perìgeion

un atto di poesia

Un paradiso portatile, di Roger Robinson

foto di Naomi Woddis

dalla prefazione di Cristina Benicchi

 
 
 

Un paradiso portatile. Esiste davvero?

La risposta si cela nei versi di Roger Robinson in modo inaspettato, sorprendente, scevro di qualunque stereoripo, al quale secoli di narrazioni e decenni di massificazione turistica hanno assuefatto l’immaginario collettivo delle isole caraibiche. Nelle cinque sezioni di Un paradise portatile – raccolta poetica per la quale Robinson ha ottenuto nel 2019 il prestigioso premio T Eliot, secondo a ottenere quesro riconoscimento dopo Derek Walcott, e nel 2020 il premio Royal Society of Literature Ondaatje – il poeta, performer e musicista nato a Londra da genitori caraibici di Trinidad – conduce il lettore in un dedalo di ritratti umani e rappresentazioni spaziali, nel quale, verso dopo verso, il paradiso assume forme e significati molteplici e mutevoli, per rivelarsi, infine, un’intrinseca funzione della memoria, un’immanente facoltà dell’intelletto, che salva dalle tenebre dell’ emarginazione luoghi e persone, restituendogli voce, forza, dignità e speranza.

Il binomio paradiso-Caraibi – espressione del processo di invenzione dell’altro e dell’alterità, sin dai racconti di viaggio dei primi esploratori europei, soprattutto in epoca Vittoriana, o piuttosto della mercificazione spaziale della moderna industria del turismo – è stato oggetto di una complessa decosrruzione e decolonizzazione dell’immaginario, da parte di poeti, narratori, drammaturghi e intellettuali caraibici, che hanno immortalato l’anima della loro terra, raccontandone meraviglie e orrori. I “cadaveri giacciono sparsi in un paradise”, grida l’io poetico di Derek Walcott, racchiudendo in un verso il complesso e doloroso dualismo dei Caraibi. Nelle pa­role profondamente radicare nei luoghi che le hanno ispirate – al di là del mare cristallino, delle lunghe distese di spiagge bianche e soleggiate, della lussureggiante vegetazione – riecheggiano le ferite della schiavitù, della povertà, dello sfruttamento, della corruzione e delle molte diaspore, che hanno reso l’arcipelago caraibico un complesso crogiuolo umano e culturale, dove sempre labile appare il confine tra paradise e inferno. Ma è esattamente in questo dualismo e nel sincretismo, ancor più evidente e marcato, che l’identità caraibica trova la fonte inesauribile di vitalità e rinnovamento, definendosi come entità fluida, capace di vivere attraverso – piuttosto che nonostante – la diversità.

Il paradiso cantato da Robinson non è un luogo – almeno non tradizionalmente inteso _ o una qualsivoglia nuova rappresentazione spaziale, volta a decostruire il discorso coloniale e post-coloniale sul concetto di paradiso. Tuttavia, è in un profondo e viscerale senso del luogo – dei Caraibi, da una parte, e dell’Inghilterra, dall’altra – che nasce e trova nutrimento essenziale, per nutrire, a sua volta, i sogni e le speranze di coloro i quali sembrano aver interrotto ogni legame con lo spazio circostante, smarrito e sepolto sotto le macerie della miseria e dell’ingiustizia sociale. Predidisposto ad ascoltarne e ad afferrarne il senso, Robinson – come chi, esule, si ritrova “diviso fin dentro le vene’? tra il centro e i margini di quelli che furono gli imperi coloniali, tra la cultura dei colonizzatori e quella ancestrale degli antenati – evoca e cattura lo spiriro dei luoghi, che ha abitato e abita, perennemente sospeso tra l’uno e l’altro, salvo poi raggiungere un dinamico senso di appartenenza, fluido e transnazionale. La percezione di un’identità sospesa e divisa caratterizza I’esperienza deIl’uomo /poeta/artista caraibico, che – inizialmente disorientaro dalla frammencarietà della sua condizione – successivamente, intuisce la forza dello spazio interstiziale nel quale si trova e dove – ci ricorda Homi Bhabha (The Location of Culture, 1984) – le identità si costruiscono attraverso la negoziazione delle differenze, forti di un pluralismo linguistico, etnico e culturale, al quale devono la loro perenne rigenerazione.

