perìgeion

un atto di poesia

Luciano Mazziotta, Sonetti e specchi a Orfeo

Sonetti e specchi a Orfeo di Luciano Mazziotta è un libro ibrido, nato da una pratica anomala di traduzione che produce un Rilke apocrifo di grande interesse.  Quello che resta dei testi originali rilkeani è di proposito sottoposto a mutilazioni, qua e là deformato, nel segno di una coesione impossibile.  L’autore-traduttore, interrogato sul senso di questa sua resa, ha così risposto: “La definizione di “traduzione incoerente” mi sembra la più appropriata. A volte le poesie in italiano sono una traduzione, a volte no, a volte inserisco qualcosa che non esiste affatto nel testo originale. A volte sostituisco l’immagine, a volte la metafora”.
Il lavoro alterna sonetti e prose di commento: alle traduzioni incoerenti sono affiancati  “falsi commenti che in realtà sono una sorta di ekphrasis, in cui resta soltanto un’eco dei sonetti originali e, a volte, delle traduzioni incoerenti stesse”. 
Attraverso la dialettica sonetto-prosa l’intento di Mazziotta è quello di costruire una narrazione apocalittica in due fasi – glaciazione e desertificazione – come le parti che costituiscono i Sonetti a Orfeo. Fra le due parti Mazziotta inserisce una propria poesia, che porta in epigrafe un versetto dell’Apocalisse: «E nessuno né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, era in grado di aprire il libro.» (Ap. 5,3).
Anche se si narra di una catastrofe, viene reso indecifrabile l’orizzonte storico, mancano riferimenti al contingente, come se Mazziotta volesse sondare le parole senza aderenza alla storia, in una trattazione che si propone di essere quasi “antistorica”.
Eppure si annida una notevole coerenza in queste traduzioni incoerenti: Mazziotta segue con profitto la lezione di Furio Jesi che in Rilke e l’esoterismo definisce “squisite caramelle” il ripetersi di certi termini o formule, a cui il poeta ricorre quando avverte, iconograficamente e stilisticamente, uno stato di abbassamento glicemico. Rilke cioè si rigira in bocca con godimento maniacale – cosa che anche al lettore più bendisposto suscita prima o poi una certa nausea – certe immagini e parole da cui trae “di continuo un succo zuccherino cui non può rinunciare e che sono sufficientemente dure da non sciogliersi del tutto finché egli vive, sufficientemente durature da essere sfruttate mille volte”. Tali caramelle rilkiane sono, nell’elenco esemplificativo redatto da Jesi, “la fanciulla”, “l’angelo”, “il grido di uccello”, lo spazio “interno”,  il “maturare”, il “crescere di là da se stessi”, la “povertà”, il “qualcosa di bianco”,  il “fiorire”.
Ebbene, Mazziotta procede togliendo a Rilke tutte le domande retoriche e le esclamazioni e togliendo anche le poesie dedicate a Wera Ouckama Knoop, la fanciulla morta a diciannove anni. Inoltre, per quanto riguarda la caramella “dèi” (e “divino”), lascia solo Orfeo. Orfeo è ineliminabile, in quanto orfica è la discesa agli Inferi che ha accompagnato la traduzione, rendendola al contempo tragica e salvifica. Orfeo è ineliminabile anche perché è l’Orfeo di Colli ne La sapienza greca, legato sia ad Apollo che a Dioniso, divinità in cui “il mostrarsi della sapienza si accompagna a ferite sanguinanti”. Va poi sottolineato che Mazziotta in alcuni casi traduce “gli dèi” come “chi vive altrove”, “gli spettri”, “i fantasmi”, i “mostri”. Forse rendendo Rilke – mentre lo desimbolizza – ancora più simbolista.
Lascio infine l’ultima, apocalittica parola all’autore-traduttore: «Nella dialettica tra slancio positivo e quello negativo ho scelto sempre la dizione negativa. Alla “celebrazione” vera e propria del canto, ho scelto il tono di “supplica.” Come dire: “Per favore Orfeo fa’ qualcosa. Piangi. Muori. Ma rendi significativo tutto ciò che significativo non è”». 

