perìgeion

un atto di poesia

Mauro Carrero, Jose e Davide

 

 

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Di recente mi sono imbattuto, in modo abbastanza casuale, in un lavoro particolarissimo e sicuramente degno di attenzione: si tratta di Jose e Davide, un cd di Mauro Carrero edito da Nota. In realtà parlare di “cd” è decisamente riduttivo, perché è vero che si tratta di una raccolta di dieci canzoni, ma l’oggetto in sé è completato da un prezioso libretto di una settantina di pagine contenente testi, documenti, riferimenti che spiegano la genesi del lavoro di Carrero. E proprio qui risiede un altro enorme motivo di interesse: i brani di Jose e Davide sono la trasposizione musicale di una sceneggiatura cinematografica incompiuta scritta da Beppe Fenoglio in collaborazione con il regista milanese Gianfranco Bettetini a partire dal momento in cui i due si conobbero, vale a dire dall’ottobre del 1961; il lavoro, che verrà tragicamente interrotto dalla morte di Fenoglio, recupera i materiali d’archivio (diversi testi narrativi e sei scene dialogate che costituiscono un inizio di sceneggiatura vera e propria) e ne opera una fine trasposizione in nove pezzi musicali che in qualche modo sono la trasposizione di quello che gli autori non riuscirono mai a completare. Il decimo brano, Un giorno di fuoco, viene presentato come bonus track ma si inserisce perfettamente nel percorso narrativo, pur essendo tratto dall’omonimo racconto dello scrittore piemontese.

Mauro Carrero, con grande disponibilità, ha accettato di rispondere ad alcune domande relative a Jose e Davide, lavoro che, come già sottolineato, merita un ascolto approfondito sia per gli intenti, sia per il valore artistico che esprime.

 

***

 

Mauro, nella presentazione ho accennato brevemente alla struttura di Jose e Davide. Però vorrei che fossi tu a raccontare come è nata l’idea di questo particolarissimo lavoro: avevi fin dall’inizio (per passione o inclinazione personale) il proposito di operare sui testi di Fenoglio, oppure il percorso che si è sviluppato ha in qualche modo sorpreso anche te?

Evidentemente c’era una passione che veniva da lontano: con Fenoglio e Pavese ho un legame profondo e atavico. Sono tra gli autori che trovai in mezzo ai libri di mio padre, nella prima adolescenza, l’età in cui si inizia a leggere, quando lui era già scomparso da qualche anno (peraltro lasciando anche la sua fisarmonica, altri strumenti, dischi e spartiti vari). Libri su cui iniziai a fantasticare di questa terra che ancora non abitavo e non conoscevo, pur essendo i luoghi d’origine dei miei nonni paterni. C’è tutto un discorso riguardo la mia storia e a quella della mia famiglia che mi lega a questi due scrittori e alle tematiche della sceneggiatura in particolare.

Quindi oltre a una sorta di inclinazione, allo stesso tempo, c’è stato da subito un senso di sorpresa che poi è continuato e continua nello scoprire sempre maggiori coincidenze, analogie, motivi di empatia.

È vero che avevo già sperimentato di trasporre in canzoni alcune cose lette, ma fu una coincidenza imbattermi in un’osservazione critico-letteraria che mi fece tentare con Fenoglio, da cui nacque un primo brano, tratto dal racconto Un giorno di fuoco. Coincidenza fu poi incontrare Dodo Borra che, dopo aver ascoltato questa prima canzone, mi suggerì di provare a lavorare sul progetto di sceneggiatura cinematografica. Avevo già letto, tempo addietro, la sceneggiatura incompiuta di Fenoglio, ma mai avrei pensato di costruirci sopra un progetto musicale, perciò solo dopo il suggerimento di Dodo, quando la lessi con più attenzione, iniziai a coglierne meglio gli aspetti.

La sceneggiatura è ambientata tra le Langhe e Torino a fine Anni ‘50, e narra di due fratelli contadini di S. Benedetto Belbo che, dopo la morte del padre, entrano in conflitto. Dopo un paio d’anni di sopportazione, il più giovane, Jose, si rode al punto tale che decide di migrare a Torino dove troverà lavoro in un’immonda fabbrica e si fidanzerà con una ex prostituta. Questa, in breve, la trama.

