perìgeion

un atto di poesia

Tagli scelti di poesia, Ghiorgos Seferis

rubrica di Nino Iacovella

Traduzione di Maria Caracausi

 

Il re di Asine

 

e Asine …

ILIADE

 

Guardammo tutta la mattina tutto intorno alla rocca

cominciando dalla parte dell’ombra, là dove il

    mare

verde e senza riflessi, petto di pavone ucciso

ci accolse come il tempo senza alcun vuoto.

Le vene della roccia scendevano dall’alto

ramosi vitigni attorti nudi vivificati

al tocco dell’acqua, mentre l’occhio seguendoli

lottava per sfuggire al faticoso dondolio

perdendo sempre forza.

 

Dalla parte del sole un lido lungo tutto aperto

e la luce che intagliava diamanti sulle grandi mura.

Nessuna creatura viva, in fuga i colombi selvatici

e il re di Asine, che cerchiamo da due anni

sconosciuto dimenticato da tutti, anche da Omero

solo una parola nell’Iliade e anche quella incerta

gettata là come la maschera funebre d’oro.

La toccasti: ricordi il suo suono? Sordo dentro la

     luce

come l’orcio secco nella terra scavata:

e lo stesso suono nel mare con i nostri remi.

Il re di Asine, un vuoto dietro la maschera

ovunque con noi, ovunque con noi, sotto un nome:

«e Asine … e Asine … »

                                         e i suoi figli statue

i suoi desideri svolazzare d’uccelli e il vento

negli spazi dei suoi pensieri e le sue navi

ormeggiate in un porto invisibile:

sotto la maschera un vuoto.

 

Dietro i grandi occhi le labbra ricurve i riccioli

rilievi sul coperchio d’oro della nostra esistenza

un punto tenebroso che viaggia come il pesce

nella calma mattutina del mare e lo vedi:

un vuoto ovunque insieme a noi.

E l’uccello che volò via l’inverno passato

con l’ala rotta

reliquia di vita,

e la giovane donna che se ne andò a giocare

con i canini dell’estate

e l’anima che cercò pigolando il mondo di giù

e il luogo come la grande foglia di platano che trascina

il torrente del sole

con i monumenti antichi e l’odierna afflizione.

E il poeta si attarda guardando le pietre e si chiede

esistono dunque

in mezzo a queste linee guaste i vertici le punte le cavità

    le curve

esistono dunque

qui dove s’incontra il passaggio della pioggia del vento

    e della rovina

esistono il moto del volto, la forma dell’affetto

di quelli che vennero meno tanto stranamente nella

     nostra vita

di coloro che restarono ombre di flutti e pensieri

 

    nell’immensità del mare

a forse non resta nulla se non il peso

la nostalgia del peso di un’esistenza viva

là dove stiamo ora immateriali piegandoci

come i rami del salice orribile

ammassati nella durata della disperazione

mentre la corrente gialla porta giù lentamente giunchi

    sradicati nella melma

immagine di una figura che divenne pietra con la deci­-

sione di un’eterna amarezza.

Il poeta un vuoto.

 

Scudato saliva il sole combattendo

e dal profondo della grotta una nottola spaventata

battè sopra la luce come la freccia sullo scudo:

«e Asine e Asine … ». Che fosse lei il re di

      Asine

che cerchiamo tanto accuratamente in questa

      acropoli,

sfiorando a volte con le dita il suo tocco sopra le

     pietre?

 

Asine, estate 1938 – Atene, gen. 1940

 

 

Da “Sulla tradizione della Grecia moderna”, discorso pronunciato l’11 dicembre 1963 all’Accademia Svedese

“Vorrei terminare questa mia breve esposizione con un uomo che ho sempre tenuto accanto a me: mi ha sostenuto nelle ore difficili, quando ogni risorsa sembrava perduta. In questo Paese di contrasti, che è il mio, quest’uomo costituisce un esempio estremo. Non era un intellettuale. Ma l’intelletto ridotto a se stesso ha talora bisogno di freschezza, come i morti che reclamano sangue fresco prima di rispondere a Ulisse.

A trentacinque anni aveva imparato un poco a leggere e scrivere, solo al fine di raccontare – dice lui stesso – quanto aveva visto durante la guerra d’indipendenza, cui aveva partecipato attivamente. Si chiamava Ghiannis Makrighiannis. Lo paragono a uno di quei vecchi tronchi d’ulivo delle nostre parti, forgiati dagli elementi, che credo possano insegnare la saggezza. Anche lui è stato forgiato, ma da elementi umani, da generazioni di anime umane.

    Era nato verso la fine del XVIII secolo nella Grecia continentale, vicino a Delfi. Ci racconta come la sua povera madre, che era uscita a far legna, fu presa dai dolori del parto e lo diede alla luce nel bosco.

    Non era un poeta, ma il canto era in lui, come sempre stata in lui l’anima del popolo. Quando uno straniero, un francese, va a trovarlo invita a desinare: «Il mio ospite – narra – voleva pure sentire i nostri canti: io gliene ho composto qualcuno al momento».

È dotato di una singolare forza espressiva: la sua scrittura fa pensare a un muro costruito pietra su pietra; tutte le sue parole funzionano ed hanno radici; ha persino tratti di stile omerico. È l’uomo che mi insegnato di più in materia di prosa.

     Non ama le false sembianze della retorica. In un momento d’ira, grida: «Avete messo a capo della fortezza di Corinto un pedante. Il suo nome era Achille, e sentendo questo nome avete creduto che si trattasse dell’Achille famoso, e che bastasse il nome per combattere. Ma non è mai il nome che combatte: a battersi è il valore, l’amor di patria, la virtù».

     Si capisce l’amore che Makrighiannis nutre anche per il patrimonio antico, quando rimprovera due soldati che volevano vendere statue agli stranieri: «Anche se vi pagassero diecimila talleri, non permettete che queste opere lascino la nostra terra. È per loro che abbiamo combattuto».

     Se pensiamo che la guerra aveva lasciato numero se ferite nel corpo di quest’uomo, siamo autorizzati a dare un certo peso a queste sue parole. Verso la fine della vita il suo destino diviene tragico. Le ferite gli danno sofferenze intollerabili. Viene perseguitato, imprigionato, giudicato e condannato. Nella sua disperazione scrive lettere a Dio: «E tu non ci senti, non ci vedi… »

     È la fine: Makrighiannis è morto verso la fine del secolo scorso. Le sue Memorie sono state decodificate e pubblicate nel 1907. Ci vorranno ancora anni perché i giovani prendano coscienza della sua vera statura!

Da “Un poeta greco a Stoccolma, Aiora Press, Atene, 2016

 

 

 

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2 commenti su “Tagli scelti di poesia, Ghiorgos Seferis

  1. 最後花 mdamaggio
    10/09/2022

    Maestro.

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 10/09/2022 da in poesia greca con tag , , .
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