perìgeion

un atto di poesia

Andato in Patagonia, 4

 

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di Pericle Camuffo

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Las Malvinas son argentinas

 

“Come ogni anno i veterani di guerra della nostra città, in questo giorno così caro per i sentimenti degli argentini e specialmente per i fuegini, si incontrano per rendere onore agli eroi caduti durante le azioni nelle Malvinas.

E’ già passato un anno da quando ricevemmo la visita di 2.000 veterani venuti da molte parti del paese, e sarà molto difficile ripetere una Vigilia con quelle stesse caratteristiche. Però anno dopo anno l’appoggio della popolazione di Rio Grande ci dà sempre più forza per continuare nella lotta (senza impugnare le armi) per far sì che, per le ragioni che tutti conosciamo, in quelle isole sventoli la nostra insegna Nazionale.

Il contenuto di questa rivista è rivolto a tutti quelli che desiderano approfondire gli antecedenti storici e geografici che legittimano i nostri diritti.

Ci resta solo da dire grazie per le dimostrazioni di apprezzamento che riceviamo continuamente e di ribadire il nostro impegno per mantenere viva la fiamma MALVINAS.”

Questo “prologo” apre la rivista “Vigilia”, che viene stampata una volta l’anno in occasione delle celebrazioni che si tengono a Rio Grande il primo aprile, vigilia appunto, dell’occupazione argentina delle isole Falkland/Malvinas avvenuta il 2 aprile 1982. Il numero che ricevo è del 2003. A darmelo sono due ex combattenti: José Gary Roque e Mauricio Coria, che facevano parte rispettivamente del quinto e del primo battaglione di fanteria di marina. Ora hanno ormai da tempo messo giù il fucile, ma combattono ancora. Con altri compagni gestiscono il Centro Veterani di Guerra di Rio Grande. La sede, al 678 di Lasserre, è poco più di un ufficio informazioni. Una mostra fotografica permanente riempie le pareti della stanza principale, mostrando immagini di guerra e di sofferenza. I volti segnati dei soldati argentini, tremanti nei cappotti troppo leggeri e con un equipaggiamento che non ha nulla a che fare con le guerre moderne. Sembrano figure che si trovano nei libri di storia, combattenti della seconda guerra mondiale. Negli occhi di José e Mauricio, invece, c’è una sorta di orgoglio naturale, per niente costruito dalla propaganda o dalla disciplina militare. Occhi che guardano nel fondo della terra e del sangue. Occhi che quasi mi mettono in imbarazzo.

Girano scuole e associazioni, raduni e mercati per spiegare, per ricordare alla gente ciò che quel conflitto ha significato per loro e per il loro paese. Mi raccontano che la maggior parte delle persone in Argentina non hanno saputo nulla di quella guerra durata poco più di due mesi, e che nel resto del mondo è stata descritta solo come un bieco espediente della giunta militare in crisi per risollevare e rinsaldare il consenso popolare. La gente, qui in Argentina, li odia perché sono stati sconfitti, e adesso, gli ex-combattenti muoiono molto più velocemente che durante la guerra. Il governo li ha abbandonati, quasi avessero commesso un reato, non dà loro né soldi né assistenza sanitaria né riconoscimenti ufficiali, costringendoli a vivere in miseria, nascosti in modo che ci si dimentichi di loro. Molti vivono al nord facendo lavori da fame; molti non ce la fanno a sopportare tutto questo, e si tolgono la vita. Il suicidio è, attualmente, la causa più frequente di morte tra gli ex soldati che hanno partecipato a quella disastrosa impresa. Ma loro non hanno intenzione di ammazzarsi, né di farsi sconfiggere di nuovo dal governo, dall’opinione pubblica o dalle menzogne internazionali. Loro sono soldati e lo saranno sempre.

Tra le fotografie e le bandiere appese alle pareti, c’è la lettera di Natalia Dobranic, una ragazzina di 10 anni della scuola Maria Auxiliaria, che il 5 aprile 1999, in una calligrafia dolce e minuta, chiede ai soldati come erano le notti alla Malvinas, se faceva freddo, dove e cosa mangiavano, se riuscivano a riposare, se avevano dei contatti con qualcuno dell’isola, e chiude la sua pagina candida ed ordinata con un sentito ringraziamento per quello che hanno fatto.

