perìgeion

un atto di poesia

Roberto Minardi, Concerto per l’inizio del secolo

Questa poesia va controcorrente rispetto alle versioni liriche alle quali siamo abituati. Non intende esaltarsi attraverso la voce autoriale del poeta. Piuttosto cerca di concertare, accordandoli, i rumori stridenti di un mondo sempre più arido d’umanità. Attraverso una lingua piana, adatta a immagini dirette e crude, Minardi ci porta dinanzi alla odierna reificazione delle nostre vite. La lingua è un vestito aderente ai nudi fatti e nel verso rimane neutra, funzionale al supporto dei referenti con una oggettività spesso algida. Dopo aver letto questo libro rimane di certo il sapore amaro della denuncia.

Nino Iacovella

Tema della fine

non saremmo dovuti nascere

né avremmo dovuto lanciare

la bottiglia vacante

amarne la percussione al rotolare sul bitume

saremmo dovuti rimanere cani con le lingue lunghe

ragni o servitori di tè, tiratori di lenze

in una maniera o nell’altra, guardiani

avremmo dovuto prestare l’attenzione tutta

ai granchi che sollevano le conchiglie e s’affacciano

studiarli per lunghi e interminabili mesi

ci si aspettava l’avanguardia invece

gonfiamo il centro commerciale

nostro adultero Paese dei Balocchi

faremmo meglio a non pensare al figlio pinocchiesco

lucignolesco o peggio adorato dalle maestre

il bacio privo di ragione, perfetta scultura a più labbra

ce lo saremmo dovuti dare prima dello scoppio

lassù, e volare fianco a fianco

mano nella mano

come in pura e svenevole ballata

fino a atterrare sulle crepe della salata terra

dove attendeva il formicolio

non saremmo dovuti avviarci verso l’oceano

se tutto si conclude fra la battigia e lo scoglio che sbuca

non era questo l’orizzonte

non dovevamo infinocchiare le menti

con la sacralità delle tiritere musicate

della parola secca, in croce

della passiva lode dei cieli

le ere non sarebbero dovute trascorrere

per giungere allo scambio vicendevole di elettrodomestici

gemelli per polsini

visioni fiorettate

il genitore doveva tirarci in mezzo al campo

perché imparassimo la radice, lo stelo che fa capolino, il fragile ramo

e l’incanalata acqua

pace ai loro diavoli

ai loro gas e i loro grassi

non dovevamo far sì che medici e armati

godessero di ammirazione sconfinata

certamente più dignità ci si sarebbe aspettati

da una specie tanto fotterina, che tutte le studia

fuorché scordarsi di essere in vita

genìa dedita a faticare nei mattatoi

a usare tanto la cavalletta quanto l’oca

per le digestioni cattive

si doveva essere più feroci

morsicare la propria progenie

cibarsene in porzioni mezzo crude

o rimanere seduti e inermi sotto un albero solenne

e l’abbiamo compiuto, tutto questo

oltre a finire coll’abbigliarsi

e edificare ripari

avremmo dovuto imparare

a non comprendere un’acca

a rimanere in posa da autentici feti

scorgere il male salvifico nel bene

tutti i sangui e gli spermi e le sabbie

avremmo dovuto mischiare

e non preoccuparci delle nostre pelli frivole

essere punti, pungere

non dovremmo essere là, dove non siamo

riposare i pollici e gli indici sulla guancia

per valutare le vie di mezzo

ma ammutolire davanti alla burrasca, urlare

massacrati dagli schizzi della fanghiglia

non azzerare la foga

a colpi di famiglia, per mal di testa

per insufficienza di glorie

dovevamo essere partoriti di nuovo

divenire il più fidato nemico di noi stessi

stupirci per l’ultimo lembo di sole che vela la rena, piangere.

