odore inconfondibile e fresco

dell’ultimo sfalcio.

***

(dal paese II)

Perché non dovreste tornare per queste vie su queste strade; magari solo a riannodare il filo della storia, a ripopolare; prima che sia troppo tardi?

Ma anche se tornaste

fra crolli di muri e rovine, sarebbe uguale:

non dura mai a lungo un amore senza fine.

***

Quando venne il terremoto a fari spenti, ci guardammo negli occhi allucinati, senza sapere d ve sbattere la testa: superstiti in balia di non so cosa. Alcuni piangevano buttati per la strada. Altri serravano le labbra dal dolore, coi pugni stretti terra e sale.

C’era chi moriva; chi liberava i corpi con le mani, mentre sgranava nicchio a nicchio le sue ultime preghiere disperate.

Ricordo ancora Fabio che imprecava. Se la prendeva a morte col dio infame, che per lui non esisteva ma aveva colpe.

Fa più rabbia quando tu superstite, non puoi gonfia­re a schiaffi e pugni la faccia di nessuno. E ti resta allora in corpo tutto acceso quel barbaglio di violenza, di rancore.

lo glielo dicevo quasi per amore: «vedrai, la poesia ci salva». Ia lui gridava così forte e ancor più forte bestemmiava, con un ardore pari a quello del poeta. Ma lui gridava così forte e ancor più forte bestemmiava; che va da sé, non mi sentiva.

***

E io forse non sono da meno,

il diamante cerco

la purezza brillante;

ma l’utero da cui vengo è marcio.

Incrocio di putredine e bellezza.

Lo splendore – mi dico –

rinasce davvero mezzosangue

a ricreare lo scandalo

dell’esser qui come siamo

e non come vogliamo.

***

non così in fretta     ascolta

non così in fretta

prenditi il tempo necessario per la fuga in campo aperto

alla bocca troppo stretta

dai modo di allargarsi fino ai bordi

e dilatagli le labbra le pause i gran respiri

ci entri dentro la poesia

questa maledetta

e poi i discorsi ultimi, sui tratturi più sconnessi e le migliori traiettorie scegli

le più cangianti

dove si cade spesso      i denti sul selciato

ma sia più lento il pedalare, più pesato

e al vento sulla barba    all’improvviso

fagli sentire lo strappo repentino muscolare delle discese senza avviso

senza un senso che sia noto;

intanto gli altri avanti fanno a gara a hi arriva prima sulla virgola, sul punto

tu invece mordi sempre il freno alla sintassi e voltati alla cieca fino in piazza

dove ormai spopola il silenzio;

e sul nero di questa ardesia montanara

sui sanpietrini in circolo al centro del paese

corri di nuovo a declamare come un pazzo

l’ultimo chilometr di versi: e sul traguardo

continua a pedalare

non fermarti,

perché i tuoi occhi dieci decimi

vogliono più grande il desiderio

un blu sempre più blu:

lo spazio eterno e smisurato di un altro cielo.

 

Alessandro Pertosa (1980) abita tra i monti dell’Appennino marchigiano e dal crinale scruta il mare. Insegna Filosofia teoretica all’ISSR di Ancona e Drammaturgia e linguaggio teatrale all’Accademia Nuovi Linguaggi di Loreto. Collabora con musicisti, pittori, commedianti e curatori di festival. Negli scorsi anni ha pubblicato vari saggi di filosofia e alcuni testi teatrali. La sua ultima raccolta poetica è Passio. Con gli occhi degli altri (Cartacanta 2019).

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Questa voce è stata pubblicata il 31/10/2021 da in Senza categoria.
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