Mi giro lentamente verso José e Mauricio che sono rimasti al centro della stanza, tentando di trattenere l’emozione che mi hanno lasciato addosso le parole di Natalia. Incrocio i loro occhi, sorridono. Li ringrazio e li saluto.

Fuori, fermo in macchina, leggo l’Oraciòn del soldado en las Malvinas, che trovo nelle ultime pagine della rivista. E’ il mio contributo d’affetto e sostegno a José e Mauricio ed a tutti quelli che come loro sono sopravvissuti non solo a quell’assurda guerra, ma alla dimenticanza di un intero paese.

 

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27 gennaio. Rio Grande – Ushuaia.

 

Sento addosso il respiro del viaggio, quel senso di libertà e liberazione che apre le mie ultime difese, che mi rende ricettivo, ospitale, che mi mette in pace con quello che sto facendo, con quello che sto vivendo. Si è esaurita la distanza che mi separava da casa. Sento che questo è il mio posto, adesso. Che è il mio presente. Scivolano vie le continue domande, i paragoni, le aspettative, quel viaggio di carta costruito a casa, che inevitabilmente mi porto dentro e che stento a stracciare e buttare via perché rappresenta in qualche modo una sicurezza, un rifugio conosciuto in cui ritornare nei momenti di incertezza, di spaesamento. Ma quando te ne liberi è come staccare le mani dal molo e sentire la potenza e la bellezza del mare aperto.

 

Ushuaia

E’ tutto “Fin del mundo”: ogni cosa, ogni negozio di souvenir, ogni agenzia viaggi, ogni ristorante, ogni insegna. Tutto. C’è perfino un’impresa di costruzioni che si chiama “Costrucion Fin del mundo”. Su un muro che si affaccia sul porto c’è scritto in larghe lettere “Ushuaia the end of the world the beginning of anything”. Insomma, a 54 gradi di latitudine sud e 68 di longitudine ovest, tutto finisce e tutto inizia. Arrivato qui, nella città più australe del mondo, capisci che ogni luogo è solo una tappa, un posto di ristoro, una sosta e che non puoi fare altro che ripartire, sempre e comunque.

Lascio la verità scritta sul muro alle mie spalle e fisso gli occhi sulla baia dove il mare, immobilizzato dal vento, è una distesa silenziosa e grigia. Sembra di sabbia e cartapesta, una finzione da presepe, con le navi da crociera e i rimorchiatori appoggiati con delicatezza sulla superficie dell’acqua che non appare per niente ostile. Sembrano modellini di plastica.

Faccio un po’ di telefonate per trovare un posto dove dormire. A Ushuaia è sempre alta stagione. Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto prenotare da Rio Grande e forse qualcuno me lo ha anche consigliato. Comunque, trovo una stanza da Pytty’s House, in Bouchard 460, non lontano dal centro.

Mi mescolo alla gente che riempie Avenida San Martin. Sembrano tutti indaffarati, di fretta. Entrano ed escono dai negozi tutti uguali. Affogano l’aria secca di mille parole e di mille lingue e indicano, afferrano, chiedono, ridono e hanno tutti qualcosa addosso che li colloca qui e immediatamente lontano da qui. Serve a poco avere appiccicato alla maglia al berretto ai pantaloni alle scarpe o da altre parti del corpo il nome Ushiaia, o Fin del Munto, Antartica, Austral eccetera, perché quel marchio non fissa una provenienza e nemmeno un’appartenenza, ma fa di loro solo dei consumatori marchiati da una differenza incolmabile. Creano un club esclusivo ma separato dal resto della città e della sua gente. Le ore, comunque, scivolano via leggere e il vento mi ripulisce l’anima, mi fa bene. E’ quasi sera, anche se il sole non sfiora nemmeno le basse vette delle Ande che circondano la città.

Ceno a “La casa de los mariscos”. Fritto misto pesante e bottiglia di vino rosso, ma non male per 30 Pesos. Accanto al mio tavolo, un gruppo di italiani, romani. Due coppie e una ragazza, figlia di qualcuno di loro. La ragazza ha circa 30 anni, piena d’oro, catene anelli orecchini e orologio, balocchi di lusso per un albero rinsecchito e spento. Anche lei ha l’etichetta “Fin del mundo” sulla spalla destra.

