perìgeion

un atto di poesia

Intervista a Priska

 

 

priska

 

di Francesco Tomada

 

Quando nel 2006 venne pubblicato La fureur de papavoine (Nota), prima raccolta di Priska, le recensioni sulle riviste specializzate furono subito entusiastiche: la miscela di folk acustico si univa con una ricerca melodica fuori dal comune, sottolineata da arrangiamenti tutt’altro che convenzionali. Inoltre i testi in friulano, italiano e francese conferivano al disco un’atmosfera decisamente particolare e difficilmente inquadrabile all’interno delle correnti musicali. A quel lavoro di esordio sono poi seguiti Eppure ti vedo ancora (Nota, 2010) e Souvenir de printemps (La Chouette, 2015), che hanno confermato la statura dell’autrice all’interno di un percorso di grande valore artistico, che via via si è fatto più definito. Abbiamo dunque colto al volo l’opportunità di scambiare due chiacchiere con lei, e la ringraziamo della disponibilità nel rispondere.

Diversi suoi brani sono disponibili per l’ascolto in rete; fra i vari siti segnaliamo Soundcloud e il suo spazio personale, dove sono presenti informazioni, video, immagini, testi, insomma quanto serve per iniziare ad attraversare il mondo di questa autrice davvero speciale.

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PriskaCover.200

 

Per chi non ti conosce, inizierei facendo un passo indietro, anzi due, fino a La fureur de papavoine, il tuo primo album. Si tratta di un esordio fulminante, bellissimo e compiuto al tempo stesso: sia per la qualità della scrittura, sia per il particolare intreccio di francese, italiano e friulano che già di per sé contraddistingue e caratterizza quel disco. Solitamente gli esordi non sono così definiti: nel tuo caso sembra invece che tu ci sia arrivata con una elevata dose di consapevolezza, sapendo già dove volevi andare. É così?

Guardando quel disco ad una distanza di 11 anni, l’impressione che ne ho io è simile. All’epoca però la percezione fu diversa. Ricordo che avevo queste canzoni in mano, musicalmente compiute ma senza testo. Lino Straulino ne scelse una dozzina, ci mise le parole, e verso metà agosto del 2005 mi disse che aveva fissato lo studio di registrazione per la settimana successiva. Il mio primo pensiero fu che si trattava di follia pura. Gli dissi che non ero pronta e che non ero in grado, ma lui era talmente convinto del contrario che io mi ritrovai a fare quello che ho fatto. Il disco fu registrato e mixato in una settimana al ritmo di due canzoni al giorno. Ricordo che furono giorni molto intensi, di grande emozione e felicità, anche perché non mi sembrava vero di star realizzando un sogno per me così grande. La sera mettevo a punto i pezzi che avrei fatto l’indomani, focalizzavo suoni e atmosfere che volevo e mi scrivevo eventuali seconde voci. Ho agito spontaneamente senza farmi troppe domande. Secondo me non ero consapevole di niente, ma l’aver vissuto quei giorni come qualcosa di magico, questo essermi tuffata con tutta me stessa è rimasto in qualche modo impresso in quelle tracce, lasciando dietro di sé l’impressione di essere stato un lavoro chissà quanto pensato, invece la sua forza è stata quella di essere stato registrato proprio nel momento giusto, nella più totale assenza di consapevolezza.

All’epoca il lavoro ottenne recensioni entusiastiche (me ne ricordo in particolare una su Ondarock, un sito che certo non è troppo accondiscendente): questo ti ha aiutata nel seguito del tuo percorso?

Non mi aspettavo elogi. Cerco di non permettere alle opinioni altrui di influenzarmi, ma è vero che quando arrivano commenti così belli, ne esci rincuorato.

Secondo te è possibile dire che La fureur de papavoine, come anche il successivo Eppure ti vedo ancora, si inseriscono – vuoi per i collaboratori, vuoi per l’atmosfera musicale – all’interno di un percorso musicale friulano? Penso alla presenza di Lino Straulino ma non solo, penso anche alle atmosfere del lavoro, pur se emerge distintamente la tua personalissima caratura…

Se per percorso musicale friulano intendiamo un percorso musicale svoltosi in terra friulana, direi che senza dubbio lo è. Anche chi ci ha lavorato lo è. Se per percorso musicale friulano si vuole intendere il fatto che il disco possa costituire un tassello del percorso dell’intera musica friulana, allora non ne ho idea! Per rispondere dovrei osservare i lavori discografici dei miei conterranei, cercare rapporti di influenza e consequenzialità, ed è un lavoro che considero troppo cervellotico, e che non mi interessa fare. Considero ogni disco un’espressione del sé, e quindi un lavoro individuale non necessariamente da relazionarsi con altri.

Ecco, passiamo al secondo lavoro, Eppure ti vedo ancora. L’impressione che me ne resta oggi, a distanza di qualche anno, è di un disco che prosegue e approfondisce, sia a livello di musiche sia di testi, il percorso dell’esordio, rendendolo se possibile ancora più corale e collettivo. E’ così?

