perìgeion

un atto di poesia

Maria Grazia Calandrone, Guarda che la carne non tocchi la carne

StatuaOssarioSantannaDiStazzema

di Antonio Devicienti

(Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944)

Quella mattina presto, camminando
come quando dal colle si capisce che tutto il paese è illuminato dal primo fuoco
delle cucine, sentimmo rintoccare le campane
e abbiamo atteso.
Quando rincasarono gli uomini ci furono sobbalzi
di corpi e vetro e il suo sguardo divenne una terra disabitata.

In tanti aprivano la bocca e vennero
arsi com’erano. Una catasta di 100
bambini venne bruciata con il lanciafiamme
sulle strade
con le rose, quella strada bellissima
con le rose. Io rileggo la lista dei nomi
fino a vedere emergere ogni sorriso
dal suo rigo di cenere.

Il governo mi diede 47.250 lire
per risarcirmi del fatto
che a sette anni avevo avuto addosso come uno spruzzo d’acqua
benedetta mia madre. La sua testa
come un bello strumento scomposto. Torno dietro la casa tutti i giorni
per via dell’orto
e per sentire come apertamente si comportano i laghi, i migratori.

La domenica riempie di sole le mura
del paese e nell’odore di pane
ricordiamo le scariche sui campi
lavorati e lei nascosta tra le damigiane e quanto forte
la sua voce macchiasse l’aria chiamando il mio nome
perché partiva poco sopra la cassa di risonanza del cuore.
Tutto il suo corpo venne rivelato dal mio nome.

Io in una solitudine perfetta porto
in me muro con crepe
nelle quali scorre
purissima la gioia ma non cercarmi
altrove, sono queste parole.

23 ottobre 2008 (leggibile nella silloge Sulla bocca di tutti, Crocetti Editore, Milano, 2010, pagg. 77 e 78).

