perìgeion

un atto di poesia

Nella foresta, di Franz Krauspenhaar

 

di Nino Iacovella

 

 

Nella Foresta, di Franz Krauspenhaar

Parlare letterariamente di Franz mi costringe a giocare a carte scoperte. Franz è un amico. Un amico che anni fa divenne tale grazie a Christian Tito che recensì, agli esordi di questo blog, il suo romanzo “Era mio padre”. Christian aveva questo dono di rendere famiglia, per sé e per gli altri suoi amici, tutto ciò che amava e toccava. Se Franz era stato “toccato” da Christian, per me significava che era già famiglia. Lessi quel libro autobiografico così intenso e vero, scritto come solo un vero scrittore poteva fare, e proposi all’autore, sempre alla maniera di Christian, di incontrarci. Da lì nacque l’amicizia con Franz, un’amicizia che mi ha permesso di constatare, se mai ce ne fosse stato il bisogno, l’assoluta aderenza tra l’uomo e lo scrittore. Un autore senza sovrastrutture e pose precostituite tanto care a certi poeti e scrittori del nostro tempo.

Ora ho in mano il suo libro, lo leggo in uno dei punti più suggestivi della mia terra, la “terrazza d’Abruzzo” del Balzolo, a Pennapiedimonte. Mi ero promesso di leggerlo da qui, nel luogo rifugio che ho scelto da tempo quando torno a casa. E ve ne parlo.

Nella foresta è un libro di poesia di vecchia scuola intimista. Franz Krauspenhaar è scrittore, poeta e musicista. Ma è nella relazione tra la sua produzione romanzesca e poetica che bisogna soffermarsi per comprendere meglio il suo approccio nella scrittura in versi. Come in Carver, per un prosatore, la scrittura poetica rimane aderente a “scarti” autobiografici, in quanto momenti di pura scrittura, immediata, di getto creativo, necessaria per tenere sempre accesa, e alta, la fiamma creativa. Per questo i libri di poesia di Franz sono lirici, non strutturati su temi precostituiti, se non in quella forma, la più incendiata, della propria vita.

Stile diretto, prosastico, dove il ricorso all’ironia, spesso, è necessario per stemperare la drammaticità di un vissuto sempre in bilico tra vetta creativa e abisso del quotidiano. Nella foresta ci mostra la fragilità e la forza di uomo che rimane in piedi nonostante tutti i crolli familiari, i crolli sociali del proprio paese, i crolli di una umanità occidentale senza speranza. Un’opera pura nei contenuti e spuria nella forma. Francamente ruvida, come unica modalità credibile di scrittura per rappresentare, in presa diretta dal proprio Io, tutta la bellezza distopica dei nostri tempi.

Nella Foresta, Edizioni Ensemble, 2022

 
 
Nella foresta

Mi sono drogato col calcio, tre partite di fila

un pane intero e la droga in bottiglia,

due birre, la generazione sul filo, le ganasce

stantuffi, come morti sul lavoro,

lentamente perdonovelocità, sulla tv

c’è un cervo impagliato, trofeo ereditato

da alcuni personaggi dello schermo, meritori

di essere fucilati, ma non per davvero,

soltanto con leonde radio del disprezzo.

È abbandonico il disprezzo, qualcosa

che l’odio non raggiunge, l’odio porta

avanti i rapportisociali fino alla tomba.

Estreme conseguenze d’ogni regata.

Scuotere le notizie, piene di briciole,

altre due birre, per stimolare la ghiandola

omicidiaria. Tu scrivi violento, non badi

a spese nel farti vedere nemico roso

nel sangue dei tuoi blandi delitti,

non potrai succedere ai grandi, perdi

pezzi enormi, supernova, di credibilità!

Sai, ci ho provato a metaforizzarmi,

volevo chiudermi inun’ambulanza

e farmi portare subito al cimitero,

dove le anime si dice riposano, mentre

a mio avviso battono la fiacca, pettinano

le bambole. I passeri franavano nel vuoto.

Ho tentato conl’impegno sociale,

la socialdemocrazia, l’impero del male,

la Procter & Gamble, il fumo delle Camel

e successivo infarto; tu cara non sapevi,

un pezzo di cuore è andato, ha una cicatrice

come dopo un duello.

Io ci passo la vita disattiva educandomi,

messaggero di cultura

in casa mia, le mie scuole furono privati lager, il

mio istinto era quello di fucilarli tutti, come nelle

migliori scuole americane.

Oggi, fossi un piccolo stupido di basso voltaggio

e arrancante, tra computer e hikikomori,

sarei testimone del male. Ora non c’è più

niente, la nostra scuola in pezzi; vogliono

sostituire la croce con un pezzo di carta:

il conto del kebab; lo incolliamo li, dove

c’era Cristo, che fu un punto, un accadimento.

Ci penso mentre esco per strada, sto per

fare zuffa con due ragazzini, questi, dico,

li ammazzo, porto loro i fiori al pentimento

delle lastre di marmo, fingo di appassire.

Dico alle madri, sono uno di passaggio

ho visto la furia di quel bianco, poveri

ragazzi arabi, poverebaby gang, niente,

neanche la pensione, come uno di qui,

un vecchio operaio. Io dovrei lottare

per la molle fossa comune di questo paese,

dovrei arare una terra scoppiata nel cielo.

Stiamo diventando un’altra cosa, un

intimo di Arlecchino, le sue mutande

larghe e cadenti. Non ho nulla contro

la disperazione degli altri, anzi odio

solo la mia; ma se non mi aiuti a sparare

a vista rimetto il crocifisso in aula, e così sia.