Il mio stupore e il mio coinvolgimento sono stati da subito stimolati, come dicevo, per le analogie che per alcuni aspetti ci sono con la mia storia personale e familiare. Da una parte è merito sicuramente di Fenoglio, del suo saper rappresentare condizioni universali, ma dall’altra sono piuttosto significative come coincidenze, almeno per me, ed è da queste che mi sono lasciato suggestionare fin dal principio.

Nell’accuratissimo libretto che accompagna il cd approfondisci la genesi e la scrittura di ogni singolo brano. Quello che vorrei chiederti è invece più generale: quali sono le difficoltà e le suggestioni che si affrontano quando bisogna passare da una scena descritta su carta – o da altre fonti, perché le scene “completate” sono solo sei – al testo di una canzone, o ancora più in generale ad un brano, quindi un compenetrarsi di testo e musica?

Posso parlare di come io ho affrontato questo tipo di fonte, non credo sia una formula che funzioni sempre. Una delle difficoltà maggiori, almeno per come concepisco io un testo da cantare, è stata quella di mettere in rima, più possibilmente rigorosa, dei testi che erano in forma di prosa o di dialoghi. Difficile è stato anche sintetizzare ma, allo stesso tempo, non tagliare troppo, cercando di rispettare il principio, lo svolgimento e il finale delle scene, conservare il più possibile delle immagini (alcune molto forti) e del tono linguistico generale. Insomma, le difficoltà sono state diverse. Inizialmente feci anche qualche tentativo di capire come altri cantautori avessero elaborato testi letterari altrui, ma senza trovare grandi suggerimenti, perciò pensai che il metodo più efficace fosse quello che avevo già adottato per Un giorno di fuoco. Si trattava di cercare, all’interno del testo di partenza, scampoli di frasi, principi di metriche, rime, assonanze, espressioni ironiche, immagini particolarmente accattivanti. Queste sono state le suggestioni testuali dirette. Poi, chitarra in mano e istintivamente, una volta trovata una mezza strofa, o una frase che potessero essere un buon inizio, ci lavoravo sopra per andare avanti. Ma devo ripetere che ciò ha funzionato con questo tipo di fonte, per la sua particolare forza narrativa, linguistica e ispiratrice, mentre con altre può non riuscire, come già testato personalmente.

Sempre a livello di testi, mi piace sottolineare che il tuo lavoro è stato di altissima qualità. Mi sembra di poter dire che il tuo approccio somiglia a quello di un cantastorie – non cantautore -, una figura legata alla trasmissione delle tradizioni popolari, con la differenza che qui quello che viene tramandato ha un’origine diversa. È corretto? E in che modo la tua formazione culturale ti ha aiutato nel processo?

C’è sicuramente qualcosa a che fare con la tradizione popolare e la figura del cantastorie (forse anche perché mi muovo spesso da solo con la chitarra a presentare il disco, quasi come un cantastorie girovago). Ma questo è dovuto in gran parte alla materia e allo stile del progetto. Parlo soprattutto di connessioni a livello tematico e stilistico-testuale con la canzone popolare, in particolare con la ballata narrativa. A livello musicale, la struttura è spesso quella della ballata, ma ravvivata da ritornelli e variazioni, e anche strumentazione e arrangiamenti, nel disco, non sono propriamente in stile folk revival, ma più spontanei e, in parte, moderni. Spiego anche nel libretto le connessioni letterarie con la ballata narrativa, riferendomi alla raccolta di Canti popolari del Piemonte di Costantino Nigra. Oltre al fatto che molte di queste ballate di tradizione popolare abbiano per tema vicende tragiche, di sangue, così come tragiche sono le storie di Un giorno di fuoco e di Jose e Davide, esse si sono modificate nel tempo e nello spazio, a livello di particolari testuali ma non di sostanza. In pratica è ciò che ho fatto io con le scene di Fenoglio: a volte ho variato dei particolari ma cercando di restare fedele al senso generale. Questo era inevitabile e rientra tra le licenze del regista o, nel mio caso, di chi trae liberamente spunto per delle canzoni. Ma soprattutto, anche se la fonte ha un’origine scritta e autoriale, non orale o popolare, sappiamo che Fenoglio raccoglieva molti aneddoti dalla viva voce del popolo, perciò il tono della sua letteratura è anche quello.