***

Frammenti dell’operaio

nel lattice dei palmi

raccoglie dei pulcini e li colloca

sul nastro che trasporta all’altra stanza

le vene sugli zigomi si arrossano

è sera quando si strofina il viso

con forza, con saponi profumati

dal piatto che lo attende si alza il fumo

e una creatura neonata

rifiuta la poppata che la donna

si ostina ad imboccargli, sbava un liquido

giallognolo, pastoso e scoppia in lacrime

nel fondo c’è una voce di metallo

che parla delle piogge che cadranno

dei venti che è possibile che spingano

difficile è isolare la notizia

in quegli istanti in cui il pianto torna

a farsi suono acuto e vi si aggiunge

la voce della madre

che prova a persuadere con moine

ritorna col cervello a stamane

il parabrezza era ghiacciato

e c’è voluto tempo per spannarlo

domani se ne andrà con la corriera

non sa se è sonnolenza

o voglia di sparire e stacca

un altro tozzo di pane

lo bagna nel sughetto che è rimasto

in fondo al piatto

***

La stagione legittima

I pesci sono sparati dalla pancia di un velivolo

piovono a valanga sul lago lo ingrassano

il pescatore sederà col giubbotto smanicato

attenderà che la trota sbavi per il lombrico

il pomeriggio riporterà tutto dai cognati

mostrerà il video dei guizzi dentro il secchio

loderà la quantità di pace da non immaginare.

***

Mare

cuore di spadaccino che mai trafiggerebbe

perlustra la battigia con amore, a mani vuote

raccoglie un flacone ammaccato

così forte è la luce che l’azzurro della plastica sbiadisce

ogni tinta scolora, ogni ragionamento scioglie

con le orme dei suoi più che bianchi piedi prosegue

così facendo trae in salvo il mare, la terra

è la mobile arena che l’andamento storce

affossa le caviglie dell’uomo dell’urbe

lascia la ferocia dei raggi fare il corso che deve

oltre la storia uno scafo compie un mezzo cerchio

le sue pernacchie al largo spadroneggiano

per credere nei secoli c’è il mare, un galleggiante rosso

si affaccia da un triangolo di luce che scoppietta

non resta che tacere, in controluce squaglia ogni certezza

– la barchetta nel lavandino colmo dell’infanzia

pescava pesantissimi tonni il lupo di mare –

sognarsi isola e non robot, eliminare la rissa dal petto

così rimette i sandali, mormora un ritornello

sull’orlo della tana, un granchio attende che lui se ne vada.

Per un’epica emancipatoria: sulla poesia del Concerto

“Ti auguro di non tramortire il vigore, di stare all’erta: / dalla me- stizia ricava una musica robusta”. In questi due versi, tratti dal poemetto conclusivoMateria per aperture alari, c’è già in miniatura buona parte di questo Concerto per l’inizio del secolo: un’opera di slancio emancipatorio, pietas per il vivente e sicura perizia artigia- nale che, a lettura ultimata, si rivela all’altezza di un titolo sen- z’altro impegnativo. Che il destinatario di questi versi sia il figlio di Minardi, Minardi stesso o il lettore, quella che viene articolata è in effetti una “musica robusta”; una musica che si lascia alle spalle la circospezione novecentesca, dall’abbassamento ironico- dimesso del “quartetto di cannucce” di Montale (La mia musa) alla musica delle “tende che sbattono sui pali” del prigioniero Sereni (Non sa più nulla, è alto sulle ali). Vincendo dentro sé anche il pro- prio tradizionale riserbo e senso della misura, Minardi si eman- cipa – senza abdicarvi – anche dal suo stesso, allenatissimo orec- chio per il decoro quotidiano che già si è avuto modo di apprez- zare nelle due raccolte precedenti: Il bello del presente, del 2014, e La città che c’entra, del 2015 (la cui sezione finale, Prima di essere pa- dre, anticipava già per temi e toni alcuni dei modi di questo Con- certo). Non che le scene intime, in minore, si siano dissolte: ba- sterebbe leggere Frammenti dell’operaio o Cronaca differente per ri- trovarle intatte. E tuttavia anch’esse riverberano di accenti comu- nitari, epici, sopra le righe. Per esempio, in Cronaca differente l’an- tefatto prosastico di bruta datità (“avantieri ha rubato un cavolo verza all’alimentari”) viene trasceso in rituale (“hanno porto l’un l’altro la fiala con sacralità”), e il rituale a sua volta trasceso in memoria collettiva per i posteri (“voi scolpite una statua che ne immortali i ciuffi nodosi”), senza dover ricorrere all’escamotage di stemperare l’innalzamento con l’ironia. Soprattutto in alcuni pun- ti chiave del libro, come incipit ed explicit, Minardi accetta il rischio del sovrattono retorico assumendo toni quasi millenaristici, gonfiando la voce sotto il peso del risentimento per il mondo o- dierno, per suoi meccanismi di potere e status quo radicati: “le ere non sarebbero dovute trascorrere / per giungere allo scambio vi- cendevole di elettrodomestici” (Tema della fine).

