perìgeion

un atto di poesia

Verso Fogland, di Mariadonata Villa

 

 

Verso Fogland

 

Nelle note ai testi Mariadonata Villa afferma “devo molto alla musica e alla lingua inglese in generale, all’opera di Heaney in particolare. Inoltre, se non ci fosse stato Ghirri, forse non saprei neanche dove guardare”. Soprattutto da Ghirri si percepisce l’insegnamento allo sguardo del grande fotografo del paesaggio padano. Il culto della rarefazione e dell’assenza denotano la scrittura di Mariadonata Villa, sempre in bilico tra un soggettivismo lirico appena accennato e il passo epico di una pianura che rappresenta il luogo dove presente e passato da sempre coabitano. L’epica è sancita nel primo testo, Cartografie, dove il poeta è fuori campo e osserva dall’alto l’uomo, il suo tempo reale e le stratificazioni della terra sulla quale superficie, a Bedolina, si trovano le prime tracce cartografiche incise sulla pietra. Una mappa come prima rappresentazione simbolica della presenza umana sul territorio.

 

c’è un uomo solo in bilico

su un largo palmo di pietra scavato

a cui millenni plurali di spine di magma

e vento, poi, dove prima era mare

hanno lasciato altipiani di isole ignee da percorrere.

 
 

millenni plurali di vento sono passati

da che l’uomo ha imparato a leggere le stelle

ma lui guarda in giù, come a un polo

magnetico che non sa lasciare, inchiodato

a quel punto di luce in cui si trova

 

Mariadonata Villa è poeta che predilige i toni smorzati del lirico: l’io è leggero, a volte presente, a volte dissolto nell’apparente calma di un mondo destinato ad accadimenti minimi. In realtà gli accadimenti sono smottamenti dolorosi in cerca di assestamento definitivo, reiterati tentativi di far fronte alla disillusione.

In Fogland si è immersi in un ambiente impastato di terra e nebbia. Una sequenza di poesie-acquarello rappresentativa di una quotidianità densa di echi arcaici. Il passato si mostra nella sostanza terrea delle sedimentazioni millenarie della pianura, nei centri concentrici di alberi secolari che un giorno saranno amputati dal paesaggio. È una quotidianità disincantata quella di Mariadonata Villa. Stato d’animo che a volte si palesa, come nella sequenza dei testi Contro l’idillio e Fine di una storia; mentre in altre è celata nella coltre di ghiaccio della metafora (Galaverna). Ma è in Calling birds by name, uno dei testi più belli della raccolta, che si arriva a toccare la parte più fredda, parossistica, del disincanto: la demistificazione del sacro.

 
Ieri dal cielo che minacciava neve

è scesa una piuma minuscola, della stessa

natura dei fiocchi di cristallo

che Cartesio disegnò sul suo trattato.
 
 
So bene che non era un angelo

ma un piccione che passava basso,

radente al gelo. Però ho alzato

la testa lo stesso, per cogliere il battito –

per sapere se era carne, o solo nebbia

quella danza minuscola che mi sovrastava.
 
 
Ed il sacro si mostrò

Ed era terribile a vedersi.
 
 

Verso fogland, Minerva, 2020

 
 
VERSO FOGLAND
 
Cartografie
 

Per M.

c’è un uomo solo in bilico

su un largo palmo di pietra scavato

a cui millenni plurali di spine di magma

e vento, poi, dove prima era mare

hanno lasciato altipiani di isole ignee da percorrere.
 
 
millenni plurali di vento sono passati

da che l’uomo ha imparato a leggere le stelle

ma lui guarda in giù, come a un polo

magnetico che non sa lasciare, inchiodato

a quel punto di luce in cui si trova
 
 

in cui la polvere beve le particelle elettriche

e si distrugge l’equilibrio cartesiano

di piani a perpendicolo che non rettificano i passi
 
 

sono nati vasti deserti nel cuore

dell’uomo arcaico disperso nel ghiaccio

Bedolina nell’occhio dell’uomo che guarda

è molto più di una macchina del tempo

di un pezzo di storia, per quanto remota –

per quanto fosse ancora nel Prima della storia
 
 

Bedolina nell’occhio dell’uomo che guarda

è un crinale, è un rischio di pietra

nell’occhio, è un palmo alzato verso il cielo

a chiedere conto al dio del fulmine

della cartografia smisurata del tempo
 
 

e quell’uomo in bilico sul margine

del mondo non si accorge

che l’axis mundi, la meridiana dell’oggi

è il suo corpo fragile sul bilico

è la polvere che sarà e il sangue che è

è tutta la luce che passa
 
 

fra lui e la pietra

fra lui e l’eco sordo

di un nuovo Big Bang
 
***

Contro l’idillio
 
I

i platani si spogliano a tradimento

contro il grigio afoso

che viene avanti dal cielo,

le nuvole divorano l’oro

in una fame incomprensibile, inumana

 
 
i cani abbaiano al passaggio, e non è notte

piovono foglie nel vento di Föhn

e in un istante arriva l’acqua

un diluvio liquido e vegetale

che contrasta col crepitio di rami a terra

e tuoni in cielo
 
II

perché non sai dove colpisce il fulmine

che spezza il buio del pomeriggio,

ti resta solo un volo di piccioni in verticale

un attimo prima dell’urto sulla faccia –

fa nero di nubi dentro la casa

la piena improvvisa trascina parole logore
 
 

gli antichi sapevano di Zeus dietro alle nubi

e forse in un millennio remoto

i padri dei padri dei loro padri

andavano a caccia di fuoco nella pioggia,

non conoscendone l’innesco
 
III

L’odore del mondo è così vasto

in questo inizio di settembre in cui le rose

sperano un nuovo maggio dell’aria

sa di fieno sottile e fumo leggero di benzina

nel caldo oramai gentile della sera

(anche la città vuole

la sua vendemmia)
 