Privo del senso di beatitudine e incanto tipico dello spazio paradisiaco, quello raccontato da Robinson è piuttosto lo spazio infernale, spaventoso e terrificante della periferia londinese, dove povertà, squallore e sofferenza sono lo sfondo della vita quoridiana di chi – immigrato o figlio di immigrati caraibici o provenienti da altre aree del mondo – lotta per la sopravvivenza, cercando di resistere e non soccombere alle ingiustizie, all’ emarginazione. In questo scenario di dilagante sofferenza – dove l’individuo è sopraffatto dal senso di impotenza, che sembra condannarlo alla dannazione e all’alienazione perpetue – il poeta implora il paradiso, e con le sue invocazioni – così intense da sembrare preghiere – ne ottiene conforto, perché «è compito del Paradiso consolare coloro che sono stati lasciati indietro» (II Compito del Paradiso), gli ultimi, i dannati della terra.

 
 
 
UN PARADISO PORTATILE

E se parlo del Paradiso,

allora parlo di mia nonna

che mi diceva di portarlo sempre

indosso, nascosto, così

nessuno l’avrebbe saputo tranne me.

Così non ve lo possono rubare, mi diceva.

E se la vita ti mette sotto pressione,

segui i suoi crinali nella tasca,

annusa il suo odore di pino sul fazzoletto

canticchiane l’inno sottovoce.

E e le tue tensioni sono continue e quotidiane,

infilati in una stanza vuota – hotel, osteIlo

o tugurio che sia – trova una lampada

e svuota su un tavolo il tuo paradiso:

le sabbie bianche, le verdi colline, il pesce fresco.

Puntagli sopra la lampada come la fresca speranza

del mattino, e continua a guardarlo finché non ti addormenti.

***

HAIBUN PER GLI SPETTATORI

Le persone da sotto guardano l’edificio in fiamme,

i loro volti illuminati dal bagliore della cenere che plana dolce verso il basso.

Pezzi di edificio in fiamme cadono come faville giganti dalla torcia di un saldatore,

poi incandescente dal quarto piano si fa strada un serpente di fuoco

dritto verso l’alto. Tra le luci dei cellulari,

le ombre sventolano bandiere improvvisate, finché non le sventolano più

e il loro profilo si dissolve nella luce del fuoco che ruggisce.
 

Lo spettacolo è ora più simile al dipinto di un edificio in fiamme che a un incendio vero e proprio: una notte di velluto nero che increspa fiamme acriliche giallo-arancio e rosso ponce.

 

Gli spettatori immaginano i loro divani in fiamme, la loro carta da parati arancio a fiori che lenta ribolle e scoppiacome vesciche prima di cedere in un calore annerito e carbonizzato. Poi il tuffo ad angelo di alcuni corpi. Alcuni singhiozzano per i propri cari, alcuni singhiozzano per gli altri, altri semplicemente singhiozzano. La fuliggine nell’aria brucia nei nasi degli astanti. Il fumo fa rantolare qualcuno nei bronchi ramificati dei loro polmoni, da quando erano nell’edificio, allora non completamente in fiamme, ma da corridoi di fumo, quando puntavano alla cieca verso la tromba delle scale, sperando di non camminare nel fuoco.

 
Il cielo è più scuro ora come sfondo alla fiamma,

il fumo che sale come un’offerta di salvia che arde.

L’edificio è diventato una tomba nera di carbone,

e il cielo ci guarda dall’alto dicendo che ciò che è perso è perso,

raccogliete ciò che resta e costruite nuove vite.
 

Per quanto riguarda i curiosi, il cui numero è aumentato, questo è ciò che ricorderanno: la cenere fluttuante e i detriti in fiamme, i corpi in volo e i corpi nell’ombra, il fumo che se ne va discreto nel cielo notturno, le nuvole a notte e il serpente, il serpente gigante del fuoco che arde.

Il calore alle mie spalle,
 

getto il mio bambino fuori dalla finestra.

Prendilo ignore!

***

Il COMPITO DEL PARADISO
 

È compito del Paradiso

consolare coloro che sono stati lasciati indietro,

a pensare che tutti quelli amati e perduti

vivranno lì come piccole divinità.

È compito delle preghiere sussurrate

aiutarti a calmare le ferite e le paure.

È il lavoro del lungo carro funebre nero

mostrare che ci dirigiamo alla morte dalla nascita.