 

***

 

Fu essenzialmente la colpa nera

del marketing, uno scudiscio

per se stesso scudisciato.

Nei pornofilm americani, il luogo

virtuoso della sessualità ematica,

la moda della fica rasata, il grande

strudel dei corpi antimateria,

c’è sempre il solito schema,

con variazioni minime, così che

viene all’ultimo lo stesso movimento sia

che la donna è una o due o tre;

l’uomo stacca il penis dall’orifizio

embedded, e spaccia la sua crema

whitelong sulle bocche attendenti

delle femmine. Poche cose son

più sfregianti, quasi un gioco colloso,

sempre quello, sempre a ripetersi

l’ossessione del rito, come se

non fosse prevista dal Creato

un’altra soluzione. In quei momenti di

marketing editoriale mi viene

strano di pensare a Dio, non uno

qualsiasi, proprio quello della tua storia.

 

***

 

Con la gioventù ho un patto segreto,

quello di non parlarsi, di ricordarsi poco,

di non decidere più come dirsi le cose.

L’autobus corre tra le ragazze che mangiano

l’aria, parlando dei loro falsi flirt; io sento

di essere passato, di essere andato

altrove, unito alle ruote di un camion

che non vidi nemmeno. Ne fui travolto

senza morire, ma con una ferita ampia

nel cuore, un bozzolo di luce che si

spegneva. Sotto di noi la funicolare,

un destino appeso per caso alle nuvole,

il futuro che si svuota come una neve,

che è stata perenne fino a che ha potuto.

 

***

 

Le donne hanno queste pagine piene di colori

e di bianco e nero riflessivi, altre donne leggono

i fiori o la sottomessa realtà, e ci sono baci, natura,

malattia placata, odore di realtà, un piatto buono

che spegne la sera. Spesso un sorriso aperto,

forse l’ipocrisia dalle classi più abbienti.

Ho fischiato a più non posso, nessuna

ha risposto; le loro pagine di diario sono in mezzo

alle lame di un frullatore, ma non si rompono,

e non so se ridere o piangere, se amare

o odiare, se rimanere in silenzio, e pensare

ad altro. Ho provato a mischiarmi alle loro

parole, e pure a una poderosa gentilezza,

che a un punto però diventa irrespirabile.

Nella mia solitudine c’è un segreto che solo tu

puoi rivelare, perché solo tu sai capirmi,

e accettarmi. Ma di questo non so

crederne il vero, e temo che sia tardi,

e tutto non è semplice.

 

***

 

Ho condito l’olio

ho salato il sale

ho detto buonanotte ai suonatori

ho esultato per la loro insonnia

ho mangiato un banco di nebbia

dentro una scatola di cracker nera.

È arrivato il momento di chiedere

 il conto.

O a Dio, o alla sua controfigura.

 

***

 

Io sono un eroinomane della vita,

mi drogo spesso da casa mia

con gli inappuntabili miei pensieri

a quattro corsie, come in America,

che si intersecano tra loro; così

i miei pensieri sono rampe di lancio

nel vuoto di mille viaggi in automobile.

Mi drogo così, finendo spossato

come un drogato vero, per mia sorte

non ho crisi d’astinenza da pensiero,

penso spesso quattro cose

contemporaneamente; e allora l’unica

salvezza è scriverne una, innestando

le piante delle altre tre. Così, più o meno

non impazzisco, né sono preso da istinti

suicidi. Procedo per la mia strada

che mi porterà alla morte. Uno così,

appartato, uno che scriveva di tutto,

che amava gli altri e li odiava, senza

patente, senza soldi, senza una donna

accanto, senza vizi veri e propri, con un

infarto alle spalle che lo ha fatto smettere

di fumare, e qualche altro disturbo, ansia,

due depressioni maggiori perfettamente

curate. Uno così ora si cura con un po’ di

ginnastica intensa ma breve, tutti i giorni

ascolta molta musica e riesce a leggere per

un’ora al massimo al giorno. Letture intense,

per quelle non intense lui si fa pagare.

Sono un drogato perché sono vivo, ecco.

La mia vera colpa è essere vivo, ne sono

convinto. Guardo la tv, faccio e ricevo

telefonate, ma non incontro più nessuno.

È andata così, sono solo ma sono sempre

con quella scimmia sulla schiena. Non voglio

morire qui, un giorno. L’unico mio desiderio

è di non morire qui, non fare una morte

quotidiana come mi stava accadendo,

vorrei morire all’aria aperta, nella mia

ora d’aria, nella mia eternità illusoria,

lontano da qui.

 

***

 

È quasi irreale aspirare

a una noia come questa

una glassa di caramello

percorsa da uno strato

di cemento, eppure

ho pervertito l’aspirazione

continuando a evitare

il suicidio

4 commenti su “Nella foresta, di Franz Krauspenhaar

  1. poetella
    15/07/2022

    Notevole. Le ultime due poi… molto apprezzate.

    Piace a 1 persona

  2. almerighi
    16/07/2022

    Ho condito l’olio… la rubo per il Domenicale del 24 luglio, che Krauspenhaar sia un autore fuori dagli schemi è risaputo

    Piace a 1 persona

  3. 最後花 mdamaggio
    22/07/2022

    L’ha ripubblicato su LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESOe ha commentato:
    da Perìgeion: Fare rete nella rete.

    Piace a 1 persona

  4. Pingback: Gioielli Rubati 206: Maria Allo – SaphilopeS – Brezza d’essenza – Mariangela Ruggiu – Paul Olden – Lucia Triolo – Franz Krauspenhaar – Marina Raccanelli. | almerighi

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Questa voce è stata pubblicata il 15/07/2022 da in poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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