perìgeion

un atto di poesia

Tagli scelti di poesia, Ghiannis Ritsos

 
ghia

rubrica a cura di ‘Z

 

da Erotica
 
Anche le parole

vene sono

dentro di esse

sangue scorre

quando le parole si uniscono

la pelle della carta

s’accende di rosso

come

nell’ora dell’amore

la pelle dell’uomo

e della donna.
 

***
 
Gli occhi chiusi

tutta nuda

sul tappeto rosso

attende

che lui si tolga le scarpe

le calze

che le impasti i seni

forte forte

coi suoi larghi piedi.
 

***
 
La poesia

ah la poesia – diceva –

un coito infinito

segni d’interpunzione niente

nessun punto e a capo

profumo della terra

letame e fiore di limone

e sperma

la zappa e il badile

sopra il marmo

doppio lavoro

altro non dire

l’amore uno.
 

***
 

Con correlazioni, con similitudini

ti ricreo frammentariamente. Non mi completo.
 
***
 
Due mesi senza incontrarci.

Un secolo

e nove secondi.
 
***
 
Sei tornata ridendo dal mercato, carica

di pane, frutta e un’infinità di fieri. Sui tuoi capelli, vedo,

ha passato le dita il vento. Non lo amo il vento;

te lo ripeto. E poi, che te ne fai di tanti fiori? Quali fra tutti,

tra l’altro, ti regalò il fiorista? E magari nello specchio

del suo negozio è rimasta la tua immagine illuminata di lato

con una macchia blu sul mento. Non li amo i fiori, Sul tuo seno

un fiore grande quanto un giorno intero. Siedi dunque di fronte a me;

voglio guardare tutto solo come pieghi il ginocchio, e stai lì a fumare

finché cada la notte misteriosa e s’alzi magnetica sul nostro letto

una luna popolare da sabato sera, col violino, il salterio con un clarinetto.
 
***
 
Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo

mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai.

Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata

a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi su letto,

gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le

mani

sui ginocchi, mettendo in mostra provocante

i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così- dicevi; ricordarmi cosi coi

piedi sporchi; coi capelli

che mi coprono gli occhi – perché ti vedo più profonda mente così. Dunque,

come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato cosi

sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun paradiso.
 
***
 
Non voglio che tu salga scale di marmo d’ospedali. Non voglio

che aspetti davanti alla porta socchiusa d’una sala operatoria;

– carni straziate, sangue – non quello dei tuoi 27 giorni;

ma anche quello mi allontana, mi ostacola, mi attira. Il sangue

è per scorrere non visto nelle vene; per udirlo di notte cuore a cuore, come una

musica dal piano di sotto, dove

un’altra coppia

prepara con la musica un amore più profondo. Non voglio tu vada a zonzo

per questi corridoi che sanno

di idroformio, di canfora e di morte. Non voglio che tu faccia

l’infermiera a nessuno, neanche a me. Non voglio che tu curi

gli storpi, le statue mutilate e una tortora

colpita all’ala destra dai pallini. Non voglio che il tuo sorriso

cada sulla nudità degli uccisi, anche se sono miei compagni.

A te si addice

l’immobilità nella giovinezza, o con pochi gesti

governare le onde davanti alletto, o tutt’al più pettinarmi i capelli bagnati nei

tuoi bei modi allegri, o ancora

portare al mattino il gran vassoio col tè, come portassi un’arpa, senza

intenzione di suonare, giacché l’arpa

suona da sola appena alzo gli occhi su te. Perché, sai,

su quest’ardente pietra dell’anello che mi hai donato splende

nel corpo umano, sollevando con sé

creature mortali e cose – anatre selvatiche, bufali, finestre,

i tuoi sandali estivi, un tuo braccialetto, un riccio di m re, due colombi,

nel recinto aperto di un’inspiegabile, non richiesta immortalità.
 
***
 
Tutti i corpi che ho toccato, che ho visto, che ho preso,

che ho sognato, tutti

addensati nel tuo corpo. O, tu carnale Diotima

nel gran simposio dei greci. Se ne sono andati i flautisti,

se ne sono andati filosofi e poeti. I begli efebi dormono già

lontano, nei dormitori della luna. Tu sei sola

nella mia preghiera innalzata. Un sandalo bianco

dai lunghi lacci bianchi è legato alla gamba della sedia.

Sei l’oblio assoluto;

sei il ricordo assoluto. Sei la non incrinata fragilità. Fa giorno.

