perìgeion

un atto di poesia

Poesia e pandemia

di Maria Maddalena Cusati

Domenica 23 febbraio 2020: una data memorabile per molti Lombardi.
Già qualche giorno prima era giunta notizia di qualche caso di Coronavirus (termine allora assai più diffuso dell’ormai consueto termine Covid) nella regione. Se ne era parlato en passant anche a scuola, con qualche collega. Niente di più.
Quella domenica però se ne parlava tanto. Io ero in auto e dalla radio accesa giungevano pareri, dubbi, collegamenti con il pubblico e con gli “esperti”: si ventilava la possibilità di chiudere le scuole. Passò qualche ora e la decisione fu presa: chiudere le scuole per una settimana!
Inizialmente non sembrò una cosa particolarmente preoccupante: la nostra scuola aveva già previsto una vacanza di tre giorni dovuta al Carnevale ambrosiano, in fondo si aggiungevano solo altri tre giorni.
E così, in sordina, iniziò quello che poi si sarebbe rivelato come un incubo, come un non-ritorno fino alla fine dell’anno scolastico.
Giunti al termine della prima settimana, ne fu aggiunta una seconda. Tutti noi eravamo però convinti che poi sarebbe finita, che saremmo tornati alla normalità: in fondo quelle due settimane erano solo la garanzia che gli eventuali positivi emergessero.
Finì anche la seconda settimana (si era ormai ai primi di marzo) e questa volta fu deciso un lockdown (non solo la scuola ma tante altre attività) fino al 3 aprile.
A questo punto fu chiaro a tutti che non si trattava di una vacanza e anche i ragazzi più svogliati cominciarono a sentire nostalgia della scuola. E invece delle lezioni scolastiche c’era quel silenzio spettrale che veniva interrotto solo dai frequenti suoni delle autoambulanze. E poi le immagini del telegiornale, quelle immagini che sembravano un pugno nello stomaco.
E in questo clima noi, docenti e studenti, ci industriavamo a fare lezione. Era proprio un “industriarsi”: non conoscevamo ancora i modi per fare una video-conferenza, eravamo un po’ impacciati, ma facevamo del nostro meglio.
Io, come gli altri miei colleghi di corso, avevamo una chat su whatsapp e comunicavamo molto con gli studenti soprattutto con quelli di quarta e di quinta. Il 20 marzo avevo scritto un messaggio che dava indicazioni su ciò che avremmo fatto il giorno successivo.
Ed ecco che interviene una studentessa chiedendo: “Ma domani non è il giorno della poesia?”.
Lo ricordava bene la ragazza perché l’anno precedente lo avevamo celebrato mentre eravamo in gita di classe: quel giorno ci eravamo recati da Parigi a Versailles e sul pullman avevamo letto una poesia o un passo in prosa significativo per onorare l’evento. Sembrava passato un secolo da quel giorno.
Ci siamo così accordati (quanti brevi messaggi per decidere il momento comune!) per le 18 del 21 marzo ed abbiamo invitato anche gli altri docenti. L’accordo era che avremmo letto una o più poesie a noi care inviandole mediante whatsapp.
Sto riguardando il telefono con quella nostalgia che coglie ciascuno di noi guardando il passato: di solito capita con un passato lontano, ma in questo 2020 il senso del tempo è così strano… quanti anni sembrano passati da quel marzo 2020. La sera del 20 marzo c’era chi era entusiasta, ma c’era anche chi si schermiva, dicendo di non avere nulla da dire.
Poi invece parteciparono tutti.
Il ghiaccio fu rotto dal collega di latino e greco, che lesse due poesie di Edgar Lee Master. Non certo un inizio allegro. Poi ci fu qualcuno che inviò dei PDF. I più timidi evitavano così di dover leggere pubblicamente un testo. Ma che testi! La nausea di Sartre, la descrizione di una tempesta tratta dai Miserabili. I ragazzi avevano scelto dei brani che riflettevano il dramma che avevano dentro.

