perìgeion

un atto di poesia

Damiano Sinfonico, Storie: una lunghezza incolmabile.

di Alessandro Mantovani

storie

Damiano Sinfonico, Storie, L’Arcolaio, Forlì 2015.

 

La prima osservazione che un occhio poco allenato potrebbe muovere al libro di Damiano Sinfonico è quella di ricalcare qualche stanco modello neocrepuscolare, di inserirsi in quella scia da poesia di occasione riscontrabile nel tracciato milanese o nelle esperienze particolari di un Raboni o un Giudici. Eppure qualcos’altro chiama l’attenzione. In primo luogo una freschezza e un’apertura che rende queste Storie tutt’altro che crepuscolari, bensì luminose e accese, inoltre si riscontra una continuità che le rende più che quadri giustapposti, frammenti di un continuum verbale, parti dello stesso tessuto dialogico intrattenuto col lettore; infine ciò che discosta la poesia di Sinfonico da vecchi manierismi è la profonda diversità di contenuto. I suoi, infatti, non sono quadretti o occasioni banali, intenti a raccontare un quotidiano “medio” senza innalzamenti, ma tendono a ben altro aspetto. Brevi come illuminazioni, come lampi ricolmi di non-detto, le poesie di questo libro istituiscono una dialettica contrastiva tra le connotazioni di una dimensione quotidiana e il piano cartesiano assoluto di Storia e Tempo.

Dunque è qui la virtù dei testi: l’espediente della quotidianità non si riduce a mera narrazione delle res, ma serve a mostrare una dimensionalità a misura d’uomo che si scontra contro la distanza degli assoluti percepiti e vissuti, ma non afferrati e, sicuramente, difficilmente compresi, ecco perché «[…] Abbiamo ripetuto i gesti quotidiani. / Ci siamo raccontati cose senza importanza. / Abbiamo finto che tutto sarebbe rimasto uguale. […]». Il ritmo dei grandi flussi, pare dire Sinfonico, si struttura in un’infinità di microscopici cicli perennemente uguali di cui fanno parte la routine delle giornate, i gesti semplici di un saluto o di una telefonata. Sono però proprio questi piccoli movimenti sempre identici che in verità portano in sé stessi una diversità che si forma impercettibilmente, attimo dopo attimo, da cui si generano la Storia e i suoi cambiamenti.
Ma se in apparenza tutto è uguale, ciò è imputabile alla condizione dell’uomo, a questa sua eterna finitezza che lo condiziona, non solo nella necessità di formare idee e assoluti, ma anche nella cognizione del reale: non si può avere una reale percezione della lunghezza del tempo, dei movimenti generali che regolano il corso delle cose; si è solo spettatori specifici di quanto si è in grado di conoscere nell’arco circoscritto del proprio spazio e del tempo concesso.
Il moto immane dell’universo è concepibile dunque solo a pezzi, attraverso il lampo illuminatorio che, però, per essere individuato dal poeta e dall’uomo in generale ha bisogno di tradursi in linguaggio comprensibile, di adagiarsi e prendere forme accessibili, dunque di farsi “cose”: «Ci tocca questa trafila di vetrine, di manichini spogliati. / Hanno strisce di plastica al posto degli occhi. / […] Il loro busto non conosce grasso e vecchiaia. […]».
E questo è proprio ciò che accade: il tentativo del poeta di mettere a fuoco gli specchi di assoluto che giacciono dietro i manufatti, le occasioni, i gesti, si traduce in una forma solida costituita dal verso-frase, tecnica che ricorda, come dice bene Massimo Gezzi nella prefazione, Fortini, se non ancor di più Bertold Brecht. Se la sentenziosità che ne deriva è però sfruttata dagli autori sopracitati per l’istituzione di un meccanismo oracolare che renda le loro poesie latrici di una voce quasi da vaticinio, tutta intenta ad enunciare la fede di un ideale più politico che antropologico, qui la penna di Sinfonico, arrivata al punto che chiude ogni verso – fa eccezione la seconda sezione (aperte) in cui mancano sia i punti che le maiuscole –, opera una pausa di osservazione, di concentrazione su quanto appena detto, non per imporlo verso un esterno in maniera oracolare, ché l’argomento nemmeno lo consentirebbe, ma per sintetizzarla all’interno della propria coscienza, per meditarvi. La riflessione sulle cose dunque trascende il dipinto di una poesia realista e, incentrandosi non solo sull’atomizzazione di loro stesse, ma anche su quella delle parole, la poesia di Storie crea un libro pieno di distanze le quali affidano all’occhio del poeta il compito di istituire dei legami, di tracciare delle rette tra i punti per formarne il disegno complessivo. Penso che valga la pena porre l’accento su queste distanze: Storie è un libro tutto fatto di lunghezze inarrivabili, rese manifeste in apertura alle quattro sezioni e concretizzate ora in una distanza fisica, coperta da una telefonata, ora in una lunghezza onirica percorribile solo attraverso il sogno. La distanza è scollamento e diversità tra il soggetto e il mondo da coprire in un moto volto a comprendere il reale e come la grande Storia sia generata da una successione di infiniti attimi particolari dei quali siamo tutti attori/fautori inconsapevoli, intrappolati dalla nostra visione limitata: «Fuggivano da Aquileia. / La laguna era a portata di mano. / Avrebbe scoraggiato qualunque invasore. / Fuggivano da Aquileia. / Fondavano le prime case riflesse nell’azzurro. / Avrebbero aggiunto merli e piazze. / Quei coloni incolti. / Quale bellezza stavano scoccando.»
Tutto ciò fornisce un’irrequietezza e una tensione al dettato poetico che, nonostante l’effetto un po’ contratto di alcuni versi che scorrerebbero meglio sciolti dai punti opprimenti, fa di Storie un libro di attenzione e riflessione sulla nostra condizione di mediocre finitezza, tradotta però non in un lamento disperato, ma raccontata attraverso una visione luminosa di aderenza alla propria natura in un moto di epica quotidiana a cui, dice la poesia, siamo chiamati a prendere parte.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/01/2017 da in poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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