perìgeion

un atto di poesia

Una poesia di Kurt Drawert

cupid

di Cupido

È uno di quei testi che non riesco a mettere a fuoco alla prima lettura. Da qualche anno alla miopia si è aggiunta la presbiopia: devo allontanare e avvicinare la poesia fino a trovare la distanza corretta.  Non in fondo all’articolo, altrimenti non si vede, ma neanche proprio contro il naso… può andar bene qui, adesso? Siete pronti?

Transsib. Trauma. Dante

Bis zur Grenze nach Asien, am Maßstab der Karte
gemessen einen Steinwurf nur fern vom Ural, 
kann sich, in getrübten Auge des faszinierten 
Touristen, die Transsib noch als ein Siegeszug
schleppen des Glaubens an die Maschine 
im Austausch zu Gott. Wunderbar, 
diese Aufbruchszeit damals zur Wende 
in ein neues, schon verscharrtes Jahrtausend, 
diese schaukelnde Barke über den Styx 
mit Ausblick vom geheizten Abteil, 
Neckermann sei dank, erster Klasse 
auf die endlose, schweigende Weite 
historischer Vorstellungswelten – o Hildegard.
Dann, von einem Moment auf den nächsten, 
wird es unverhofft ernst. Die Handys 
mit programmiertem Alarmruf nach Hause 
sind aus dem Funknetz gefallen, 
die Reservebestände im Frischhaltebeutel
gehen langsam doch sicher zur Neige, 
und wie Überlebende zu einem Sterbenden reden, 
so haben eine gute weitere Reise gewünscht, 
die gerade noch rechtzeitig aussteigen konnten. 
Die Werbeprospekte sind ausgelesen, 
die Stationen abgehakt, abgedroschen 
sind die Pointen der Witze. Jeder ist neben jedem 
und alle sind unter allen allein. Die Zeit, 
das große Geschenk, ist ein Tier, 
das in der Leere dieser Tage wohnt 
und sich ernährt vom Schicksal der Stunden.
Jeder Handgriff ist Ewigkeit, jedes Wort 
eine Folge von Kriegen. Mit Blick auf eine Uhr, 
der die Zeiger fehlen, und im Rhythmus 
mitgezählter Schienenschläge, so geht die Fahrt 
jetzt im Rückwärtsgang weiter, die Zeitzonen
abwärts, dorthin, wo die toten Schuldigen leben, 
deren Seelen das harte Gestrüpp sind, 
in dem sich die Leiber, die Köpfe zur Erde gesenkt, 
verfangen und aufgehängt haben, 
wo das Lied ohne Sänger und die Klage 
ohne Kläger schrill aus dem Dunkel der Ebene 
dringt, dorthin, wo das Blut der Revolutionen 
in die Ströme der Landschaften abfließt, 
unaufhörlich aus einer immerwährenden Wunde, 
gestern, heute und übermorgen. Wußten wir, 
die wir bereits matt und ermüdet 
an Proviantresten kratzen, daß die Welt 
hinter der Welt leuchtender Farbmonitore 
und hingeschlachtet wie Metzgerware tatsächlich 
Fleisch ist? Eine Todessymphonie der nie- 
mals Erlösten? Haben wir es erwartet, gesucht? 
War das nun mitgebucht? Und was werden 
die anderen, die Russen, jetzt machen? 
Sie spielen Karten, und warten, und lachen. 
Wohl hab ich, letzten Endes, die Fahrt nur 
geträumt? Ist etwas geschehen, und ich hab es 
versäumt? Ist da Geschichte, echte, vergangen? 
Oder bin ich, ein Suchender nur und stur 
wie im Wahn, am Haken der Zeit schon abgehangen? 
So stehe ich in einer Lampe trübem Schein 
zwischen zwei Wagen am Ende der Reise, 
und sehe ein abgestochenes Schwein, 
das ausläuft auf eine doch klassische Weise.

Transib. Trauma. Dante

Sino al confine dell’Asia, stando alla scala 
della carta a un tiro di là degli Urali, 
nell’occhio fosco del turista affascinato 
la Transib può ancora trascinarsi come 
una marcia trionfale della fede nella macchina 
scambiata con Dio. Magnifica
al tempo della Wende quest’ora di partenze 
per un nuovo già sotterrato secolo, 
questa barca oscillante sullo Stige, 
con vista dallo scompartimento riscaldato, 
sia grazie a Neckermann, prima classe 
verso lo sconfinato muto spazio 
di rappresentazioni storiche – o Hildegard.
Poi, da un momento all’altro, non l’aspetti,
la cosa si fa seria. I cellulari 
con allarme a casa programmato 
sono caduti fuori dal campo, 
le riserve nei sacchetti a lunga conservazione 
vanno a poco a poco a esaurimento 
e, come sopravvissuti che parlano a un morente, 
quelli che han fatto giusto in tempo a scendere 
hanno augurato buon proseguimento. 
I prospetti pubblicitari tutti letti, 
le stazioni sganciate, ormai trite 
le pointes delle barzellette. Ognuno è accanto 
a ognuno e tutti in mezzo a tutti sono soli. Il tempo, 
il gran regalo, è un animale
che dimora nel vuoto di questi giorni 
e si alimenta del fato delle ore. 
Eternità ogni gesto, ogni parola 
una serie di guerre. Con l’occhio a un orologio 
che non ha le lancette, e al ritmo dei binari, 
tu conti i loro colpi, così prosegue 
il viaggio ora a marcia indietro, fasce orarie 
a parte, verso là dove stanno i morti colpevoli, 
le cui anime sono i cespugli di rovo 
in cui a testa bassa 
si sono impigliati e impiccati i corpi, 
dove il canto senza cantori e il lamento 
senza lamentatori arriva rauco dal buio 
della pianura, fin là dove il sangue delle rivoluzioni 
defluisce nei fiumi delle varie regioni, 
ininterrotto, da una ferita perenne, 
ieri, oggi, domani e dopo. Lo sapevamo 
che già deboli esausti 
grattiamo il fondo delle provviste, che il mondo, 
dietro il mondo di luminosi monitor a colori
e ridotto a merce per la macelleria,
di fatto è carne? Una sinfonia di morte dei mai-
redenti? Ce lo siamo aspettato, cercato?
Era compreso nella prenotazione? E adesso
cosa faranno gli altri, i russi?
Giocano a carte, attendono e ridono. 
O alla fin fine il viaggio 
me lo sono sognato? È accaduto qualcosa e io
me lo sono perso? C’è qui della storia, vera, passata? 
O io, solingo cercatore, sono nell’illusione, 
un fissato, uno che pendeva dal gancio della storia? 
Così sto alla luce fosca di una lampada 
fra due auto  al termine del viaggio, 
e vedo un maiale scannato, 
che cola in un modo pur sempre classico. 