Il vino però mi ha aperto la serata. Il sorriso.

L’Irish Pub rimbomba di musica fumo e voci. Corpi appiccicati in un’orgia collettiva di birra e sesso masticato e sfiorato con i vestiti ancora addosso. Sesso promesso. Sembra che tutti abbiano abbandonato se stessi all’energia magica e marcia di questo mondo alla sua fine, al suo capolinea. Sembra che tutti abbiano dimenticato il domani. Nei momenti e nei luoghi in cui qualcosa finisce, il presente si dilata e prende possesso del tempo, del tuo tempo, sfilacciando passato e futuro in anelli di realtà irriconoscibili ed insignificanti. Ognuno vuol vivere fino in fondo quello che gli riesce, quello che gli rimane. Mi avvicino al bancone spingendo, senza chiedere scusa. Dopo un paio di birre inizio a sentirmi più leggero, comincio a dare forma al mio presente, a prenderne possesso. Non ne sono mai stato del tutto capace; ho sempre saputo che se l’avessi fatto, se avessi abbandonato il peso del passato e la proiezione del futuro, avrei trovato ad aspettarmi qualcosa che mi spaventa e che non sarei riuscito a gestire.

Dopo aver ordinato un’altra birra, mi sono girato verso l’ampia sala del pub. Dalla folla incolore e inodore si è fatta avanti una ragazza. Mi ha raggiunto. Mi ha salutato. Si è fatta offrire una birra e mi ha detto che era una puttana, che lì dentro era pieno di puttane. Lei lavora al Tropicana Night Club, proprio dietro al pub, ma c’erano anche ragazze di altri Night. Di colpo mi si è aperto un mondo di ombre e di maschere. Mi sono guardato attorno, un rapido giro di occhi e le ho viste, per la prima volta, le ragazze dei Night, le ho riconosciute. Ho capito che sarebbe stata lei a traghettarmi verso l’oceano scuro e freddo di questa notte. Mi dice che ha trent’anni, che viene da Buenos Aires, che qui si trova bene perché c’è lavoro tutto l’anno. Di faccia non è male, bionda, occhi chiari, grosse tette, gambe esili che le escono da una corta minigonna di jeans e che scompaiono dentro stivali di pelle bianca. Chiede 100 pesos per mezz’ora. Ma a me bastano 30 secondi per vedere scorrere sulla sua faccia disperata tutto quello che succederebbe se uscissimo insieme da qui.

La ringrazio per l’invito, le auguro buon lavoro e la saluto sfiorandole il voto con le labbra. Finisco la birra e lascio questo inferno di corpi e prezzi. La notte, fuori, è densa di stelle e vento.

 

Tren del fin del mundo

“Il Ferrocarril Austral Fuegino è interessante non solo per la sua eleganza e stile, ma anche per il suo legame con la storia di Ushuaia. Era infatti il treno dei prigionieri, dei detenuti, costruito ed usato per trasportare legna da ardere e da costruzione dai boschi nelle vicinanze della città.

Oggi, anche per il suo basso impatto ambientale, è l’unico mezzo che vi permette di visitare una parte altrimenti inaccessibile del Parco Nazionale Tierra del Fuego.

Il treno parte dalla Estaciòn fin del mundo, che si trova ad 8 chilometri ad ovest della città. E’ composto da un locomotore a vapore e 15 confortevoli carrozze dotate di riscaldamento ed ampie finestre. L’intero viaggio dura un’ora e 40 minuti

La linea segue il corso del Rio Pipo che viene attraversato dal Ponte Quemado. Alla prima fermata, La Macarena, è possibile salire su una piattaforma a 25 metri d’altezza ed ammirare l’intera valle ed una magnifica cascata. Da qui parte anche un altro percorso che conduce alla riproduzione di un villaggio Yamana.

Entriamo così nel Parco Nazionale. Una seconda fermata lungo il fiume ci consente di vedere i resti di una vecchia segheria. La linea ora abbandona la valle e gira attorno ad un gran Turbal. Una ampia curva ci introduce all’interno di un folto bosco per arrivare alla stazione finale Parque Nacional”.