 

l’odore del mondo a settembre è così vasto

che tutto ancora sembra possibile,

sembra un inizio e non un declino,

anche gli errori di parcheggio sotto casa,

anche la morte che arriva dalle stelle
 
 

santifichiamo le feste per la memoria,

per l’aria tersa della domenica

mattina quando è freddo,

all’orizzonte, dopo le case abbandonate

della campagna padana
 
IV

Stamattina l’alba la inghiotte

il buio della pioggia

che inganna i lampioni della città
 
 
la bambina piange nel vedere

la madre che esce dal diluvio,

per strada un ragazzino

tiene stretto un ombrello che in realtà

è una spada fluorescente di Star Wars
 
 

la signora del piano di sopra

porta il cane a pisciare

con stivali a fiori di gomma
 
 

il colpo che fa l’acqua si sente solamente

perché abbiamo un tetto sulla testa,

benché fatto di plastica e metallo
 

***

Calling birds by name
 
È grande il freddo che ci chiama.

Ci sono uccelli della testa bianca

grandi quanto la mano che tendi

quando chiedi riparo od offri doni.
 
 

Non c’è scampo alla vita che hai deciso.

Ascolti in fretta, e interrompi il passo

per prestare l’orecchio, da quella soglia

di cemento del tempo che chiamiamo città.
 
 

Ieri dal cielo che minacciava neve

è scesa una piuma minuscola, della stessa

natura dei fiocchi di cristallo

che Cartesio disegnò sul suo trattato.
 
 

So bene che non era un angelo

ma un piccione che passava basso,

radente al gelo. Però ho alzato

la testa lo stesso, per cogliere il battito –

per sapere se era carne, o solo nebbia

quella danza minuscola che mi sovrastava.
 
 

Ed il sacro si mostrò

Ed era terribile a vedersi.
 
***

Fine di una storia
 
Ti metto alla prova perché sei

difficile al perdono
 
 

porto con me una forza cattiva nelle ossa

ci sono cose che non si possono dire

come l’istante in cui decidi il male
 
 

l’unica lingua che ho tollerato

è quella aerea degli uccelli

del pettirosso che per fame si avvicina
 
 

ho tenuto nel palmo della mano

un’offerta scintillante del dio della brina;
 
 

quando la brina se n’è andata,

si è visto che non era

una corteccia di betulla
 
 

era un pezzo di plastica grigiastra

mangiata dai giorni
 
***

Galaverna
 
Il freddo che c’è fuori si capisce
 
 

I filari del parco sono stretti

in una pellicola sottile di brina

non gelo, né ghiaccio, ma quel salto

che c’è tra il rapido tuffo sottozero

e il resto della vita
 
 

quando qualcosa non ha pace

in una lingua, ne cerca subito un’altra

per andare a rovistare negli angoli

per togliere la polvere tra fatti e parole
 
 

il freddo che c’è fuori, invece, si capisce

dalla galaverna che resiste

anche se il sole resta dietro il cielo basso
 
 

il freddo che si addensa nel mattino

gli uccelli lo sanno sempre prima di vedere

il fiato denso dei potatori nel parco-campagna

 
 
 

Mariadonata Villa vive a Modena, dove insegna in una scuola primaria. Ha esordito con L’assedio (Raffaelli 2012, finalista premio Carducci). Scrive e traduce di poesia e arte per riviste e pubblicazioni online (suoi interventi sono stati ospitati, tra gli altri, su “Poesia”, “clanDestino”, “Atelier”, “versodove”, “graphie”), oltre che per quotidiani locali e nazionali. Ha tradotto le raccolte di prose Lapsed Agnostic di John Waters (Marietti, 2012) e Dai luoghi profondi di James Kilgo (Per la terra e per l’uomo, 2013). Ha inoltre partecipato alla traduzione di Sweeney Smarrito di Seamus Heaney, a cura di M. Sonzogni (Archinto 2019). Dal 2012 al 2016 ha fatto parte del Cda di Fondazione Fotografia Modena (oggi FMAV). Collabora stabilmente con artisti e videomaker alla realizzazione di opere ibride e collettive. Suoi testi inediti si trovano nell’antologia Davanti agli occhi c’è un ponte (a cura di M.Mandorlo, Lugano 2013), nell’Almanacco di Poesia Raffaelli 2013, nell’annuario bilingue La freccia e il cerchio (Napoli, 2016 – 2017 – 2020), oltre che, in lingua inglese, in “Neke – The New Zealand Journal of Italian Studies” e nel magazine letterario online “Solstice”.

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