perìgeion

un atto di poesia

Maria Grazia Amati, intervista di Vincenzo Di Maro

di Vincenzo Di Maro

DA  UN ALTRO SECOLO: VITTORIA AGANOOR, “LEGGENDA ETERNA”

Intervista a Maria Grazia Amati, curatrice per l’editore Bertoni della collana “Donne in Poesia”, con alcune poesie dell’autrice.

 

Maria Grazia Amati è narratrice per bambini e autrice in proprio di brevi racconti e poesie: la sua ultima raccolta, è “Il bello della vita”, uscita nel 2021 e già presentata da questo blog. Per anni traduttrice e curatrice editoriale per le edizioni Spirali, di cui è stata tra i fondatori, da qualche decennio vive stabilmente in Umbria e cura da qualche anno per l’editore Bertoni la collana “Donne in poesia”: il primo titolo è“Leggenda eterna”, di Vittoria Aganoor – qui di seguito alcune liriche – cui a breve seguirà “L’insonne” di Amalia Guglielminetti, e titoli da Neera.

“Maria Grazia, facciamo come a un colloquio di lavoro: prima mi esponga il suo curriculum. Cosa l’ha condotta da Milano – uno dei centri dell’editoria italiana – in Umbria, fino a Todi dove attualmente vive?”

“Lei vuole che le disegni con mano sicura una parabola editoriale: in realtà passare dalla Milano degli anni ’80-90 all’Umbria di oggi corrisponde più a un bisogno personale che a un’ambizione professionale. Di certo l’esperienza con la casa editrice Spirali coincide con una fervida fase di crescita culturale e civile che, se non può paragonarsi all’effervescenza degli anni ’60 o ’70, non avrebbe comunque lasciato prevedere il declino del decennio successivo. Ai tempi, ognuno dei fondatori di Spirali svolgeva tutti i tipici compiti di una casa editrice, dalla promozione alla discussioni sui testi da pubblicare, dall’aspetto grafico alla traduzione: si era ancora in un clima favorevole all’impresa culturale. Abbiamo sempre pubblicato gli autori che ci più entusiasmavano: io stessa ho tradotto dal francese Charcot, Marek Halter. E i miei amici e colleghi tanti altri: Vasil Bykov, sul versante orientale, tanto per fare un esempio.

Poi ci fu una brusca sterzata: nei primi anni ’90 a Milano osservammo una sorta di mutazione antropologica, per così dire. I nomi ai citofoni del centro, per esempio: sin dallo stabile che ospitava la nostra sede, a quelli degli editori si sostituirono gli avvocati di grido, gli uffici delle griffes della moda, i calciatori, la variopinta fauna della tv commerciale. C’era sempre meno spazio per la piccola impresa culturale: le maglie si stringevano, specie ai danni di chi non coltivava l’appetibilità commerciale o le amicizie “politiche”. Nel frattempo, per esigenze interiori, stavo già esplorando l’Umbria. Così decisi di mollare tutto, e ad oggi dubito che tornerò mai in Lombardia.”

La sua sembra una fascinazione francescana.

 

 “Esattamente. Mi affascina chi, come Francesco d’Assisi, ha il coraggio di vivere “senza nemico”: sembrerebbe niente, se i tempi non dessero un nuovo significato a questa espressione. Francesco vede la sua Regola legittimata dal Papa senza dover rinnegare alcunché della sua condotta. E con spirito pacifico si presenta al Sultano, dal quale è prodigiosamente risparmiato.”

Mi pare anche l’atteggiamento meno imbarazzante per chi oggi scrive e pubblica poesia. Di questi tempi un genere così marginale, un’editoria frastagliata ma minima quali nemici naturali può temere?”

“E’ un genere che resiste proprio in quest’ottica. Così il mio criterio delle scelta della scrittura è il “farmaco”, per così dire. Un libro è un luogo di ospitalità, esattamente come l’attività di bed e breakfast da me aperta quando sono giunta qui, a Todi dove risiedo, che qualche anno fu definita “la città più vivibile al mondo” dalla U.S. Kentuky University. Quando mi ci sono trasferita, Bertoni – editore che considero a suo modo “francescano”- mi ha poi riservato la stessa accoglienza gentile. E’ uno che come me concepisce la scrittura come farmaco: occorre addestrarsi a un’accorta gimcana tra gli ostacoli del convenzionalismo, dello psicologismo, della sciatteria stilistica, dei modelli sociali imperanti.”

Mi ricorda, nello studio urbano, il valore tutto femminile della “crescita senza violenza” riconosciuto alla città di Todi. Valore in contrasto alla crescita aggressiva e disarmonica, “maschile”, delle metropoli; un modello alternativo per molti studiosi delle realtà urbane contemporanee.

“Già. E’ un discorso che vale anche per la piccola editoria, con quel tipico amore per la ricerca che le appartiene: un semi-artigianato che possiede un valore senz’altro terapeutico.”

P: “Maria Grazia, ma perché tornare a parlare di poesia al femminile anziché di poesia tout-court, per di più menzionando  il “contributo di civiltà – leggo dalla quarta di copertina del primo volume – di donne scrittrici tra Ottocento e inizio Novecento”? Perché riproporre proprio autrici di quel periodo?  Lei è tra coloro che inseguono il fantasma ricorrente della scrittura femminile?”