Questo dice il depliant pubblicitario. In realtà è tutto troppo di plastica per essere credibile, una storiella stampata su carta lucida che non apre nel cielo grigio neanche una pozzanghera di luce. Seduto nel piccolo vagone in miniatura, verde e bianco, carrozza “Rio Grande” n. 1209, cercavo tracce di anni e di vite passate nel gelo di questa terra ostile e inospitale, impronte di rocce e di mani sbucciate dal ferro e dal legno. Cercavo la fatica e le lacrime di sapere che ogni giorno è fatto delle solite cose, una vicino all’altra nel ritmo senza fine della prigione. Cercavo volti disseminati di paura e di rancore, di certezze masticate assieme al tabacco e sputate sulla pelle candida dell’erba ricoperta dalla neve. Cercavo scarpe sfatte dai piedi di ghiaccio e vestiti a rigare la calma di un giorno di sole, e il silenzio. Cercavo la morte che chiude improvvisa la gola e lascia solo una fessura minima da cui fuggire in un respiro. Cercavo un sacco di cose, ma ho trovato solo i ceppi degli alberi segati per costruire la città e la sua prigione, una specie di campo di croci bianche, senza nome né data, neppure un volto su cui pregare.

 

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29 gennaio. Andandomene da Ushuaia.

 

Ieri notte ha nevicato. Stamattina piove dalle 6. Qui l’estate è solo una questione di numeri e mesi e calendari. Estate di carta. Estate letteraria. Pytty mi ha detto che se in un anno riescono ad avere qualche giorno con 23 o 24 gradi, la gente festeggia. Ero a letto e sentivo la pioggia bussare ai vetri della finestra. Ho infilato la testa sotto il cuscino, ma non smetteva, non mi lasciava in pace. Ho quasi 600 chilometri da fare e l’abbondante colazione di Pytty, le torte fatte in casa per cui è famosa, non mi toglieranno l’angoscia dello sterrato pieno di buche e fango che mi aspetta. Ci sono più di 150 chilometri di strada di merda.

Ma ho bisogno di un inizio, non si può stare in piedi per molto dove tutto finisce. Mi infilo la giacca, saluto, scrivo due cazzate sul libro degli ospiti e me ne vado.

La RN 3 è solo ghiaia e fango annegati in un cielo di nebbia e latte. Sul passo Garibaldi nevica. Dopo il confine di San Sebastian la strada fa veramente schifo. Tra i due confini è un disastro. Il tratto cileno è da 40 all’ora. Dopo Cerro Sombrero è tutto asfalto e il cielo si spalanca in bocche d’azzurro tra le nuvole.

Lascio la Terra del Fuoco sul Fueguino, una specie di residuato bellico dello sbarco in Normandia. Galleggia a fatica. Dà comunque un po’ di tristezza lasciale l’Isla Grande e tagliare ancora una volta le acque di piombo dello Stretto di Magellano. Chissà quando e se ritornerò quaggiù. Nel piccolo corridoio del Fuegino, unico posto di sosta durante la breve traversata, ci sono due panche di legno, una di fronte all’altra, con schienali imbottiti in finta pelle che hanno conservato gli odori del mondo che li hanno riscaldati. Sulle panche è riunito un gruppo di vecchi, tutti in fila, seduti, come dal medico. Ma sono contenti, non sono qui per ricette o analisi, ma per godere del loro tempo, di quello che resta. Qualcuno ha lo sguardo stampato sul finestrino, qualche altro, verso la sua vita.

Di nuovo strada. La pampa argentina si apre nell’immensità giallo-oro dell’erba secca e dell’orizzonte appoggiato sull’asfalto, indisturbato. Anche i monti in lontananza sono piatti, lisciati dal vento e dal tempo, lievi imperfezioni in un quadro senza cornice. Le nuvole si siedono sopra di loro, senza disturbare, come un genitore che porti in spalla il figlio perché possa osservare il mondo da una prospettiva diversa. Guanachi e nandù mi osservano stupiti. Quando esce il sole è una danza di colori, bellissima.