Quando si vive non accade nulla.
Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto.
Non vi è mai un inizio. I giorni si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, un’addizione interminabile e monotona.
(J.P. Sartre, La nausea)

Ci sono uccelli nelle nubi, come angeli sopra le sciagure umane; ma che posson fare per lui? Volano, cantano e guizzan via, mentr’egli rantola. Si sente seppellito contemporaneamente da quei due infiniti che sono l’oceano e il cielo; l’uno è la tomba, l’altro il lenzuolo. E la notte scende. Egli nuota da molte ore e le sue forze sono allo stremo; quella nave, quella cosa lontana in cui vi erano degli uomini, è dileguata. È solo nel formidabile abisso crepuscolare, sprofonda, s’irrigidisce, si contorce, sentendo sotto di sé le colossali onde dell’invisibile: e chiama. Ma non ci son più uomini. E dov’è Dio? Chiama. Qualcuno, qualcuno! Chiama sempre: nulla allo orizzonte, nulla nel cielo. Implora lo spazio, l’onda, l’alga e lo scoglio: sono sordi. Supplica la tempesta; ma essa ubbidisce solo all’infinito. Intorno a lui sono soltanto oscurità, nebbia, solitudine, tumulto burrascoso e incosciente, l’indefinita ondulazione delle acque selvagge; in lui, orrore e stanchezza; sotto di lui, abisso.
(V. Hugo, I miserabili)

Il dramma emerge prepotente dai brani scelti. Qualcuno di noi cerca di esorcizzarlo: io leggendo Pascoli, una studentessa leggendo una bellissima descrizione di Alcmane o il più famoso sonetto di Dante (Tanto gentile e tanto onesta pare). Ma il dramma rimane, anche se visto con ironia in una poesia di Trilussa che inneggia alla libertà, anche se nuovamente esorcizzato con i carmi appassionati di Catullo.
Improvvisamente arriva la foto di una tomba: è la tomba di John Keats a Roma su cui campeggia il suo epitaffio: Questa tomba contiene i resti mortali di un giovane poeta inglese che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua.
Ancora la morte. Sembra il tema più presente in questa celebrazione della poesia.
Scorro i messaggi di quel giorno. È incredibile come ad un messaggio così lugubre segua quasi sempre un messaggio più gioioso, o comunque più neutro: descrizioni paesaggistiche, considerazioni sulla poesia, poesie d’amore… Poi, ogni tanto, quel fantasma ritorna:

Oh, come tutto è lontano
e da gran tempo trascorso.
La stella, credo,
da cui ricevo splendore,
è morta da millenni.
Nella barca ch’è passata
credo d’aver udito
accenti di paura.
In casa una pendola
ha battuto le ore…
In quale casa?
Vorrei uscire dal mio cuore
e andarmene sotto il grande cielo.
Vorrei pregare.
(R.M. Rilke, Lamento)

Torna ancora, in una poesia in cui i protagonisti sono proprio i morti:

Sono andati via tutti –
Blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più –

Ma oggi
Su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
Quelle toppe solari… Segnali
Di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
In giorno va sprecato, ma quelle
Toppe di inesistenza, calce o cenere
Pronte a farsi movimento e luce.
Non
Dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
Parleranno.

(V. Sereni, La spiaggia)

Un testo che parla dell’Aldilà (la spiaggia), che parla dei morti, ma che si abbarbica alla vita (la forza del mare) ed alla fede che i morti parleranno.
Che strano! Lo stesso ragazzo che ha mandato questo testo così intenso ha inviato insieme anche il celebre carme in cui Catullo definisce cacata charta gli Annali di Volusio. Tra l’altro è uno studente non uso al turpiloquio…  Ma no che non è strano! È ciò che avviene continuamente in questa giornata della poesia, in cui sempre si alternano testi drammatici e testi ironici, che cerchino di smorzare il dramma che vibra intorno a noi.
E il dramma continua a vibrare persino nelle canzoni che i ragazzi propongono. Quanta disperazione nei versi di Lou Reed:

Noi siamo il popolo senza terra.
Siamo le persone senza tradizione .
Siamo le persone che non sanno morire pacificamente e a proprio agio.
Siamo i pensieri di dolori
le conclusioni di domani.
Noi siamo i fili dei governanti
e i burloni dei re.
Noi siamo il popolo senza ragione.
Noi siamo le persone che hanno conosciuto solo bugie e disperazione.
Siamo il popolo senza un paese, una voce o uno specchio.
(L. Reed, Noi siamo le persone)

Due ore in cui i testi o le voci recitanti si susseguono ed alla fine ci sentiamo tutti più vicini, tutti più uniti. E così interviene la collega di scienze motorie che ci racconta la propria nostalgia del marito lontano che non può tornare a causa del lockdown e ci spedisce la foto di un libro che lui le ha donato: J. Prevert, Poesie d’amore e libertà.
E così è accaduto: la poesia ci ha reso uniti di fronte di fronte al dramma che viviamo.