(Giusi Drago)

 

Luciano Mazziotta
SONETTI E SPECCHI A ORFEO
DA R. M. RILKE
scritti come epitaffio

PRIMA PARTE

VI
Se forse ti chiedi se viene da qui,
sappi che no. Che in lui convivono l’ora e l’altrove.
Perché il più esperto a spezzare i rami del salice
è chi scavando ha toccato il fondo del salice.


Adesso va’ a letto e sgombera il tavolo. Togli:
le scorze di pane e le gocce di latte. Chiamano i morti.
Ma lui, che resta seduto a implorare che tornino,
confonda tra sopracciglio e pupilla


i loro fantasmi con quello che ha visto davvero.
E questo sogno sperato di averli gli sia
più reale di un fatto evidente.


Che venga da tombe o da camere accanto,
che celebri anello, bicchiere o fermaglio,
niente gli riesce a offuscare l’immagine nitida.


1.VI
Ciò che è successo qua dentro, mentre si abbassa il livello del mare, sembra un evento che non ci riguarda oppure osservato a distanza, sperando somigli all’abisso senza fondale sul quale lasciamo cadere i propositi nostri. E ciò che vediamo è solo qualcosa di visto, quando la casa si iberna e Orfeo in altre stanze rivisita il cerchio di quello che è stato e di ciò che sarà, per quanto il presente di questa sostanza scivoli a entrambi. Senza conoscere il posto in cui siamo, potremmo descrivere tutti gli altrove pensati, i risvegli nel letto, parole le liti, le albe in cui si attraversa l’aperto per essere soli, mentre si abbassa il livello del mare e Orfeo, con la lira appoggiato a un portone, non riesce a condurre qua dentro i percorsi, seppure racconti in modo confuso di un treno braccato dal ghiaccio che fugge tempeste, nel quale qualcuno si scrive lettere false d’addio. E l’altrove pensato è più vero dei fatti evidenti del qui, dove restando non siamo. Il campo del doppio prevede una linea di nero che scinde i riflessi, è il cerchio più buio dove né inizio né fine presenzia ma solo agonia di fantasmi. Ché, a parte lo strazio, se siamo dove non siamo siamo dentro l’altrove pensato che esiste a prescindere e pure a prescindere potrebbe anche essere ovunque mai stato un’immagine nitida. Mentre il livello del mare si abbassa e lo spazio continua a gelarsi di un altro millennio.

XI
Guarda il cielo. Guarda l’ammasso di stelle chiamato
così, Cavaliere. È come l’avessimo impressa
nell’animo quella superbia che fa pressione dal basso.
E un’altra dall’alto la blocca e noi sopportiamo.


E questo sistema di forze che spingono e frenano
è ciò che descrive la nostra esistenza.
Via e bivio. Ma c’è qualcosa che unisce.
Nuove distanze. E i due diventano uno.


Ma loro non sentono oppure nessuno dei due
pensa affatto alla via che percorrono insieme.
Tavolo e salice, vedi, non si conoscono più.


Anche la congiunzione degli astri a volte confonde.
Ma ci renda felici almeno un istant
affidarci all’immagine. E questo istante ci basti.


1.XI
La notte conviene nella città congelata. Per quanto si tenti di ripartire le ore del giorno in polifonie, è evidente che il suono che arriva sia un flusso perenne monotono. Se è gelo, è gelo sempre, e non sono concessi sbalzi cromatici. Dal posto ibernato se guardi il cielo, le stelle sono puntini che l’occhio congiunge per farne un’immagine sola, che quando assume una forma si scinde in due cavalieri intrecciati, uno che avanza e l’altro che blocca. È una macchia nel terso ma potrebbe anche essere altro: un Anchise, ad esempio, che ostacola il corso, oppure un Anchise che preoccupa con i suoi acciacchi e abitudini che suo malgrado ci ha offerto. E forse ad affrettare la fuga sarebbe opportuno lasciarlo tra i roghi, anziché sopportare si insinui in un senso di colpa da ricondurre ovunque si voglia fondare un orrido inizio. Ma la città è congelata e non c’è dove andare, mentre l’ammasso degli astri si smembra in una congrega di punti ognuno dei quali nulla ha in comune con gli altri. E il tempo autoimposto è passato senza mutare perché dentro il cristallo non c’è metamorfosi. Dal posto ibernato, col cranio rivolto all’insù, abbiamo sperato potesse dare conferme violare il patto interiore di non ripercorrere i segni. È durato poco, un istante che ha attraversato trent’anni di cose non dette in frammenti da riscombinare. Non solo a fissare l’abisso, non solo nella discesa, si incontra l’errore di credere sempre che esista un’altra occasione per perdere tutto. Con Orfeo ritorniamo a mesi di pianto che non commuove nessuno e nessuno lo ascolta. Hai visto il cielo, il bivio, il sistema di forze che stanca e adesso rientra, dal gelo di fuori a un gelo ulteriore, dove le madri tradite ti uccidono e non ti perdonano più.