 

Ruta 40

A Punta Loyola finisce la Ruta 40. Dopo aver faticato, nel suo tratto sud, per più di 3000 chilometri scavandosi la sua discesa verso la fine del mondo, si spegne dietro un cancello di ferro ed una alta rete arrugginita della zona del porto, in un silenzio vibrato dai gabbiani e dall’odore del sale e del grasso di motori fermi da troppo tempo. La sua lapide è un cartello verde: “Provincia de Santa Cruz Direccion Nacional de Vialidad 23° Distrito”. E come epigrafe: “Aquì finaliza la Ruta Nac. N° 40 Sur Km. 3165,84”.

Vorrei mettere qualche fiore, ma sotto la pensilina di lamiera trovo soltanto un bicchiere di plastica pieno di piccole conchiglie bianche che qualcuno ha raccolto senza una ragione precisa, forse solo per passare il tempo. Ho solo questo da offrire alla strada. Sistemo il bicchiere vicino alla recinzione di fronte al cartello e faccio un piccolo inchino di saluto e rispetto. Aver danzato tra le sue braccia è stata comunque un’esperienza che lascia il segno. Un’altra strada entrata nell’anima, un’altra traccia di mondo da santificare nei giorni di ricordo e di tristezza.

 

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30 gennaio. Puerto San Juliàn. Santa Cruz. Patagonia argentina.

 

Domenica. Tutto chiuso. La avenida San Martìn finisce nel mare, dopo aver tagliato in due il paese. Tutto ciò che l’accompagna è solo squallore, strade di sabbia, edifici chiusi e abbandonati e l’Hotel Colon di vetri rotti e macerie.

Ragazzini adolescenti a macchiare le strade di sigarette e noia, e la sagoma finta del Victoria con uomini di plastica sul ponte, “fuguras hiperrealistas de algunos de los personajes de la Armada Magellànica”. Magellano arrivò su queste coste il 31 marzo del 1520. Darwin, il 9 gennaio del 1833. Io, molto tempo dopo.

Trovo una stanza all’ Hosteria Municipal . Un’ampia stanza bianca con muro grezzo e grumoso, letto comodo e colazione inclusa per 80 pesos.

Mangio una pizza al “Popeye”, in Moreno 1070. Ristorante della mia infanzia, con sedie di plastica, tovaglie di plastica e silenzio irreale amplificato dai soffitti alti e dai muri spessi. La ragazzina che mi serve, mi versa la birra e mi chiede se voglio o meno la schiuma. E’ la prima volta che mi viene chiesta una cosa simile. La gentilezza delle sua dita sottili, il tremore dell’avambraccio e l’abbondante seno gettato sul tavolo: ecco cosa ricorderò, non certo la pizza, che faceva schifo.

 

Bar “Tarzan”

In Mitre 167, una stradina di polvere e ghiaia, c’è il “Bar Tarzan”. E’ una stanza di un appartamento, penso il salotto, che è stata chiusa mettendo un bancone a bloccare l’accesso al resto della casa. La vecchia signora che lo gestisce l’ha chiamato così in ricordo del suo cane, un bel cane bianco, mi dice commossa, con le orecchie nere, che molte volte l’ha difesa e le ha regalato affetto e devozione. Questo bar è la sua lapide. Bevo un bicchiere di vino rosso, caldo, che la signora tiene nel grosso frigorifero che però lascia spento. Bevo lentamente nel silenzio interrogativo dei tre altri clienti seduti ad aspettare che accada qualcosa. Poi qualcosa accade, loro capiscono che accade, io non noto nessun cambiamento. Decidono che è giunto il momento di parlare. Quello seduto al tavolo d’angolo inizia la conversazione alzando verso di me la sua faccia tagliata e scura che va ben al di là dei suoi 60 anni e si perde in un tempo immemorabile.

Mi racconta di quando faceva il camionista, di quando lavorava per le compagnie petrolifere ricoprendo, per quel che riesco a capire, una posizione di operaio specializzato. La sua faccia si distende, prende fiato dall’interno e la pelle diventa quasi liscia, ringiovanisce, segue i percorsi della memoria e della vita passata. C’è rabbia nelle sue parole. Rabbia per una terra svenduta agli stranieri. Maledice Menem e quelli come lui. Mi dice che anche il Vaticano possiede delle compagnie petrolifere che succhiano il petrolio dalla sua terra. Altre sono spagnole, altre canadesi. Prendo tutto per buono, non ho modo di verificare. Lo lascio parlare. Mi piace la sua vita e il suo coraggio di metterla nelle mie mani. A San Julian, aggiunge, molti lavorano nella miniera d’oro e d’argento della zona. L’oro qui, a differenza del Sud Africa, lo si trova in superficie ed è molto più facile da estrarre e questo significa sfruttamento più intenso.

