perìgeion

un atto di poesia

Meno di una pietra di calcare, di Enrico Barbieri

 

MENO DI UNA PIETRA DI CALCARE

Enrico Barbieri, o del furore naif

 

C’è un’ energia compressa, una forza perentoria e ultimativa, in “Meno di una pietra di calcare” di Enrico Barbieri; quasi una foga cruda, che attraversa generazioni per incarnare una vitalità risentita e sovrapersonale.

Il primo elemento che balza allo sguardo è la netta configurazione paesaggistica, che apparenta questi versi a voci novecentesche di grande suggestione – ad esempio, soprattutto per la prima parte del libro, il Bertolucci di “La camera da letto”.

Ne risulta una convulsa vena narrativa, che traduce ogni verso in atto: io poetante e attore-personaggio coincidono senza apparente traccia di artificio.

Tra i luoghi della Bassa così come ai margini della megalopoli padana, il protagonista compie azioni istintive e ancestrali: evoca avi, elenca toponimi, con disincanto e una certa qual furia iconoclasta, trovando omologhi tra i granguignoleschi putiferi di Céline e la bestemmia pasoliniana.

Il personaggio Barbieri osa mettersi a nudo senza posare sorvegliato tra i versi; si mostra anzi come figura irregolare e tragica, si snuda in una fisica partecipazione alle cose.

Ma “Meno di una pietra di calcare” apre anche lo spazio di una poesia corale, che si manifesta però attraverso furore e disincanto, respinge ogni consolazione. Alla fine la poesia non salva nessuno – neanche chi l’ha scritta: altro è il suo compito.

Non si tratta perciò di versi a carattere effusivo; è anzi una poesia che suggerisce un’intesa problematica, una ruvida fraternità col lettore. In un atto di volontà – secondo un verso decisivo – la poesia obbliga “il mattino a farsi vivo”: convoca alla presenza dei propri limiti, ma anche – e senza infingimenti – a un certo qual soffio vitale, a una ferita inevitabile e autentica. E’ anche poesia che cerca i segni del destino personale entro il contesto di una costellazione familiare: scorgendovi -come un monito – disagio e presagio proiettati dagli avi. Tra le pieghe di questa cronaca dilaga quasi sempre un facinoroso furore espressionista; altre volte un componimento si chiude con icastica secchezza: non a caso in prefazione è citato, tra le riconoscibili ascendenze, un irregolare come Simone Cattaneo. Comunque sia, l’opera urgente e a tratti provocatoria, il talento fauve di Barbieri eludono i vieti poli della scrittura limpida e netta e degli stilemi tardo-orfici, rifiutando di ammiccare al lettore e proprio per questo avvincendolo.

 

                                                                                                                         di Vincenzo Di Maro

 

 

Meno di una pietra di calcare
staccatasi d’inverno, nascosta
e senza rumore, bloccata
da una radice ad arco, già morta.
E un giorno, tra settimane perse
in anni e secondi, materia nera
senza motivo: io non potrò
più vederla, lei sarà già sabbia.
Meglio di quanto io valga, meglio
di questa bestemmia, dell’odio
che mi ha frenato. Io tremo dentro,
voglio devastare i nervi del mondo
e sotto questi porci sepolcri vuoti
costretti a gridare eterni odio.

 

*****

 

Per lo stigma non avrò mai una famiglia
avrei potuto sbavare notte e giorno
in un istituto per disabili
come diceva mia madre
e cominciava ad essere così già da ragazzi
e così lui mi dice adesso
in mezzo a una vita debole
E io lo ascolto siamo qui in mezzo al verde,
l’ascolto e lui si sfoga
e così era già tutto deciso quando
da ragazzini prendevano il tubo
dell’acqua per giocare con me sai?
E così sono rimasto incinta di
tutta quell’acqua e del corpo impresso
nel tempo e non riesco
a pensare di essere in torto
che le cose poi sono andate meglio
con angiomi e ischemie e farmaci
e ho provato a farmi voler bene
in un modo che ha fatto fuggire tutti:
così lo ascolto in mezzo al verde
e si sfoga grasso e fa caldo.
Lo sai le cose sono determinate
non c’è una decisione.
Così la solitudine ti sceglie
e chi hai amato è in giro a fare porcherie.
così ho ascoltato e ho visto l’ombra
di quello che si ama trascinarmi sotto
la corrente accesa e l’immondizia.

 

*****

 

Elemosina il tempo a tutti
e parla dei film che ha visto
sugli autobus, lo insultano
e la madre di chi lo ha
spinto rimprovera il figlio:
dè, no eh? No!
Eppure, prima di chiedere
a tutti il tempo per parlare
di questioni bellissime,
fuori dai vetri della classe,
da piccolo, aveva dato
un momento agli alberi
per parlare e sentire.
Si era infuocato tutto
tutto si era fermato, vero.
La memoria ha tagliato via
quel frammento. E vive.

 

******

 

Non posso andare alla Koerting
come un uomo, come mio padre,
con piani adeguati per la mia vita,
chiedere un lavoro ai tedeschi
in fabbrica o altrove, e restare
lì fino al diploma, dopo
una scuola serale sfinita,
come mio padre, come molti:
adesso devo implorare, pregare
e come ogni uomo ora sono preso
in trappola dal silenzio degli altri.
Abbandonata l’ombra sulla scena
dovrò scrollarmi questa terra
oscena e ingrata, priva del sacro,
e scavalcare nel tessuto privato
il mio confine, l’unico vero nemico.

Un commento su “Meno di una pietra di calcare, di Enrico Barbieri

  1. vengodalmare
    17/11/2021

    da comprare e leggere tutto d’un fiato, credo. Sono belle.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 15/11/2021 da in poesia italiana, recensioni con tag , , .
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