«E nessuno né in cielo, né sulla terra, né sotto la
terra, era in grado di aprire il libro.»
Ap. 5,3


Apri il libro. E l’elica decolla dal foglio.
È un residuo di ruggine, carcassa
di un sogno che ho fatto prima di averne esperienza.
Dal turbine schizzano i cocci più fragili


e il metallo spacca cemento, segna di linee
le porte: tritura i macigni esposti riforma
alla vista tozzi di pane che le formiche
divorano ancora benché sia rimasto


poco più che la muffa. Oscilla. Dìssipa.
Tra la finestra forse d’uscita s’incastra.
Spezza telai coi vetri eccitati a rincorrere


gli occhi. Esce. Si libera in fiamme nel cielo
della città congelata annunciando la storia che iberna
l’impronta dei disseppelliti nell’acqua. Svieni.




SECONDA PARTE


I
Sospiro, poesia impercettibile.
Spazio intoccato del mondo che sempre raggiunge
l’essenza, la nostra, l’umano. Poi contrappeso
su cui mi sollevo scorrendo.


Onda isolata che spesso
io sono il mare.
Minima goccia di mari possibili, tu:
traguardo raggiunto.


Tante porzioni di spazio
erano già dentro me. E i venti
sono mio figlio.


Guardami, aria impregnata di tutti i miei luoghi.
Mi riconosci? Tu, scorza senza escrescenze,
forma ricurva delle mie frasi…Foglio.



2.I
Soffia l’anima fuori, tanto rientra lo stesso, subito o meno e se è subito è meglio, subito dopo l’uscita di pochi millimetri dalla tua sagoma, il tempo di percepire che è stata gettata nel mondo e tu hai potuto avvertire di essere un fatto esteriore, una forma portante da riverniciare come una casa svuotata da poco. Soffia l’anima fuori, distante, dalla battigia sul mare e comunque rientra in specie di onda isolata che inizia dal largo e poi sotterranea sbatte su te, ti solleva, ti gonfia, ti inorridisce perché non saresti disposto a riceverla e di nuovo rientra. Dopo avere raggiunto gli spazi e persone che hai abbandonato, lei se ne appropria, osserva discute, vede universi cui avevi voltato le spalle, li approfondisce controlla e di nuovo rientra. Come un’estranea al tuo soffio d’origine che quindi rigetti in frasi riscritte sul foglio sicché se ne attesti il distacco e ancora e ancora rientra. Organo inviso legato alla schiena in salita, di cui ti vorresti spogliare all’arrivo, lavare le macchie nel fiume, e spirare, spirare, finché si disperda dove è concesso dimentichi vie di ritorno, e vi possiate affrancare a vicenda, come se mai dipendesse da te né tu dipendessi ancora da lei.


VII
Voi, fiori, che morite avvinghiati alle mani
(mani di giovani d’ora e d’allora) che disfano,
che spesso stavate distesi da lato a lato
in giardino sul tavolo, sfiniti e feriti di sensi


in attesa dell’acqua, che vi sottraesse di nuovo
alla morte in corso – e adesso, di nuovo
rialzati tra i polpastrelli che sgorgano vita
di dita che sentono, che hanno saputo riempirvi


più ancora di quanto speraste, fiori leggeri,
qualora di nuovo nel vaso foste deposti,
man mano più freschi e donando da voi calore


di donne, ossessioni, quei vizi morbosi e stremanti
che l’essere colti ha commesso, come un abbraccio di nuovo
con loro, che, fiorendo, si avvinghiano e muoiono in voi.


