perìgeion

un atto di poesia

Galassie parallele, di Marco Ercolani

 

 

di Nino Iacovella

 

Compito di un blogger letterario, a volte, è quello di ridare visibilità alle opere che non hanno ricevuto la necessaria attenzione da parte dei lettori. Di quei libri che non sono riusciti a distinguersi nell’entropico mare magnum delle pubblicazioni. Per questo ora ritengo necessario rispolverare un saggio del 2019 di Marco Ercolani: Galassie parallele.

Di cosa parla questo libro che ha come sottotitolo storie di artisti fuori norma? Parla dell’arte e del processo creativo. Parla di artisti di riconosciuta fama e di outsider. Parla di genio e della privilegiata capacità di chi ne possiede di saperne attingerne, al bisogno, dall’abisso dell’inconscio creativo.

Ne Una discesa del Maelström Edgar Allan Poe anticipò la rappresentazione dell’inconscio – Freud doveva ancora arrivare, certo – come un abisso dove, una volta sprofondati in esso, il rischio sarebbe stato di addentrarsi nei territori della follia. Gli artisti per questo sono sempre costantemente in pericolo. L’arte più autentica, la scrittura più originale e la sostanza più pura della poesia sappiamo che non scaturiscono da un processo razionale. Hanno origine invece proprio nel viaggio verso l’inconscio più profondo; in quella parte irrazionale del nostro essere dove amiamo immaginare gli artisti come pescatori di perle che trattengono più a lungo il respiro pur di avvicinarsi ai simboli e alle visioni più geniali.

Lo psichiatra, poeta e scrittore Marco Ercolani da anni indirizza la sua ricerca scientifica e artistica all’inconscio come fondamento dell’atto creativo e lo fa attraverso lo studio di numerose biografie di artisti particolarmente amati.

La qualità della ricerca e dell’opera in sé è a mio avviso notevole, e rappresenta una vera manna per chi ama i segreti dei più grandi maestri dell’arte che spesso hanno fatto a braccetto con la follia.

Galassie parallele, Il Canneto Editore, 2019

 
 
da Galassie Parallele, selezione

Una «buona salute dominante» rende impossibile qualsiasi forma di arte perché uno stato di benessere è inerzia – da iners, non-arte. L’inquietudine è necessaria, come motore dell’ars, ma un eccesso di inquietudine, una «cattiva salute dominante», procura un dolore psichico che rende la vita invivibile e porta a fallimento qualsiasi espressione artistica. L’invenzione di un mondo altro è la prima necessità di ogni artista. Ma, mentre l’invenzione comincia a delinearsi, l’artista non può fare a meno di “uscire” dalla sua ragione, almeno temporaneamente. Se questo non accadesse, non i compirebbe niente di decisivo nella sua ricerca: una fuga dalla ragione, senza la peranza di una fine, genera i molteplici pianeti della psicopatologia, ma una fuga temporanea dalle logiche del mondo inventa le galassie parallele di un’arte originale, eccentrica, perturbante. Nel 1832 John Perceval, figlio del primo ministro inglese Sir Pencer Perceval, scrive il resoconto del suo delirio. Il 19 dicembre 1830, all’età di ventisette anni, mentre è a cena con amici, Perceval sente che deve parlare una lingua sconosciuta. Pervaso da uno stato di esaltazione, è costretto a intonare canti mistici, obbedendo così alle sacre Scritture. Internato in manicomio, Perceval si abbandona a pratiche degradanti, sente voci, canta in toni, chiavi e ritmi diversi, tenta il suicidio. «A quel punto», riferisce nel suo resoconto, «non ero cosciente di essere matto … mi immaginavo di essere stato messo là dentro per ricevere insegnamenti dagli spiriti». Guarito, dopo tre anni, dall’episodio allucinatorio, Perceval afferma: «Ho il sospetto che molte delle idee deliranti dalle quali sono oppressi i malati di mente consistano nello scambiare una forma di discorso figurato e poetico per un discorso letterale: lo spirito parla poeticamente, ma l’uomo capisce letteralmente».

 

Tra libertà e prigione

Una normale ricettività alle sensazioni e alle emozioni scorticherebbe vivi. Una certa ottusità protegge, e consente la crescita dell’illusione. La necessità dell’illusione e del gioco combatte la «vera follia», stemperandone la tragedia. Il matto non gioca mai, ma edifica monumenti capovolti. L’artista gioca sempre, edificando gli stessi monumenti. Nessun folle inventa dal nulla il suo delirio ma lo assembla pezzo per pezzo con i propri fantasmi misti agli eventi e alle cose della realtà, per riparare quella che resta la sua frattura insanabile: la vita come lutto della vita. Alcuni scrittori – il primo Büchner con il suo racconto Lenz – hanno cercato di rappresentare la figura del folle come e questa potesse, per le sue caratteristiche di esclusione dal mondo e di veggenza interiore, ricordare la figura dell’artista. In parte è vero. Georges Braque osserva che l’artista, nell’attimo in cui rischia la malattia psichica, prova assurde esperienze, interne ed esterne; ma poi, nel momento successivo, un’ossessione gli si radica nelle dita, gli si imprime nella mente. E allora il pittore deve fare il quadro e liberarsene, oppure muore. Insomma, l’arte non può sottrarsi ai suoi incubi mentali; ma da questi deve estrarre il suo quadro – il suo limite. Liberarsene. Poi, a opera finita, ricominciare a farsi possedere dall’incubo successivo. Nessuna arte ha una fine reale ma solo una serie di piccole vertigini, di catastrofi e approdi, utili solo per ripartire ancora, riprendere fiato, rinnovare il rito. Interrninabilrnente. Solo quando si sa che «la scrittura nasce quando non si sta né troppo bene né troppo male» (Lorenzo Pittaluga), solo allora è possibile dire la sofferenza con parole che la evocano ma non la mostrano, la nascondono e la rivelano.