Non si assiste mai tuttavia a un atteggiamento di sconsolata accettazione: come nei versi citati in apertura di prefazione, alla “mestizia” si reagisce, al male perpetrato dagli uomini ci si ribella con contro-narrazioni, sacche più o meno tangibili di resistenza: dall’eremita che “si nutre di latte donato, gesti da esempio” (Ma- teria per aperture alari) al “piccolo liberale” Marlon che, in una del- le poesie più belle e commoventi che io abbia letto negli ultimi an- ni, esorta l’io a non accanirsi perché “il potere non ti serve”. La grande proiezione utopica che sostiene il Concerto e lo innerva eti- camente è quella di un mondo in cui “tutti i sognati socialismi / permetteranno ai sé di mettersi da parte” (Motivo per una nuova vi- ta n. 1). Proprio il perseguimento di questo compito politico-spiri- tuale porta, nei versi conclusivi del libro, a riprendere e rovescia- re Zarathustra: se il superuomo nietzschiano scende dalla mon- tagna per portare i suoi insegnamenti al popolo, il soggetto di Mi- nardi scopre, ultimata la sua personale ascensione, la sostanziale parità e perfino identità di tutti gli esseri e gli elementi: “e io / giunto alla cima capii che ero voi: dal bastardino al masso, / la ne- spola ammaccata, il fil di ferro, la donnola frenetica. / E ridiscesi” (Materia per aperture alari).

Questo sentimento di fratellanza universale si traduce per- tanto, sul piano dell’etica personale, in una visione di rispetto in- discriminato per tutto l’esistente. I numerosi riferimenti ad ani- mali uccisi e consumati, oltre che a consonare con un’etica anima- lista, andranno inquadrati entro le coordinate di tale visione: il ri- fiuto di esercitare potere, per essere totale, deve estendersi al di là della nostra singola specie, per la quale non è purtroppo più fan- tascientifica la prospettiva di una possibile estinzione. La poesia più emblematica da questo punto di vista, e uno dei vertici del li- bro, è L’uccisione del gallo. Il testo si apre con un j’accuse tanto più forte ed efficace quanto più distante dall’invettiva sui generis. Mi- nardi accosta ingordigia capitalistica e alimentare, zoomando in un primissimo piano dai risvolti morbosi (“danaroso proprietario di porcili e punti vendita, inghiotti / l’astice di cui spacchi le chele con delicatezza e a tua figlia / imbocchi un segmento di polpa affinché ne succhi la crudezza”). La scena è quella, drammatica, di un sacrificio che non riscatta o eleva nulla, ma è pura e semplice affermazione di potere, di sottomissione: “l’aria è guastata dal puzzo di assassinio”, i tronchi sono “decapitati”. Assai vicina, per mancanza di scrupoli e di etica (tanto da rappresentare, agli occhi dell’io poetico, nientemeno che “il perimetro del male”) è la figu- ra in Contrappunto n. 1: “pingue, respiro affannato, spinge salsicce in bocca / se ne fotte, ribadisce, degli animali, altamente”. Simili figuri ricorrono spesso in altri testi, per esempio nella contigua La stagione legittima, o alcuni festanti non meglio identificati che “is- savano il petto amputato di un tacchino” (Materia per aperture a- lari). Mi sembra a tal proposito interessante che la degenerazione morale passi per la bocca nella sua funzione verbale non meno che alimentare: del proprietario de L’uccisione del gallo si contesta infatti anche “la sconcezza del [suo] tuo affermare”; l’individuo in Contrappunto n. 1 “ribadisce” la propria indifferenza per gli a- nimali; e, più subdolamente, il pescatore ne La stagione legittima opterà per un racconto visivo della strage, “mostrerà il video dei guizzi dentro il cerchio”: guizzi minimizzati dal pescatore a incre- spatura dinamica in una concezione spettacolarizzata degli even- ti; guizzi che sono invece l’epifenomeno della vita che disperata- mente si ribella alla morte. Specularmente, in Delle rime sparse per Marlon, leggiamo che “nessuna frase affrettata sputata dalla bocca deve uscirci”. In questa sospensione del giudizio verbale c’è un rifiuto dell’esercizio del potere, del porsi da un punto di vista alto e privilegiato (già ne La città che c’entra si leggeva che “chi giudica / si crede un’isola più pittoresca”).