2.VII
Dove l’aperto. Che cosa. Raffigurarselo come parete lucida bianca forse impensabile perché illimitata. Non muro o barriera ma raggi sottili e intrecciati a formare una trama compatta in cui il qui e l’altrove si annodano stretti in un uno inscindibile e sincronico sempre. Forse è impensabile, ché per calmarti a pensarlo reale, bisogna pensarlo materia lucida bianca tangibile, raggi sottili e intrecciati che si diramano da una cornice rotonda invecchiata al cui interno una tela posticcia presenta l’immagine di un’agonia. Vita-non-vita: essere fuori. E dentro, l’inconsistenza che passa una scena di mani di anziani che stringono un mazzo di fiori a ridosso del vaso. Ed è come se sotto bruciasse una fiamma leggera a fondere dita e steli appassiti, in modo intricato, morboso, senz’altra speranza che questa per loro, di attorcigliarsi ancora nell’area da cui si diramano i raggi che fanno l’aperto, mentre si invischiano gli uni negli altri morendo e la spirale di ossessi si arrotola e srotola. È la condanna del chiuso a inconsistere, il chiuso che scalda e prosciuga l’acqua nel vaso, le dita, lo sfondo più secco, senza una traccia di aperto a portare frescura. I raggi partiti da qui tendono all’oltre e forse è impensabile immettersi o stendersi o uscire dal quadro dell’agonia, nel quale poggiamo le mani su mani di anziani. Ed è come se sotto bruciasse una fiamma a incollarci all’immagine che si trasforma man mano in deserto. Vita-non-vita: cosa dischiusa, l’aperto.


XXIX
Amico segreto da sempre distante, senti:
il tuo fiato dilata lo spazio ancora di più.
Fa’ che si senta il tuo pianto tra travi di ruggine,
campane sinistre. Ciò che ti logora il cuore


diviene più forte se si alimenta di questo.
Entra nel cambiamento. Poi esci. Poi dimmi
qual è l’esperienza più dolorosa.
Ti è amaro bere. Fatti vino.


In questa notte d’eccessi diventa
forza di incanto all’incrocio dei sensi,
senso dei loro contatti inattesi.


E allora se il mondo ti dimenticasse
tu di’ alla terra che resta: io passo.
Di’ invece all’acqua che passa: io esisto.


2.XXIX
Nevica, amico mio, e se non si vede è perché è mezzanotte, scirocco, e noi insistiamo a dormire da sempre per non smentire il clima che si contraddice. D’ora in avanti non ci sorprende più niente: attraverso i racconti dei senza-sonno che vegliano all’uscio, abbiamo persino saputo che fuori a mezz’aria l’afa si scontra coi fiocchi, in un turbine assiduo che si aggroviglia in poltiglia e precipita dopo dentro gli stagni di fuoco dei quali è cosparso il deserto. E nevica ancora. E il fumo del controtempo trapassa il posto in cui siamo accampati in forma di spifferi, aghi di gelo che attenuano il dubbio di alzarsi. La nostra esperienza più dolorosa, amico mio, è non volere guardare e parlare, perché la parola espirata distanzia la neve, risolve stagioni, e allora dovremmo occuparci davvero di esistere, mentre i racconti dei senza-sonno con gli occhi sbarrati ci arrivano come un bisbiglio che svela il segreto e non riesce a trainarci con meraviglia e neppure a destarci dal letto in cui, desertifichi o nevichi, perdiamo le forze. E nevica ancora, scirocco e scorie di stelle cadenti. D’ora in avanti non ci sorprende più niente. La notte, ad esempio, non può riguardarci. E anche se tu decidessi di uscire dal posto in cui siamo accampati, non dire la neve al rientro: chiudi gli infissi, chiedi l’orario, dimentica il tempo trascorso dall’ultima volta che ci hai visti svegli.

L’immagine è di Dino Buzzati, da Poema a fumetti, Mondadori 1969

2 commenti su “Luciano Mazziotta, Sonetti e specchi a Orfeo

  1. gianni montieri
    18/12/2021

    È già da adesso uno dei libri più belli dell’anno a venire

    "Mi piace"

  2. Pingback: Forme del Conflitto ⥀ Aspettando l’Inaspettat*. Risposte non accorte

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Questa voce è stata pubblicata il 16/12/2021 da in poesia, poesia italiana, poesia tedesca, traduzioni con tag , , , .
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