perìgeion

un atto di poesia

Francesco Forlani, L’estate corsa

di Giorgio Mascitelli

Frank scrittore e fisarmonicista italiano che vive a Parigi, in quella condizione di precariato intellettuale assai diffusa nel nostro tempo, accetta l’incarico di scrittore residente in una cittadina corsa offerto dall’amministrazione comunale nella persona del sindaco Vinciguerra. Il suo compito è quello di scrivere un romanzo sulla storia di Paolo Ferrari, personaggio per il quale il sindaco storico del paese ha eretto un cippo funebre in uno dei punti più pericolosi per gli incidenti automobilistici in ricordo del suo tragico decesso. Paolo Ferrari, tuttavia, non è mai morto in quell’incidente perché non è mai esistito: è stato inventato dall’allora sindaco come personaggio di quel falso cippo che serve ad ammonire gli automobilisti alla prudenza. Frank si dedica all’opera, per così dire affascinato tanto dalla bellezza del luogo – come anche da quella di Rosa che gli fa le faccende domestiche – quanto dal bisogno materiale del suo precariato, decidendo però di costruire una saga familiare dei Ferrari, nel corso della quale affronta con rigore storico le vicende della Corsica, che viene rappresentata nella sua nobile storia di isola ribelle e rivoluzionaria al di fuori dei luoghi comuni.

In questa struttura narrativa si può riconoscere il tipico metaromanzo oggi molto usato per le narrazioni storiche o d’inchiesta sociale: il protagonista è lo scrittore che si trova di fronte al proprio panorama esistenziale e a specifiche difficoltà d’indagine nell’affrontare la materia, reperire i documenti e  ricostruire la vicenda storica oggetto dell’opera, che è raccontata solo in secondo grado tra le pieghe della vicenda personale. Forlani però mette qui in scena un rovesciamento di questo schema di scoperta della verità, perché Frank partecipa volontariamente a un gioco illusionistico sia pure svolto a fin di bene. La ragione ce la indica lo stesso narratore (e il paratesto del romanzo) con il riferimento a una frase di Tacito, ma citata da Vico nella Scienza Nuova: fingunt simulque credunt ossia ‘non appena creano delle storie subito vi credono’. Sembrerebbe dunque una ripresa della funzione mitopoietica della letteratura rispetto al romanzo verità, le superbe fole che migliorano gli animi degli uomini, ma le cose non stanno esattamente così. Il lavoro narrativo in realtà mette in scena e riscopre la verità storica di una Corsica rivoluzionaria e democratica, non solo, ma quando il lavoro di Frank scende verso tempi più recenti, come la seconda guerra mondiale e l’occupazione italiana, e comporta l’emersione di dati più diretti che coinvolgono il presente, lo scrittore si trova di fronte al dilemma di dover sacrificare la verità in nome della giustizia. Insomma, senza poter precisare di più per non guastare al lettore il piacere della lettura, diciamo che l’happy end letterario solitamente connesso con questo modello di narrazione inchiesta viene qui sapientemente sviato, a ricordarci che la funzione mitopoietica della letteratura è veramente nobile solo se non falsifica la realtà.

Il rapporto tra verità e giustizia, che la letteratura tramite le sue incarnazioni affascinanti evoca e difende, sembra essere sotteso a tutta l’opera di Forlani: basterà ricordare che la figura del comunista dandy – personaggio letterario e umano interpretato dallo stesso scrittore in altri suoi testi e in formidabili performance che fanno parte a pieno titolo della sua opera – che richiama in sé la protesta estetica e quindi morale contro l’ingiustizia, privilegiando tuttavia in qualche modo un immaginario letterario, è stata affiancata da una voce più sommessa e più umanamente dolente, che possiamo leggere nelle poesie de I penultimi, dove la condizione esistenziale di queste vite delle periferie urbane è affrontata senza concessioni.

In questo senso L’estate corsa sembra essere, nella traiettoria forlaniana, un testo centrale di riflessione sulla propria poetica. Ma questo dilemma colloca il romanzo dentro una dimensione specifica della cultura contemporanea, in una posizione eccentrica e radicale: nell’ultimo decennio abbiamo infatti assistito a un recupero del romanzo storico e anche di quello realistico in rottura con un certo gioco narrativo postmoderno, che tendeva a usare il passato come mero caleidoscopio illusionistico. Questo slancio si basa sulla convinzione che la presenza della realtà storica o attuale garantisca di per sé il valore critico del testo: è capitato così di leggere romanzi impeccabili da un punto di visto filologico e che tuttavia finivano con l’alimentare il culto di un passato monumentale senza dire nulla del presente. Il romanzo di Forlani con la sua rivalutazione dell’elemento mitopoietico suggerisce che il recupero del passato nella narrativa acquista un suo senso solo se muove verso il presente con uno spirito politico e utopico. Ed è proprio questo lo scoglio sul quale Frank si deve arrestare nel suo lavoro per non tradirsi.

E’ un romanzo fatto di libri e di amore per i libri, dove però l’apparato colto che innerva la storia non pregiudica la piacevolezza della narrazione in terza persona, della quale la cosa più pregevole è la tendenza alle divagazioni, che non sono poi vere divagazioni ma illuminazioni sul tema principale da altri punti di vista. Forlani è uno scrittore bilingue, italiano e francese, e mi sembra che qui tragga frutto da questa sua condizione rendendo nella nostra lingua, fin quasi nella prosodia della frase, mi verrebbe da dire, un certo stile francese accurato e casuale al tempo stesso, come si può leggere nell’elegante Ouverture. 

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Questa voce è stata pubblicata il 05/11/2021 da in recensioni con tag , .
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