Come Maria Grazia Calandrone ha l’abitudine di fare, anche in calce a questa lirica si legge la data in cui essa è stata ultimata: siamo di fronte ad un testo scritto da un’autrice nata nel 1964 e che ha al suo centro un episodio accaduto durante l’occupazione nazifascista in Italia, riconducibile dunque alla guerra di Resistenza e al 25 aprile. Qui su Perìgeion vogliamo ricordare l’anniversario della Liberazione proprio riflettendo su di una composizione che commemora la strage di Sant’Anna di Stazzema e che vuole fare i conti con la storia recente d’Italia.
Evitando ogni retorica ed ogni sentimentalismo Calandrone costruisce un testo in cui la voce narrante, quella di una donna allora bambina sopravvissuta alla strage, ricorda in termini asciutti quanto accadde. La poesia (straordinaria, direi, la chiusa ma non cercarmi / altrove, sono queste parole) s’istituisce come ricordo, un ricordo, bisogna sottolineare, formatosi nella mente di chi nell’agosto del 1944 non era ancora nato (e nascerà vent’anni dopo). Calandrone offre così il paradigma di una poesia della memoria composta da chi ha appreso della guerra e della Resistenza dalla generazione dei genitori e dei nonni (che le ha entrambe vissute) e dai libri di storia, quindi in maniera indiretta, ma facendone un centro psicologico ed etico del proprio stesso esistere e scrivere. Ed uno dei motivi immediati che hanno forse spinto Calandrone a ricordare la strage di Sant’Anna di Stazzema è stato il processo contro gli ufficiali responsabili dell’eccidio conclusosi in terza istanza nel novembre del 2007.
Dentro la necessità e la volontà di ricordare poesia e memoria si ritrovano allora associate in questi versi: Io rileggo la lista dei nomi / fino a vedere emergere ogni sorriso / dal suo rigo di cenere. Ecco: scrivere in poesia intorno alla Resistenza appare, oggi, come una scelta, come una presa di posizione, come il raccogliere un testimone che, di mano in mano, di voce in voce, riafferma l’identità resistenziale ed antifascista della Repubblica.
E per completezza ed obiettività bisogna sottolineare che il testo è collocato nella cornice più ampia di un libro nel quale i temi del concepimento della vita e del venire al mondo, della difesa della vita intesa anche come legame col pianeta, della commozione e dell’emozione suscitate dalla contemplazione degli esseri viventi innervano la scrittura dandole una densità concettuale e psicologica rara.
Nel testo da noi preso in considerazione le SS e i fascisti collaborazionisti non vengono neanche nominati, l’accaduto è narrato tramite l’immagine (indiretta) dei lanciafiamme e del fuoco, cui si contrappone quella strada bellissima / con le rose, la bellezza della vita arsa nel fuoco di una strage irrappresentabile se non tramite questi accenni discretissimi e addirittura timidi, eppur fermi e lucidi: benedetta mia madre. La sua testa / come un bello strumento scomposto; e poi: Tutto il suo corpo venne rivelato dal mio nome. Appartiene alla storia della strage il fatto che Anna Pardini, di 20 mesi, fu la vittima più giovane e che venne ritrovata, agonizzante tra le braccia della madre morta, da una sorella miracolosamente sopravvissuta all’eccidio. E la poetessa, che immagina pensieri e sentimenti della bambina poi diventata donna (forse proprio la sopravvissuta, ma in ogni caso una voce capace di testimonianza), trova un’immagine perfetta per rappresentare il ricordo, individuale, ma, non dimentichiamolo, anche collettivo: Torno dietro la casa tutti i giorni / per via dell’orto / e per sentire come apertamente si comportano i laghi, i migratori. Potrebbe essere proprio questo la poesia: tornare dietro la casa (comune) tutti i giorni e porsi a sentire il mondo, nel quale un avverbio (apertamente) e un verbo (si comportano) stabiliscono (e ri-stabiliscono) uno stato di durata (di resistenza, mi vien fatto di scrivere) e di bellezza della vita che trovano conferma nei coraggiosi versi dell’ultima strofa: Io in una solitudine perfetta porto / in me muro con crepe / nelle quali scorre / purissima la gioia.
La voce narrante e lirica, così concreta e ferma, sembra essere proprio la poesia (ma non cercarmi / altrove, sono queste parole) che ha visto i corpi dei concittadini e dei bambini bruciare, che sa di essere salva grazie al sacrificio materno, che torna ogni giorno dietro la casa e che non sa (né vuole) dimenticare. Non c’è traccia d’odio, c’è invece la fermezza del ricordo, non c’è l’invettiva, c’è invece la lucidità di chi, sulla base delle azioni compiute, distingue il bene dal male. E, per quanto la poesia riesca ormai a trovare spazio ed attenzione sempre più scarsi, è in ogni caso un atto etico e politico, una riaffermazione di cittadinanza e di civiltà aver scritto versi come questi, essersi chiamati fuori dal gracidare della poesia concentrata solo sul proprio ombelico. Ma non basta: anche Calandrone, come già Paul Celan, deve affrontare ed evitare il rischio dell’estetizzazione del massacro; la scelta della poetessa italiana consiste in un’asciuttezza del racconto che muove dalla situazione generale (Quella mattina presto, camminando / (…) / (…) sentimmo rintoccare le campane / e abbiamo atteso. / (…) / In tanti aprivano la bocca e vennero / arsi com’erano) verso la storia personale che rimane, in ogni caso, anche storia di tutti, perché chi si salva continua a testimoniare per sé e per le vittime e Calandrone non sembra radicalizzare la questione come invece fa Celan; chi testimonierà per il testimone? chiede il poeta di Czernowitz disperando del fatto che la testimonianza sarà creduta da chi verrà dopo il massacro; e tuttavia la poesia di “dopo Auschwitz” trova senso e giustificazione e non è costretta a vergognarsi di se stessa proprio nel momento in cui si ostina a testimoniare, conservando piena coscienza del fatto che essa viene scritta non solo dopo le stragi già avvenute, ma anche contemporaneamente alle stragi che ancora vengono perpetrate. Questo non assolve la poesia dalle colpe che condivide con il sistema politico, economico e sociale entro cui si trova inserita (si pensi alle condivisibili e persuasive proposte interpretative di Walter Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia, soprattutto là dove il filosofo berlinese osserva che le più grandi opere d’arte del passato sono nate anche dalla barbarie loro contemporanea e dallo sfruttamento cui erano sottoposte folle anonime di persone – ed aggiungerei un luogo ben noto della poesia brechtiana, le Domande di un lettore operaio); la poesia stessa deve continuamente fare i conti con il modo in cui si rapporta con il reale e sul come lo rappresenta. Il testo che oggi proponiamo alla lettura e alla riflessione tenta una strada precisa: azzeramento delle metafore e degli abbellimenti retorici (tranne un paio di necessarie comparazioni), linguaggio piano e diretto, rattenuta commozione, come se la parola dovesse, qui, semplicemente mettersi al servizio dei fatti.

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Un commento su “Maria Grazia Calandrone, Guarda che la carne non tocchi la carne

  1. almerighi
    27/04/2015

    lascio a mo di commento un brano che compisi un paio di anni fa in memoria

    Stazzema dodici agosto

    Pardini Anna giorni venti,
    settanta anniversari,
    niente compleanni
    nemmeno uno vissuto
    in questo cazzo d’infinito,
    gettata in strada, la stessa
    ripristinata alla vigilia del freddo.

    Durante i lavori di sterro
    ritrovavano ossa e carcasse
    le interravano di nuovo
    in fretta e per paura
    che uno zelota fermasse i lavori,
    dopo l’oscurità nuova oscurità
    accumularsi senza respiro.

    L’armadio con ante
    girate verso il muro
    sì che il vento non risollevi
    le cartacce di Stazzema,
    dormano pure tranquille
    sul finire di questo dopoguerra

    le sorelle in attesa
    che quelle incinte
    partoriscano solitudini bastarde
    da mettere subito a dormire
    appese al soffitto,
    giusti angeli in cielo,
    e fine di ogni formalità civile.

    Un barlume,
    appena appena ritrovato,
    sta sul ciglio della strada riaperta,
    tutto il paese è intento
    a esportare democrazia.

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