Rispetto al primo disco, il secondo è stato un disco più ‘studiato’. Lavorazione e registrazione sono state molto più diluite nel tempo. Eppure ti vedo ancora è uscito nel 2010 ma le sue registrazioni sono iniziate subito dopo l’uscita del primo disco, quindi 2006/2007. Più musicisti sono stati coinvolti perché più strumenti sono stati necessari: arpa, percussioni, oboe. Concedermi più tempo per farlo uscire mi ha permesso forse il lusso di arricchirlo con qualche strumento in più.

Souvenir de printemps esce a distanza di cinque anni dal disco precedente, e molte cose sembrano essere cambiate. Non ti nascondo che all’inizio mi ha un poco spiazzato, perché si tratta di un lavoro molto differente. Prima di tutto è un disco praticamente costruito in due, se non sbaglio. Come mai questa scelta?

Appena finito di registrare Eppure ti vedo ancora, sono andata a registrare Hajra, infatti poco c’è mancato che finisse nel secondo disco. La volevo arrangiata così come la senti sul terzo disco. Pochi mesi dopo è stata la volta di Le nouvel an, poi Ailleurs, e lì ha iniziato a delinearsi l’idea che avrei potuto pensare ad un ciclo di canzoni vestite così. Per registrare i pezzi successivi, mi sono recata in studio sempre munita di tastiera, omnichord, oltre alle chitarre ovviamente, e idee ritmiche più o meno definite. Diciamo che sapevo abbastanza bene ciò che cercavo e ciò che volevo, e Luca Brunetti si è rivelato un ottimo collaboratore oltre ad avermi registrata, perché è stato in grado di aiutarmi a realizzare ciò che avevo in mente, oltre ad aver apportato splendidi spunti artistici.

C’erano almeno altri due pezzi che avrei voluto inserire in questo terzo disco, uno avevo anche cominciato a registrarlo (chitarra e violoncello), ma quello che stava venendo si discostava talmente tanto dagli altri pezzi di Souvenir de Printemps, che ho deciso di non proseguire e di lasciarli fuori dai giochi.

A livello di partecipazione al disco da parte di terze persone, il discorso è legato proprio alla scelta degli arrangiamenti. I primi due dischi sono pressoché acustici, e strumenti come l’arpa, il flauto o il violino richiedono necessariamente la presenza dell’esecutore. In Souvenir de Printemps di acustico c’è solo la chitarra.

A livello musicale Souvenir de printemps abbandona quasi completamente un certo tipo di atmosfere folk (passami il termine fin troppo schematico), fa ampio uso di elettronica e programmazione, ed in generale ha una tessitura molto più omogenea dei precedenti. Quale è il motivo di questa scelta? Sembra quasi che sia il lavoro più “tuo”. Possiamo anche definirlo il tuo lavoro più pop, dando a questo temine un significato ovviamente ben diverso dal pop di classifica?

Cambia il vestito. Se nei lavori precedenti ho scelto pantaloni di velluto a coste, questo giro ho preferito le scarpe laccate. Io la vedo così. Qualcuno l’ha capito, qualcun altro ci ha visto una sorta di ‘tradimento’. Io però non ho sposato la causa dei cantautori-con-la-chitarra-ad-ogni-costo, e preferisco dedicarmi a fare ciò che più sento in quel momento, anziché rimanere agganciata ad un’etichetta. Per motivi logistici e per il fatto che non ho una band, sono praticamente costretta ad esibirmi con sola chitarra alla mano… A volte mi chiedo se andare a suonare in giro in questa modalità sia una scelta giusta, nel senso che le mie canzoni su disco sono così diverse da come poi le presento in giro… La visibilità a scapito della realtà dei fatti… Chissà.

Anche a livello di testi diverse cose sono cambiate. Fra le tue lingue prevale nettamente il francese, prima di tutto. E poi mi sembra che i testi siano diventati molto più personali e introspettivi, e abbiano invece tralasciato un certo tipo di suggestioni bibliche o mitologiche che caratterizzavano i tuoi lavori precedenti.

Le suggestioni bibliche e mitologiche erano opera di Lino. Lui ha una profonda vena mistica, io invece tendo a cascare nel mio mondo interiore. Se fossero quadri, lui sarebbe L’Ultima cena, mentre io più un quadro di Escher.

Quanto ti senti di essere coerente e quanto invece episodica, incostante nel tuo processo creativo? Te lo chiedo pensando agli ultimi versi di Fatina, l’unico brano in italiano: “ti prego perdona / i miei desideri e quello che penso / che a esser sinceri non ha sempre senso”.

Un processo creativo coerente e costante non è un processo creativo. Costanza e coerenza vengono in aiuto quando c’è bisogno di mettere ordine a quanto si è fatto in frangenti fuori-controllo, ma per come la vedo io rientrano più nella sfera dell’artigianato, che in quella dell’arte.