Per certi versi ancora più bella è stata l’esperienza con la quarta.
Conoscevo poco questa classe, poiché l’avevo presa da pochi mesi. Non solo per questo, però: era una classe un po’ chiusa, un po’ intimorita, molto discreta… Non c’erano insomma dei rapporti consolidati, una storia o precedenti giornate della poesia. Quasi con timore pertanto proposi anche a questi ragazzi di celebrare il 21 marzo. Lo proposi il giorno stesso, mentre auguravo una “buona giornata della poesia”. Anche qui inizialmente i ragazzi facevano “orecchio da mercante”. Poi qualcuno timidamente iniziò a mandare qualche poesia di Montale.
Ed ecco comparire di nuovo quel tema… con un diverso barlume di speranza, però…
Iniziò il collega di latino e greco (un collega diverso rispetto a quello della quinta) con un testo di Callimaco:

Qualcuno mi disse, Eraclito, della tua morte,
e ho pianto: ho ricordato quante volte noi due
chiacchierando tramontammo il sole.
E tu ora in qualche luogo, amico d’Alicarnasso, sei cenere antica.
Vivono però i tuoi “Usignoli”, sui quali perfino
Ade rapace non getterà la sua mano.

 Il collega spiegò anche che gli Usignoli era l’opera dell’amico e sentenziò: “La poesia vince la morte”.
Forse fu questa la scintilla che spinse i ragazzi a riflettere sull’arte, a parlare di arte…
Una ragazza ricordò che era il compleanno di Alda Merini, il musicofilo della classe ricordò il compleanno di Bach (che in realtà non è il 21 bensì il 31 marzo)…
A questo punto non venivano più “postate” solo poesie, furono inseriti anche dei brani musicali tratti da Youtube. Ed una ragazza incitò il musicofilo a suonare lui stesso un pezzo…
Fu allora che scoprii che quel ragazzo che tanto amava la musica e che frequentava il Conservatorio non aveva mai suonato per i suoi compagni… una classe un po’ chiusa, come ho già detto…
Intanto tutti continuavano a “postare” poesie. Qualcuna era allegra, perché – come scrisse un ragazzo – era bene “non peggiorare la tristezza della quarantena”, molte però erano tristi, “adatte al periodo” come dicevano i ragazzi.

I singhiozzi lunghi
dei violini
d’autunno
mi feriscono il cuore
con languore
monotono.

Ansimante
e smorto, quando
l’ora rintocca,
io mi ricordo
dei giorni antichi
e piango;

e me ne vado
nel vento ostile
che mi trascina
di qua e di là
come la foglia
morta.

«“Mi ricordo dei giorni antichi e piango” è piuttosto attuale» sottolineò la ragazza che aveva scelto Canzone d’autunno di Verlaine. Le fece eco un suo compagno, citando Ungaretti:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

Sembra incredibile, ma i messaggi – iniziati intorno alle 10 – si succedono uno dopo l’altro fino alle 19:30. C’è di tutto: non solo poesie ma anche canzoni, molti brani di musica sinfonica. Una bella giornata, che ci aveva unito di più, che ci aveva fatto conoscere meglio. Mancava ancora qualcosa però…
Scorro sul cellulare e vedo i messaggi di qualche giorno dopo, il Dantedì, ovvero il 25 marzo. Anche in quella data sollecito i ragazzi e questa volta i testi non si fanno attendere: ormai la timidezza è stata sconfitta. Come spesso accade, i ragazzi rievocano in particolare l’inferno, le grandi figure di Ulisse o del conte Ugolino…
Poi però qualcosa cambia: si fa strada la necessità di un conforto all’angoscia che ci circonda… ed ecco allora il tema dell’amicizia:

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Rispuosemi: “Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?”.

“Casella mio, per tornar altra volta
là dov’io son, fo io questo vïaggio”…

Ma in questi versi del Purgatorio non c’è solo il tema dell’amicizia, perché il brano di Dante prosegue citando quello che già il 21 marzo era stato il leitmotiv dei nostri messaggi: la potenza della musica.

E io: “Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!”.

’Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente
ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.

Forse lo stimolo viene da qui, forse semplicemente questi due giorni di arte e poesia ci hanno unito di più… ma ecco che accade l’inaspettato…
Il ragazzo che frequenta il Conservatorio, quello che ama la musica ma non ha mai suonato dinanzi ai suoi compagni, “posta” un video realizzato apposta per noi in cui suona al contrabbasso un pezzo di Rolf  Lovland…
Che altro dire? Ormai non manca più nulla. Possiamo solo complimentarci con il musicista e ringraziare Dante e la potenza della poesia.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 15/01/2021 da in poesia con tag , .
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