È il lavoro di una tomba pulita e ordinata

ricordarci come vivere i nostri giorni.

Se solo potessi vivere i miei giorni fino a che la morte basti

e far sentire la Terra come un Paradiso.

***

SVEGLIATO

Mi risvegliai in catene nella pancia della nave negriera. L’immergersi della prua e il gemito del fasciame mi avevano fatto addormentare. Quando mi svegliai di nuovo mi stavano frustando per farmi alzare. Svenni e quando mi svegliai ero su un banco d’asta mentre uomini con le dita cineree mi controllavano i denti. Con un collare di ferro che mi affondava nella pelle camminai fino a crollare e quando mi svegliai il collare era diventato un cappio che strinsero fino a soffocarmi. Vidi che mi guardavano, c’erano anche bambini bianchi che mi indicavano, poi tutto divenne nero. Mi svegliai sbattuto a terra dagli idranti della polizia mentre i cani mi azzannavano gli stinchi. Un cane mi affondò i denti nel polpaccio e un poliziotto mi picchiò col manganello finché svenni. Mi sono svegliato al 16° piano di un casermone altissimo affacciato su una terra che chiaramente non è la mia.

***

OLIVA NERA

A un party letterario mi presentano una donna bianca. Mi hanno presentato come uno scrittore e lei si è presentata come la direttrice di una casa editrice. Lei prende un’oliva nera e dice le olive nere sono meglio delle altre, vero? Adoro farmi qualche oliva nera e se la spara in bocca. Improvvisamente mi ritrovo nella sua bocca a rimbalzare sul soffice trampolino della sua lingua. Sono stato miniaturizzato alle dimensioni di un’ oliva che galleggia su un’ onda di saliva e sfiorando la punta dei suoi denti mi ficco nella sua guancia. Prima ancora di potermi orientare da dietro un molare scheggiato una voce dice Ciao. È scuro come me e dice Non dirmi che sei uno scrittore, un romanziere. No, un poeta, rispondo. La linea dell’oliva nera? Annuisco lentamente. Un ondata di saliva ci fa quasi perdere l’equilibrio e un altro tipo, ancora più scuro di noi, arriva scivolando sul sedere. Si alza in piedi. Tutti in coro diciamo Ciao.

***

NON C’È NIENTE COSÌ: FATTI SU OMAR

Dedicata a Omar

Basquiat piazzò il quadro di una corona sulla sua testa. Era membro di una soul band vecchia di cinquecento anni, chiamata Genealy. I cerchi alle orecchie sono spiriti predatori di melodia. Quando era giovane beveva solo latte di cocco. Suo padre registrò le canzoni che aveva composto all’asilo. Non aveva mai preso lezioni di musica, fuorché nei suoi sogni. Gli accordi li vedeva come colori: così da ragazzo poteva musicare un giorno estivo. Per vent’anni ha cercato gli accordi di una canzone. In sogno, a lezione di musica, ha imparato a cantare nella tonalità dei Serafini. Suona tutti gli strumenti nei suoi album e qualcuno altrove. Fa le armonie su sé stesso. Ama le cose semplici. Tu hai i soldi, lui ha la musica. I suoi tatuaggi sono fatti con la punta di un grammofono. È nato coi denti tutti d’oro: uno a uno li ha cambiati, lentamente, con altri di smalto.

 
 

Un paradiso portatile, Biblion Edizioni, 2022, Milano

traduzioni di Leonardo Guzzo, Giorgia Meriggi, Antiniska Pozzi, Marco Sonzogni, Mariadonata Villa

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2 commenti su “Un paradiso portatile, di Roger Robinson

  1. vengodalmare
    01/11/2022

    Favoloso, che incredibili immagini nelle sue poesie e prose! Il paradiso dentro di sé e l’oliva nella bocca della redattrice non le dimenticherò di certo, e creerò anche per me un paradiso da poggiare sul tavolo quando le cose volgono al nero. Grazie per la bella scoperta.

    Piace a 1 persona

    • ninoiacovella
      02/11/2022

      Poesia di altissimo livello. Le immagini sono potentissime. Una specie di scuola per chi sbuffa sull’orizzontalità meramente intellettuale del verso (il verso-pensiero), sulla sonorità, sulla metrica senza capire che la capacità di creare immagini potenti con le parole è dono soltanto dei poeti.
      Grazie Seacoming.
      Nino

      Piace a 1 persona

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