Questo sito si occupa molto di letteratura, per cui mi viene spontaneo chiederti se c’è un autore, o più di uno, che ti ha influenzata nella tua crescita personale e nel tuo processo creativo.

Purtroppo dedico alla lettura molto meno tempo di quello che vorrei. Nel marasma dei miei ricordi spiccano Dostoevsky, George Simenon e Stephen King, ma più per la loro capacità di coinvolgermi, che per la loro utilità nel mio processo creativo,. In questi ultimi tempi ho trovato particolare affiatamento con le poesie di Alessandro Hellmann, autore romano. Alcune le ho musicate, e a ciò è legato anche il mio prossimo progetto musicale…

Un’ultima domanda legata a una conversazione che abbiamo avuto di recente: io ero rimasto perplesso, lo ammetto, a sapere del tuo passaggio a Radio Padania, anche se in realtà non ho la minima idea delle tue idee politiche. Davanti alla mia perplessità tu hai risposto che…

Radio Padania è una radio che al suo interno ha una trasmissione musicale non politica. Ho partecipato come cantautrice. Sono state mandate in onda canzoni tratte dai miei lavori discografici, e mi sono state fatte domande inerenti a ciò. Sono stati gentilissimi e non si è accennato alla politica né a microfoni accesi, né a microfoni spenti. Non mi è stato chiesto per chi voto o se sono in possesso di tessere politiche. Radio Padania è una radio che si sente dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, e per un musicista non sponsorizzato come sono io, è una ottima opportunità. Approfitto di questo spazio per ringraziarli nuovamente per avermi ospitata, così come ringrazio più in generale chiunque abbia voluto e potuto dare spazio alla mia musica nel corso di questi anni, come tu stai facendo ora. Concludo raccontandoti un aneddoto successivo al mio passaggio a Radio Padania: avrei dovuto andare a suonare presso una radio (politicamente di tutt’altra parrocchia), ma il conduttore, saputo del mio precedente passaggio a Radio Padania, ha tergiversato sulla mia partecipazione. Alla fine ci siamo chiariti. Lui mi ha fatto domande di stampo politico piuttosto dirette. Dopo una conversazione alquanto surreale ha decretato che sono “una brava persona”, e quindi potevo suonare in radio. Ovviamente alla fine scelsi di non andare per motivi legati alla dignità personale. Però è per dire: alle volte non è mica così chiaro da che parte sta effettivamente questa ‘democrazia’.

Riguardo le mie idee politiche, quel che ti posso dire è che ritengo le persone più importanti delle ideologie. Non mi sognerei mai di votare un partito a scatola chiusa. Le idee acquisiscono o perdono valore a seconda di chi ci sta dietro, o che le rappresenta. Oggi le parole d’ordine sono banche, petrolio, nuovo ordine mondiale. Il dio denaro detta le regole di qualsiasi direzione da prendere, e si fa grasse risate mentre il popolino litiga su destra e sinistra. I tempi di Peppone e Don Camillo sono tramontati. Oltre alla musica, mi sta molto a cuore la condizione degli animali. Ogni giorno viene perpetrato un vero e proprio olocausto sotto i nostri occhi, e con il silenzio consenziente, di tutti: allevamenti intensivi, macelli, circhi, laboratori scientifici, pulcini maschi gettati vivi nel tritacarne perché non faranno mai uova, vitelli strappati alle madri per impossessarci del loro latte, maiali castrati alla nascita senza anestesia, animali allevati e uccisi per la loro pelliccia… e l’elenco può tristemente andare avanti. A volte qualche parlamentare promuove iniziative a favore di queste vittime innocenti e incapaci di difendersi dall’uomo. Ecco, diciamo che in fase di votazione io sono molto attenta a chi sono costui, e anche a chi queste iniziative le boccia.

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3 commenti su “Intervista a Priska

  1. christiantito
    22/09/2016

    Grazie Francesco per avermi fatto conoscere questa musicista così dotata ed elegante. Strano che me l’ero persa, devo stare proprio invecchiando. Complimenti vivissimi a Priska, al suo spessore artistico e alla sua bellissima voce.

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  2. Antonio Devicienti
    22/09/2016

    Concordo con Chris. Grazie.

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  3. francescotomada
    23/09/2016

    Come sapete molto bene, non sempre la bella musica ottiene ampi riscontri in termini commerciali e di popolarità. Questioni di etichette, case discografiche, amicizie; insomma le solite cose, immagino. Però Priska scrive ed esegue sicuramente bella musica. Ho l’impressione che la sua schiettezza, che potete apprezzare anche nell’intervista, non sempre la abbia aiutata. Però per me, per noi, è un valore aggiunto.

    Francesco

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Questa voce è stata pubblicata il 22/09/2016 da in interviste, musica, ospiti con tag , , , .
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