Certo, si potrebbe obiettare che la nettezza di questa posi- zione etica è a sua volta affermativa (o meglio, contro-afferma- tiva), esposta al rischio di polarizzare il conflitto in exempla estre- mi, caricaturali; da un lato, questo è il prezzo estetico da pagare per un proprio posizionamento etico netto, che non può permet- tersi gli stalli e le inazioni, i tentennamenti, di molta poesia nove- centesca; dall’altro, questa polarizzazione è localizzata in alcune figure o giri di versi, non diventa mai una dominante, né si fa as- soluta come potrebbe sembrare. Anzi, talora è possibile avvertire un’ambiguità, un effetto oscillatorio fra lode etica e fallimento u- mano. Per esempio in Mare, altro vertice del libro, il candore del- l’uomo che viene ritratto in termini infantili (“cuore di spadac- cino, che mai trafiggerebbe”) non basta a sgravare l’homo sapiens della meritata diffidenza che incute nelle altre specie: nell’ultimo, quasi allegorico verso, leggiamo infatti che “un granchio attende che lui se ne vada”. Lo sguardo alieno del granchio, che nell’uo- mo nobile d’animo riconosce solo un bipede, e cioè una possibile minaccia, è un correttivo necessario per bilanciare l’infatuazione del narratore nei confronti del proprio personaggio. I contorni della nettezza etica vengono poi messi in dubbio in modo più ra- dicale nella sinistra serie delle Anticipazioni, brevissime prose che ricordano trascrizioni oniriche e che intervallano il corso fluviale del macrotesto, di cui dirò in seguito, introducendo elementi stra- nianti e lasciando in sospeso il punto della narrazione. A titolo e- semplificativo, nella Anticipazione n. 6, un ambiguo “intellettuale metà amico mio metà star mediatica” ingiunge l’io poetico a sce- gliersi un ruolo, e probabilmente l’appartenenza a una ideologia totalitaria e distruttrice: “sarà come nella prima metà del secolo scorso […] scegli la forma dell’elmetto, toni della divisa”. Non me- no ambiguamente, seppur in un contesto realista, in Materie per a- perture alari, la coppia che ha ordinato i cacatua li ha rinchiusi “con un gesto delicato, mi tocca ammettere, / dentro una gabbia graziosa, piena di ninnoli…”. Prigionia e cura, presagio di minac- cia e sentore di liberazione, possono insomma coesistere nel mon- do così com’è. Questa ricca gamma di scene e attitudini si deve al fatto che la visione unitaria di cui si è detto ha pur sempre bi- sogno di misurarsi sulle innumerevoli particolarità del mondo che, di tale visione, è inevitabile banco di prova e punto di raffronto.

dalla prefazione di Davide Castiglione

2 commenti su “Roberto Minardi, Concerto per l’inizio del secolo

  1. poetella
    01/01/2021

    decisamente da leggere…

    "Mi piace"

  2. francesco sassetto
    02/01/2021

    Belli, bellissimi testi! Versi compatti, duri, amarissimi e lucidi a denudare, a smascherare questa nostrà realtà di miserie, finzioni, sterpi e “fanghiglia” in un deserto di solitudini e inappartenenze: ” ci si aspettava l’avanguardia/invece gonfiamo il centro commerciale”, laddove bisognava “non azzerare la foga/a colpi di famiglia…”, Ogni verso taglia come una lama e s’incide nell’anima, come la vera poesia sa e deve fare. Grazie Roberto, di poesia così credo ci sia assoluto bisogno. E felicissimo di saperti nella splendida compagnia di Arcipelago itaca. Un caro saluto a te e a tutta la redazione! Corro a ordinare il libro. Francesco.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/01/2021 da in Senza categoria.
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