Fichidindia carnosi scagliati dalle rocce. Un sole rosa

immobile sul mare di Monemvasià. La nostra duplice ombra

si dissolve alla luce sul pavimento di marmo pieno di sigarette calpestate,

coi mazzetti di gelsomini infilati negli aghi di pino. O, carnale Diotima,

tu che mi hai partorito e che ho partorito, è ora

che partoriamo azioni e poesie, che usciamo nel mondo.

Davvero, non scordare

quando vai al mercato di comprar mele in abbondanza, non quelle d’oro delle

Esperidi, ma quelle grosse e rosse che guando affondi

nella polpa croccante i tuoi splendidi denti resta impresso, come l’eternità sui

libri, pieno di vita il tuo sorriso.
 
***
 
Voglio descrivere il tuo corpo. Il tuo corpo è infinito. Il tuo corpo

è un tenue petalo di rosa in un bicchiere d’acqua chiara.

Il tuo corpo

un bosco selvaggio con quaranta spaccalegna neri. Il tuo corpo

profonde umide valli prima che sorga il sole. Il tuo corpo due notti con campanili, stelle filanti e treni deragliati. Il tuo corpo hi .

un bar fioco con marinai ubriachi e mercanti di tabacchi: schiocchi di dita,

bicchieri rotti, bestemmie, sputi. Il tuo corpo

una flotta intera – sommergibili, corazzate, cannoniere;

frastuono

d’ancore che salpano; l’acqua scorre sul ponte; un mozzo

si tuffa in mare dall’albero. Il tuo corpo

silenzio di molte voci lacerato da cinque coltelli, tre baio­nette e una spada. Il tuo corpo

un lago trasparente, – sul fondo si vede la bianca città sommersa. Il tuo corpo

un’enorme, indomita piovra dentro la boccia della luna, coi tentacoli rossi di sangue

sui viali illuminati dove nel pomeriggio

passò lento il corteo funebre dell’ultimo imperatore. Molti fiori calpestati

restano sull’asfalto bagnati di benzina. Il tuo corpo

un antico bordello in via del Borgo, le puttane vecchie e truccate

con grassi rossetti da due soldi; portano lunghe ciglia finte;

ce n’è anche una giovane alle prime armi, – prova piacere coi clienti,

lascia i soldi sul comodino, si scorda di contarli. Il tuo corpo

è una ragazzina rosa; se ne sta sotto il melo e mangia

una fetta di pane fresco e un pomodoro rosso salato; ogni tanto

s’infila un fiore di melo tra i seni. Il tuo corpo

una cicala nell’orecchio del vendemmiatore, – getta un’ombra viola sul suo collo bruno

e canta da sola quante non ne può dire tutta l’uva insieme. Il tuo corpo

una grande aia panoramica in cima alla collina –

undici cavalli bianchì vi trebbiano il grano della Scrittura; le paglie d’oro

ti appuntano piccoli specchi tra i capelli, e splendono i tre fiumi

dove chinano il capo grandi vacche nere con stemmi adamantini

a bere l’acqua e piangere. Il tuo corpo è infinito. Indescrivibile il tuo corpo.

E lo voglio descrivere, stringerlo più forte il tuo corpo, contenerlo,

e che mi

tenga.

da Erotica, Crocetti Editore, 2002, Milano

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4 commenti su “Tagli scelti di poesia, Ghiannis Ritsos

  1. Fabrizio Bregoli
    05/12/2018

    Sempre bello leggere Ritsos

    Piace a 2 people

  2. Evangelia Polymou
    05/12/2018

    L’ha ribloggato su evangelia polymou.

    Mi piace

  3. Purissimo eros in poesia. Grazie, Nino Iacovella, di aver riproposto testi di Ritsos che pure già conoscevo, ma che risuonano ogni volta di note nuove.

    Piace a 2 people

  4. Annasilvia Scumace
    05/12/2018

    Il tuo corpo

    un antico bordello in via del Borgo, le puttane vecchie e truccate

    con grassi rossetti da due soldi; portano lunghe ciglia finte;

    ce n’è anche una giovane alle prime armi, – prova piacere coi clienti,

    lascia i soldi sul comodino, si scorda di contarli. Il tuo corpo

    è una ragazzina rosa…. Proprio poesia di strada, tornando sul discorso….è questa!

    Annasilvia

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 05/12/2018 da in Senza categoria.
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