 

Non occorre sprofondare irreversibilmente nelle proprie immagini psichiche. Questa esperienza estrema può procurare un dolore muto e intollerabile e diventare una follia senza ritorno, che non consentirebbe al viaggiatore di assolvere al suo preciso dovere: il resoconto del viaggio. Ogni discesa agli inferi – ogni domanda che cerca se stessa, senza soluzioni previste né risposte già formulate – è tanto assoluta, nel trovarsi il proprio mondo interno di immagini, simboli, analogie, quanto relativa nel definire il tempo preciso e limitato dell’esperienza. Difendersi dal pericolo di cui scrive Emily Dickisnson: «Poi un’asse si spezzò nella ragione / ed io precipitai sempre più in fondo», è seguire le parole prudenti dello psicoanalista Donald Winnicott: «Se il viso materno è privo di risposte, allora uno specchio è una cosa che si può guardare ma che non si deve guardare fino in fondo», senza dimenticare, come azzardo iniziale, il consiglio di Hermann Melville: «Preferirei essere folle piuttosto che saggio [ … ] mi piacciono tutti gli uomini che si immergono. Qualsiasi pesce può nuotare sino alla superficie, ma ci vuole una grande balena per scendere cinque miglia e oltre. [ … ] Fin dall’inizio del mondo i palombari del pensiero sono tornati con gli occhi iniettati di sangue».

 
 

Scorticati dal mondo

Essere folli significa vivere senza soluzione di continuità la condizione di sentirsi “scorticati” dal mondo. Essere artisti è controllare appena questa condizione, sentirla non come profezia, ingiunzione, verità rivelata, ma come crogiuolo di immagini, suoni, combinazioni – serbatoio inesauribile di mille verità ancora da mostrare. Come afferma ancora Michaux: «In sogno non si scrive: il mistico in trance e non scrive. Rapito, non scrive. Se si scrive, dopo c’è tutto salvo questo». Compito dell’artista, allora, è cercare una forma che, anziché ripetere un dogma delirante, annunci qualcosa di espansivo, di mobile, che tende al non-finito. L’opera nasce così, ansiosa e imperfetta, nel punto in cui tutto non è letterale o assoluto, delude e illude sempre, cercandosi all’infinito. Antonin Artaud vive la sua scrittura all’interno di un «dinamismo mai caratterizzato, mai situato, mai definito»; a che nessuna forma conclusiva intrappolerà in una “lingua-sepolcro” quello che lui stesso definisce “I’urlo”, “I’urto”, che noi possiarno osservare concretamente nei taccuini scritti disegnati durante e dopo l’esperienza nel manicomio di Rodez. Il poeta francese rifiuta I’influsso centrale dello spirito, non tanto come soffio vitale quanto come senso teologico e ordinatore, forma delle cose, volume degli oggetti, tono della voce, codici sessuali, fisiologia corporea. «lo concepisco l’azione e la creazione / in un dinarnismo mai caratterizzato, / mai situato, / mai definito, / la cui legge on l’invenzione perpetua / e il mio capriccio / e tutto assume il valore / nell’urlo e nell’urto vicendevole / senza che si possa attribuire ad alcunché / una virtù logica a dialettica caratterizzata».

 

Artaud si situa al di qua della logica creazione del mondo. La sua lingua scheggiata e frammentaria capovolge il mito dell’artista derniurgo. L’artista sopporta le cose create ma ne farebbe volentieri a meno. Dio, trickster e buffone, distruggerebbe il mondo così come è creato per sostituirlo con un antimondo. Non c’è mai forma che gli basti, limite che lo fermi, ma solo il perenne, esasperato soliloquio di un’opera interminabile che si oppone a essere sodificata in quanto opera. « Artaud è un grande devastato che, guardandosi bene dal voler uscire dalla sua devastazione, fa di questa la propria lingua. È, dice di essere, colui che parla il linguaggio del suo incendio» (Bernard Noel). Lo scrittore non vuole che ritornino a nascere gli uomini, quegli uomini fisici e reali che lo hanno torturato con elettroshock reali e avvelenamenti fanta ticati, che gli hanno usurpato la libertà senza comprendere l’energia delle sue idee e dei suoi deliri. Artaud, respingendo la violenza delle idee che formano le strutture del mondo, esige che la sua scrittura sia un paesaggio altrettanto violento, tellurico, indescrivibile, che le parole traversino come un grido, senza poterlo possedere. L’atto creativo – simile a questo grido – non è lontano da quei momenti di follia e di parossismo che portano l’individuo fuori di sé. II compito è resistere in una forma che si faccia pervadere dalla sostanza di quel grido senza frantumarsi. Non tanto «arte e follia», dunque, quanto «follia» che si fa «arte» e diventa adulta senza rinunciare alla sua energia sovversiva e infera come al suo desiderio di perfezione formale: uno stato di «apoplessia» che si trasforma in racconto dell’apoplessia». Un celebre testo di Artaud, Van Gogh suicidé de la société, intona:

 

E aveva ragione Van Gogh, si può vivere per l’infinito, soddisfarsi

solo d’infinito, c’è abbastanza infinito sulla terra e nelle sfere per

saziare mille grandi geni, e se Van Gogh non è riuscito ad appagare

il desiderio di irradiarne l’intera sua vita, è perché la società

glielo ha vietato.

Apertamente e consciarnente vietato.

Ci sono stati un giorno gli esecutori di Van Gogh, suicidato dalla società,

come ci furono quelli di Nerval, Baudelaire, Poe, Lautréamont .

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Questa voce è stata pubblicata il 20/06/2022 da in saggi con tag .
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