Cerchiamo di raccapezzarci. Si parla di un viaggio in Transiberiana; l’esordio ci mostra la tipica baldanza del turista ignorante, destinata a spegnersi di fronte alla realtà dell’esperienza; fuori dal finestrino si susseguono immagini di vita e di morte; i compagni di viaggio non paiono particolarmente raccomandabili… gli ingredienti per attirare l’attenzione ci sono tutti, ben dosati e amalgamati, con un pizzico di quella consapevolezza sorniona che hanno tutti i poeti in quest’epoca di fine della poesia. Fine della storia? 

Non lo so. Ho incontrato questo libro in circostanze particolari. Sabato pomeriggio a Oderzo, nella splendida libreria “Becco giallo”; desiderio di cullarmi in nostalgie adolescenziali + bisogno di tenere a bada le bambine che scorrazzavano da tutte le parti. Emozione di ritrovare su uno scaffale un volume di Scheiwiller dopo chissà quanto tempo. Vorrei poter dire che l’ho aperto a caso, ho trovato questo testo e ho deciso di comprarlo, ma non è andata così. L’avrei comprato comunque, solo per il desiderio di preservare un momento. Ero quasi certo che mi avrebbe deluso.

Ed è andata così? Ripeto, faccio fatica a mettere a fuoco la questione. Da una parte la retorica, la maniera, il niemalsspezzato tra due versi, la ricerca dell’aforisma ritwittabile («Lo sapevamo […] che il mondo, / dietro il mondo di luminosi monitor a colori […] / di fatto è carne?»). Dall’altro il senso di vuoto allo stomaco di quando il convoglio lascia le ultime propaggini di civiltà ed esce in campo aperto («da un momento all’altro, non l’aspetti, / la cosa si fa seria»). Non è più un racconto/parabola, a un tratto è la cosa vera. Drawert usa “vuoto” come Rilke usa “indicibile”, senza un filo di gigioneria. E allora si riesce a credere che il tempo sia un animale che «si alimenta del fato delle ore». (Penso a un cane randagio di Santiago, o anche al tempo-uccello appollaiato sullo stallo di un cesso pubblico in un capitolo allucinante di Infinite Jest). Non sono figure: se lo fossero riusciremmo a decifrarle, e invece tutto si fa sempre più confuso. Ci accorgiamo che siamo noi stessi a scrivere la poesia, fuori dalle parole, con la nostra esperienza dello smarrimento assoluto. Non è un bel posto in cui restare. Ricerchiamo con ansia un approdo. E alla fine lo raggiungiamo, in qualche modo. Il maiale scannato che penzola dal gancio è quasi confortante. Un ritorno alle cose che si comprendono.

Penso che Drawert direbbe: io non ho fatto niente, sono solo salito su un treno. E in un certo senso avrebbe ragione. Confermerebbe di essere un grande poeta.

Kurt Drawert, Collezione di primavera (Scheiwiller 2006)
Traduzione di Anna Maria Carpi

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3 commenti su “Una poesia di Kurt Drawert

  1. vengodalmare
    25/06/2022

    Grazie, grazie mille per questa splendida e agghiacciante emozione mattutina, per la bellissima poesia appena letta e per l’interessante e piacevole lettura dell’articolo che l’accompagna.
    Appena svegliata e mi sono all’istante ritrovata su quel treno, percorrendo i km che dal nulla festaiolo di un viaggio di vacanza portano al vuoto agghiacciante della Storia e alla disumanità dell’Uomo, ritrovandomi infine catapultata nell’insensato suono di clacson che accompagna le nostre giornate.
    La forza attrattiva di questa poesia è veramente potente. Grazie ancora.

    Piace a 2 people

  2. vengodalmare
    25/06/2022

    Peccato, avevo lasciato un commento che però non appare. Ci tengo comunque tanto a ringraziare chi ha proposto questa splendida e agghiacciante poesia (WordPress ormai manda spesso in spam i commenti).

    Piace a 2 people

    • guidoq
      25/06/2022

      Mi dispiace, i commenti erano rimasti in moderazione. Grazie comunque delle impressioni, mi aiutano a mettere a fuoco le mie 😉 Un testo davvero notevole, questo è sicuro.

      Piace a 2 people

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Questa voce è stata pubblicata il 25/06/2022 da in poesia tedesca, Una poesia di… con tag , .
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