Nella sua voce, nelle sue parole c’era però la freschezza di una vita ancora viva, sacrificata ma ancora viva e attenta alle cose che gli accadano attorno in questa sua Argentina andata a pezzi, terra di tutti e di nessuno, così ricca per gli altri e così povera per loro, quasi la ricchezza della terra fosse la loro condanna alla povertà.

 

Fernando

Mi accoglie con calore, si siede al mio tavolo con una bottiglia di vino e mi offre un bicchiere. La moglie prepara da mangiare masticando parole leggere tra i denti resi scuri dal mate. Sono esausto. Da Puerto San Juliàn a qui ci sono 150 chilometri di pietraia. Ci ho impiegato tre ore. Ho la schiena a pezzi e mi ronzano le orecchie. Tre ore di completa solitudine, non ho incrociato nessuno. L’ebbrezza iniziale, il senso di libertà che mi dava quella lunga pista grigia deserta che andava a morire dove l’azzurro del cielo si mescolava al colore della terra, è presto mutata in angoscia, resa ancora più tetra dalle carcasse dei puma appese agli steccati che delimitano le varie proprietà che la strada attraversa. Sono lì a darti il benvenuto, carcasse rinsecchite senza testa né zampe, sculture di morte. Sembrano avvertirti che ti stai avvicinando a qualcosa di pericoloso, che ti stai dirigendo all’inferno in cui l’uomo non risparmia nessuno. I puma sono animali protetti, ed anche se qui possono essere un problema per gli allevatori, una tale macabra esibizione non capisco a cosa possa servire. Certo non serve ai puma.

Fernando ha vestiti sporchi, unghie sporche e mani consumate. Vive alla estancia “La Maria” dal 1992, pressoché isolato. Vive di poco. C’è un uomo che lavora con lui, la moglie e la figlia Lorena che viene qui solo d’estate perché durante l’anno studia a Buenos Aires. Ha delle pecore che tiene per vivere, non è un allevatore, vende la poca lana che gli danno solo perché le pecore vanno tosate una volta l’anno, altrimenti soffrono. Gli chiedo come si possa vivere a 150 chilometri dal mondo, se mondo si può chiamare il piccolo centro di Puerto San Juliàn, come si riesca a non farsi scavare la faccia dalla solitudine. Quasi sorride quando mi guarda e prepara la risposta. Per lui sono sufficienti due mani e due gambe per vivere qui, non gli serve altro, non vuole più partecipare alle lotte inutili per l’apparenza, per i soldi e cose del genere, le “lotte di città”, le chiama, che lasciano tutti insoddisfatti perché non si ha mai tutto quello che si vuole, non si è mai tutto quello che si vuole, mentre qui, già il fatto di ospitare qualcuno, di dividere il cibo, rende felici.

Nella sua proprietà ci sono quasi 90 grotte con pitture rupestri risalenti a più di 13.000 anni fa, un tesoro archeologico inestimabile, ma che per lui sembra non avere importanza. Non sono sue, come non sono del governo ma appartengono a chi ci ha vissuto ed ha lasciato testimonianza di sé. Appartengono alla terra. Parla bene Fernando, sembra che tutto ciò che ha a che fare con il mondo, da cui si tiene a distanza di sicurezza, non lo tocchi. Ripete che qui vive bene, che non ha bisogno d’altro. Certo, se si pretendono tutte le comodità della città si rimane delusi, ma il trucco sta nel non pretenderle, nell’accontentarsi del generatore che fornisce l’energia, del pozzo che fornisce l’acqua, dell’abbraccio della moglie. Una notte stellata vista da qui ripaga di ogni sacrificio, anche degli inverni a 20 gradi sotto zero. L’estancia è poco più di una casa degli anni Cinquanta, con mobili vecchi e muri scrostati, ma dà la sensazione di solidità, di fierezza, lì sola piantata in mezzo al nulla. E mentre aspettiamo che arrivi la figlia che mi accompagnerà alle grotte, continua a parlare, a raccontare. Mi fa vedere una guida della Patagonia che gli hanno lasciato due ragazzi italiani, con tanto di dedica di ringraziamento per la calorosa ospitalità ricevuta, e mi dice che è questo il turismo che vuole qui, selezionato, poca gente ma buona, e non il turismo di massa, pullman e furgoni delle agenzie e una folla di idioti che fanno solo casino e sporcano e non rispettano il silenzio ma che, per fortuna, non toccherà la sua estancia almeno per i prossimi 10 o 15 anni.