 

“Occorre prima stabilire cosa volesse dire, nell’epoca in cui queste autrici pubblicavano ed erano lette, “scrittura femminile”: quali fossero i valori, i temi trattati o gli stilemi in base ai quali si potesse affermarne, nell’ambito di una cultura e di un’editoria prettamente maschili, la “femminilità”. Selezionando in base a stereotipi in voga, alcune sono state magari condannate all’invisibilità o assurte alla fama. Non nascondiamoci che i criteri per stabilire la femminilità o meno di un’autrice siano estremamente labili ed equivoci. Quello che qui più può incuriosirci o interessarci della “scrittura femminile” è quindi la storia della ricezione dei testi femminili entro un contesto maschile o comunque presso elette lettrici borghesi. Oggi che siamo abbastanza pronti per confrontarci con questi testi, forse questo aspetto della questione ha ben altro interesse per noi. E, in effetti, il motivo principale di questa collana – senz’altro il più importante – è la qualità dei testi proposti: se ha un sapore di risarcimento nei confronti di quelle autrici, ne ha altrettanto per i lettori di oggi. Con una certa soddisfazione per questi ultimi, spero.”

P: “E di Vittoria Aganoor cosa può dirmi?”

“Le dico che Aganoor fu a suo tempo una figura centrale. Nacque nel 1855, padre di ricca e nobile famiglia armena e madre milanese. La sua storia si intreccia con quella di alcuni tra i letterati più noti al tempo. Visse tra Venezia e Napoli, sposò il senatore Guido Pompilj: nel suo salotto passavano abitualmente Fogazzaro, Verga, Di Giacomo, Capuana; suo insegnante fu Zanella: la sua corrispondenza con questi autori può considerarsi – oltre che formidabile testimonianza d’epoca – opera letteraria di enorme valore. “Leggenda eterna”, che oggi ripubblichiamo, vide la luce agli albori del ‘900.

Lo segue “Nuove liriche”, del 1908. Vittoria Aganoor muore a Roma nel 1910: una tale tragedia, per suo marito, che quest’ultimo si uccide la mattina seguente.

Un mondo di forti passioni sul punto di svanire, come si vede; mondo di cui D’Annunzio avrebbe raccontato.

Impressioni di salotto

 

Lui rideva… Con l’anima negli occhi,

le mani l’una dentro l’altra stretta

nervosamente e fisse sui ginocchi,

ella parlava, a bassa voce, in fretta,

non curando gli altrui sguardi, gli sciocchi

commenti, tutta in un desìo ristretta,

assunta fuor degli attornianti crocchi

come in un ciel d’ebbrezza maledetta.

Lui rideva!…E la donna altera e ambita

che per tanti anni, come ascoso tarlo,

s’era tenuto in cor l’amore e aveva

visto ai suoi piè la folla esaudita,

seguiva a dire, a fremere, a pregarlo

spasimando d’angoscia…e lui rideva!

********

Visione

So d’un palazzo dalle mura antiche

triste così c’ha di sepolcro aspetto;

bruno di muschi dagli sproni al tetto,

ingombro l’atrio d’edere e d’ortiche.

Dentro, un’ ava grinzosa, in sé raccolta

dinanzi al focolar deserto e spento,

segue a narrar con infantile accento

una leggenda che nessuno ascolta.

Paesaggio estivo

 

Maligne vampe via per la pianura

sterposa, l’erbe abbrustiano; lontano

d’un acquedotto la ruina oscura

par la vasta ombra d’un curvo titano.

La cicala, il sopor meridiano

sola rompe in sua stridula misura;

muggito non s’ascolta o canto umano

in quell’immenso tedio di natura.

Fugge il ramarro e va tra sasso e sasso,

mentre nell’alto il crocidar si spande

d’un corvo, in vetta alla cadente mole;

più lunge ecco venir tra tanto passo

un bufalo solingo e far più grande

quel gran deserto cui sovrasta il sole.

 

Gloria

 

Lei soltanto invocò, per lei s’impose

dure vigilie, a lei rivolse il canto

dall’ali audaci, effuso nell’ardito

spirito; e finalmente venne, e tanto

raggiavano le ciglia portentose,

le immense ciglia piene d’infinito,

che i colli intorno e le sopite lande

risero come al lume d’un’ aurora.

Non sorrise il poeta, e con altero

gesto scostando le febee ghirlande

che a lui porgea la radiosa: – Il vero

sei tu? (disse) il mio sogno era più grande.

********

La cometa di Tempel

O scapigliata erinni, che incontro pei campi stellati

ci vieni, l’infocata chioma protesa ai venti;

sai tu, stolta, sai forse qual mondo minacci, qual grande

miracolo, qual patria di giganti? Per secoli

e secoli, il pensiero piegando all’assidua fatica

della ricerca, avremmo portentose parole

strappate al vento invano? e invano sospinto fin oltre

le tenebre terrene lo avremmo, incontro ai lampi

della méta superba, cui l’anima nostra indovina –

(l’anima irrequieta, l’anima impaziente) –

fia che assorga?… T’è angusta carriera lo spazio infinito

che la via nostra, o cieca gorgone, ci attraversi? –

Ridono alla querela dei piccoli umani nell’alto

d’un gran riso di luce le legioni dei mondi;

ride la rossa erinni che scote la chioma, e procede

incontro a uno scuro atomo che divampa e scompare.

( Da “Leggenda eterna”, di Vittoria Aganoor, 2021, Bertoni editore)

Un commento su “Maria Grazia Amati, intervista di Vincenzo Di Maro

  1. ninoiacovella
    21/05/2022

    “Mi affascina chi, come Francesco d’Assisi, ha il coraggio di vivere “senza nemico”
    Che intervista preziosa. E che insegnamento.
    Grazie Vincenzo.
    Nino

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 12/05/2022 da in poesia italiana con tag , , , .
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