perìgeion

un atto di poesia

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«Finisce quest’anno e mi manca Christian Tito. Voglio ricordarlo con le parole che lo avrebbero interessato perché rivolte al senso dell’esser poeti. Perché Christian non era un letterato, era uno che faceva sul serio, la forma cercata doveva rendere incarnato il tema. Lettere dal mondo offeso del 2014 (romanzo epistolare “involontario” scritto a 4 mani da Di Ruscio e da Tito) è forse la più significativa introduzione all’autore Luigi Di Ruscio (1930-2011). Ora possiamo leggerlo anche come introduzione al più giovane Christian Tito che dai 34 ai 36 anni dà vita a questo epistolario (2009-2011). Di Ruscio ha 45 anni di più, una distanza che per Christian oscilla tra la figura paterna e quella del nonno.
Christian con estrema lucidità intellettuale pone a Di Ruscio in mille modi diversi la stessa domanda.
Non è una domanda sullo stile. Non è sulla poetica. Non è sulla storia della letteratura, poniamo sul realismo. E’ una domanda che si pone a monte dell’attività artistica. E’ una domanda che riguarda l’uomo che prova a realizzare la sua umanità a dispetto del mondo (questo mondo disumano del mercato) e insieme agli altri.
Non è una domanda da letterato: è di uno che fa sul serio.
Luigi Di Ruscio oggi non è molto più noto di quanto lo fosse nel 2009. Il giovane Tito si rivolge a lui non perché è un poeta noto perché Di Ruscio non lo era e, in un certo senso, non lo è. La domanda non riguarda la promozione , la possibilità di pubblicare, la domanda riguarda l’esperienza della poesia e, insieme, dell’essere poeti. Cosa vuol dire essere poeti quando non si tratta di vacua vanità, velleitarismo, intellettualismo o ingenuità giovanile? Intanto è possibile esserlo? Agli occhi di Christian, e anche ai miei, non ci sono in giro, sulla rete, molti esempi.
La domanda si può formulare così: l’Arte (ciò che Christian ha frequentato: la musica, il video, il teatro, la poesia) è una strada concreta per realizzare la propria umanità, per dar conto di questo lavoro di umanizzazione di cui si sostanzia la vita?
Chi, quanti, fanno oggi queste domande?
E soprattutto quanti provano a vivere con coerenza le risposte, se le hanno date?
Dice, citando Celan, che di uomini ne ha incontrati pochi. E quindi anche di poeti ne ha incontrati pochi. Il poeta dovrebbe essere un “uomo integrale” (espressione non di un romantico ma del massmediologo McLuhan alle prese con la frammentazione delle esperienze) in cui l’umanità si chiarisce nella sua sostanziale ambiguità ed ambivalenza e si afferma nella sua trasparenza, pur restando indecifrabile, al di là dell’ombra.
Senza questo nella poesia restano formalismo, manierismo, decorazione vacua, atletismo versale.
Se d’altra parte il talento e lo studio dell’arte non soccorrono c’è solo biografismo, banalità del trito e ritrito. La difficoltà che Christian affrontava, crescendo come poeta, era trovare le parole “esatte”, come diceva Pound.
E di libro in libro stava conquistando la piena maturità della sua voce.
Parole ordinarie e secche, non enfatiche, terse come la sua chiara intelligenza così evidente nelle mail e nelle sue poesie più riuscite. Occorreva in ogni singolo testo, in ogni singolo verso trovare la sobrietà, la precisione, il rigore, il controllo del tono, l’incisività della chiusa, la promessa dell’incipit.
Da Di Ruscio imparava e ritrovava il fuoco concreto della rivolta, la visione dal basso, la cosmicità del realismo, da Tomada apprendeva la pulizia del dettato, la parola disadorna ma esatta, la forza del dettaglio, la quotidianità della rivelazione. Un pensiero affettuoso per lui e per ciò che ci ha lasciato».

(Biagio Cepollaro dalla sua bacheca fb, San Silvestro 2018)

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