Leggo nelle tue note biografiche che, oltre ad avere una solida preparazione strumentale, in passato hai militato in diverse formazioni di ambito rock. Questo mi suggerisce di chiederti due cose. La prima: Jose e Davide si sviluppa prevalentemente nella direzione della musica popolare, con grande maestria ed anche ricchezza di declinazioni e strumenti, come fisarmoniche e fiati. Era un passaggio necessario per te – magari per motivi anagrafici – o è stato indotto dalla materia da affrontare? E la seconda: se non sbaglio, Jose e Davide è di fatto la tua opera prima, e non si può dire che tu abbia deciso di partire da un lavoro facile. È stato difficile trovare l’equilibrio fra il rispetto del testo e la “necessaria dose di sé” che ogni autore deve trasferire nel proprio lavoro?

Mi sono trovato in qualche modo costretto ad utilizzare questo stile popolare della ballata, perché mi sembrava l’unica maniera di poter essere prolisso e quindi conservare il più possibile della storia. Come dicevo, lo stile strumentale ed esecutivo rispetta solo in parte la tradizione, per formazione mia e degli altri musicisti che hanno collaborato, ma ciò che si sente sul disco è solo l’interpretazione di quel momento. Quanto all’opera prima, Jose e Davide è stata la mia prima pubblicazione ufficiale perché, ovviamente, di canzoni ne scrivevo già in precedenza. Il fatto che ci fosse dietro il grande scrittore, l’autorizzazione degli eredi e in particolare della figlia Margherita, il sostegno e la produzione del “Centro documentazione Beppe Fenoglio della Fondazione Ferrero”, e ancora l’intelligente formato editoriale e la disponibilità di Valter Colle, è stato determinante per la pubblicazione. Oserei dire che forse un disco così, per il sostegno e per l’idea, si sarebbe pubblicato anche in tempi in cui era più difficile.

Riguardo all’equilibrio tra me e il materiale di partenza, non è stato affatto difficile, proprio per la dose di immedesimazione che andava via via crescendo con la scoperta di nuovi particolari, analogie, simboli nascosti (tutti piccoli indizi in cui Fenoglio è maestro). Più andavo avanti e più la storia la sentivo mia, aumentando il coinvolgimento e quanto ci riversavo di personale.

Ci sono dei passaggi – e quindi magari dei brani – del lavoro di Fenoglio che hai sentito più vicini a te rispetto ad altri, e se sì perché?

Scopro ora (un’altra sorpresa), riflettendo sulla tua domanda, che i brani che forse sento più vicini a livello emotivo sono quelli in cui i protagonisti parlano in prima persona, quindi quelli in cui ho adottato la voce narrante del personaggio. Che poi sono le scene che fin dalle prime letture trovavo più suggestive. Dove a narrare è una voce esterna probabilmente sono stato più distaccato nello stile, che non vuol dire meno coinvolto quando li canto.

Ci puoi dire qualcosa del modo in cui è stato accolto Jose e Davide da parte della critica e del pubblico? E quale è stata la risposta nei vostri territori (dico vostri perché tu sei quasi conterraneo di Fenoglio)?

La risposta del pubblico è stata molto buona. Consideriamo che, come accennavo, sono giunto ad abitare in queste zone da adulto, a 23 anni, senza esserci cresciuto e quindi con nessuna conoscenza a livello personale. Forse è stato ed è un handicap o forse no. In ogni caso, grazie a quest’opera ho conosciuto e sto conoscendo molte persone e spesso mi sorprende (ennesimo motivo di sorpresa) il loro interesse e riscontro. Per quanto riguarda le recensioni, ho letto solo giudizi positivi. Pur conscio io stesso dei limiti che possano esserci, chi ne ha scritto ha apprezzato quanto meno il mio impegno e l’ardire della sperimentazione.