Quando arriva Lorena, smette di colpo di parlare, un mutismo improvviso, quasi imbarazzato. Lei è tondetta, avrà sì e no vent’anni, e l’azzurro della maglietta gioca piacevolmente con la chiarezza dei suoi occhi. Mi stringe la mano e mi informa che è meglio sbrigarsi perché ci vorranno circa due ore per la visita.

Cammina spedita tra gli arbusti e le rocce e mi precede di un paio di metri. Parla poco. Io ancora meno. Guardo il suo culo danzare pieno e molle, e penso che se mi lasciasse qui da solo non saprei ritornare indietro. Stiamo uno accanto all’altra solo quando ci fermiamo di fronte alla bellezza dei dipinti che quasi emergono dalle rocce. Non è molto preparata, risponde appena alle mie domande, ma ha un bel sorriso con cui spezza l’imbarazzo di non sapere alcune cose. Comunque, mi dice che non esiste ancora un’indagine archeologica seria su tutto il sito, che non ci sono fondi, che gli archeologi vengono qui a fare rilevamenti e studi nei loro periodi di vacanza e che i risultati li spediscono negli Stati Uniti.

Il tempo passa in fretta, scivola diluito dal calore e dal nostro camminare ritmato e silenzioso. Non c’è nulla che possa sottrarci dall’essere parte di tutto ciò che ci circonda, né pensiero né azione. Vorrei non ritornare più a quello che ho lasciato, vorrei solo essere ciò che sono, e nient’altro, una piccola e fortuita casualità nell’universo.

Rientrati all’estancia, Lorena mi saluta con un abbraccio in cui sento che anche nel silenzio che ha occupato gran parte del tempo passato là fuori, qualcosa tra di noi e cresciuto fino a raggiungere una certa densità, una consistenza che entrambe per un attimo avvertiamo nel contatto dei nostri corpi sudati. Mi augura buona fortuna. Ricambio l’augurio ed accompagno con lo sguardo la sua uscita dalla mia vita.

Fernando mi aspetta seduto su una sedia di vimini, con la postura del nobile decaduto ed un sorriso nuovo appiccicato sulle labbra. Sembra un altro, qualcuno molto diverso dalla persona che mi aveva ricevuto non più di tre ora fa. Mi offre il vino, che questa volta accetto. E’ rosso, denso, niente male. Mi chiede se mi è piaciuto il tour. Rispondo di sì. Una mosca si appoggia sull’orlo del mio bicchiere. La guardo mentre si sfrega le zampe. Sembra in pace con se stessa. Anche Fernando sembra esserlo, e anche lui si sfrega le mani quando mi passa un foglietto con il conto. Sono un sacco di soldi. Senza dire una parola mi passa il listino prezzi, stampato con cura, plastificato e con i prezzi in pesos, euro e dollari, niente di diverso da quelli che trovi nelle agenzie viaggi o nei tour organizzati che lui tanto ha detto di detestare. In fondo, lui è l’agenzia di se stesso, e non vuole concorrenza in casa sua. Come dargli torto, gli affari sono affari in qualunque buco del mondo. Ma adesso, tutto ciò che mi ha raccontato prima sa un po’ di presa per il culo, parte dello spettacolo, del tour che ha organizzato. Bevo un altro bicchiere di vino, saluto e salgo in macchina.

Dopo essermi allontanato un po’ dalla estancia, mi fermo, scendo e guardo la strada di ghiaia distesa davanti a me, e per un attimo penso di non avere la forza per gettarmi di nuovo in quella solitudine di polvere e di nulla.

*

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Un commento su “Andato in Patagonia, 4

  1. luciano tanto
    26/05/2015

    gia. …e le falklands britanniche. anzi, dell’unione europea. grazie alla visionaria politica dei nazionalisti argentini.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/05/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , , .
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