Immagino che la scrittura e la realizzazione di un lavoro come Jose e Davide impongano una sorta di immersione totale, di immedesimazione con la materia che si tratta e via via si viene plasmando, e che quindi, una volta terminato il tutto, tu abbia avuto bisogno di un poco di tempo per metabolizzare e realizzare il significato di quello che avevi fatto. Che cosa ti è rimasto, adesso, di questa esperienza? In che cosa ti ha arricchito, come autore e come uomo?

 

 

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Lo so che potrebbe quasi sembrare una leggenda da rock star ma in ciò che dirò ci sono forse altre strane connessioni. Potrei dire “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura”, visto che proprio durante il lavoro su Fenoglio iniziai a leggere con maggiore attenzione anche l’Inferno di Dante (a proposito di uno che, scrivendo in rima, era musicale e narrativo al tempo stesso). Un’altra casualità? Non lo so, ma sta di fatto che, immediatamente dopo aver finito di scrivere tutte le canzoni, per una serie di avvenimenti improvvisi, caddi in uno dei periodi più bui della mia esistenza. Spronato da pochi soccorritori provai ad aggrapparmi come a un salvagente al progetto appena partorito, anche perché avremmo dovuto debuttare a breve, in occasione dei 50 anni dalla morte dello scrittore. Mi sforzavo di andare alle prove con i musicisti ma con la testa ero totalmente da un’altra parte. E quindi, nell’immediato, non ho avuto proprio modo di metabolizzare cosa avessi fatto, perché ero come un pugile in ginocchio aggrappato alle corde, occupato a sopravvivere, e questo sembra un altro elemento che forse significa qualcosa in tutta la storia. Oggi anche quella disavventura capitata proprio tra capo e collo, in un momento che avrebbe dovuto essere di pura gioia e realizzazione, la vedo come un aspetto fatalistico dell’insieme. Debuttammo poi dal vivo nel giugno 2013 ma il disco lo incidemmo in seguito.

Riguardo a quanto mi abbia arricchito e mi stia continuando ad arricchire umanamente, qualcosa ho detto sopra. Come autore, da una parte dovrebbe darmi fiducia, dall’altra aumenta la paura del foglio bianco, tanto più dopo aver lavorato su uno scrittore così importante come Fenoglio.

Infine una domanda che sembra banale e di cortesia, ma nel tuo caso non lo è, proprio perché Jose e Davide è un disco così particolare nel suo svilupparsi che è difficile pensare ad un successore che possa in qualche modo assomigliarvi: hai progetti in vista per il futuro, e in quale direzione?

La tua domanda si lega perfettamente a quanto dicevo. Proprio perché è difficile proseguire dopo aver provato a confrontarsi con uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento, così come sarebbe difficile e forse poco sensato tentare di ripetere la formula, ora sto approfondendo un’altra strada, ma sulla quale lo stesso Jose e Davide ha contribuito a farmi riflettere, quella appunto della mia saga familiare e di questo mio particolare ritorno alle radici. Ho già pronto un secondo album, che dovrei riuscire a pubblicare in autunno e che si intitolerà Marelanga, incentrato in buona parte su questi temi. Come dice il titolo, c’è ancora un legame col territorio, ma questa volta non c’è uno scrittore preciso di riferimento. Ci sono invece, oltre a vicende e suggestioni personali, vicende di personaggi che hanno fatto la storia di questa terra, come ad esempio la canzone dedicata ad Augusto Manzo, campione simbolo della pallapugno (sport eminentemente piemontese), o quella dedicata al cavaliere medievale Aleramo. Anche dal punto di vista musicale, lo stile è un po’ diverso, diverse le strutture dei brani, più canzoni da tre minuti e meno ballate, e forse c’è anche maggiore maturità, grazie soprattutto alla collaborazione con musicisti di grande talento ed esperienza conosciuti nel frattempo, primo tra tutti Beppe Rosso di Asti, che mi ha aiutato nella revisione dei brani e negli arrangiamenti.

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Questa voce è stata pubblicata il 05/09/2019 da in all'incrocio tra le arti, musica, Senza categoria con tag , , , .
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