perìgeion

un atto di poesia

Eserciti di carta, di Antonio Santiago Ventura


 
Il sole

aveva i suoi eserciti di carta,

e li mandò nel mare

a svelare le grazie della luna.

Ma la luna, che ha il cuore di un uccello

che dorme, sollevò le maree,

e affondò gli eserciti del sole.

Allora il sole si rivolse ai vulcani

dicendo: oscurate il cielo,

quando io mi nascondo,

affinché le luci argentate rimangano segrete

e nessuno più le possa vedere.

Gli uccelli impazzirono,

andarono dagli uomini,

ma gli uomini non capivano,

e gli uccelli gli mangiarono i capelli.

Così gli uomini uscirono sul mare,

i soldati del sole, con barche di carta, e reti

di carta, a raccogliere la luce della luna.

Il mondo è diviso, disse il mare.

Luce e buio, oro e argento,

si mescolano dentro di me

come due pesci in amore.
 
***
 
ho lasciato la mia sposa
libera di correre nei prati
 
nel vento si è perduta
e uno scroscio di pioggia me l’ha rapita
e fecondata
 
è caduta sulle pietre tra i fiori
e anche l’erba notturna e i fiori affamati
l’hanno posseduta e fecondata
 
è tornata a me
con le labbra sporche di miele
le vesti lacerate dai fiori
è tornata piangendo
è tornata ridendo
 
***
 
Quando Adamo lavorava la terra
gli uccelli erano giovani nel campo
e la notte intera per lui solo cantava;
 
quel giovane uccello di campo
sognava tra le pietre,
mentre i jet filavano gli alberi,
 
la rondine si posava sul marmo
freddo delle tombe;
e le scolare risero del tempo
starnazzando tra le pieghe
di un libro di fisica, come al giorno
della festività solare, si vedevano
donne seminude ballare e sangue
di toro nelle strade.
 
I neonati si ruppero le palpebre
venendo al mondo, l’odore di petrolio
infatti, lo faceva impazzire, nel suo
campo solitario;
 
si cucì collane come aironi
nella forma delle galassie,
quando i confini divennero labili
fu sentito mormorare:
 
figli
non mi piace il caos.
 
***
 
Ora penso che l’autunno mi fa paura,
e che l’estate è un vero terrore,
penso che la distruzine verrà
e io non sarò stato fedele,
ai cespugli di rose e alle grosse margherite,
non avrò insegnato a mio figlio i canti del prato,
o la potenza del sole,
non gli avrò mostrato le grazie del mattino
quando la rugiada contende il sogno,
e il vente cortese ripulisce l’anima.
 
***
 
Noi ci arrampichiamo sui
pensieri migliori
 
perché aneliamo
alla più vasta guarigione,
 
nel cadavere del cielo il nostro seme
sta bruciando;
infinita tristezza.
 
La genialità del mare e la sua piuma di neve,
 
mi ricordo, dei cavalli delle onde,
avevo semi nei capelli,
la spuma che mi usciva dalla testa
era il delirio del sole.
 
Avanti coi vostri ultimi miti
tutto quanto è sconfitto.
 
***
 
Oh mare di dolore
le nostre case sono così meschine,
è meschino il muro che ci copre.
Dovremmo, come libellule senza nome,
vagare per le foreste.
Ma il cammino è stato tracciato,
da fionda e fucile, da mano e da oscuro
cervello.
Non so perché l’uomo si ostina a cercare.
Ad agitarsi, a muoversi, a creare.
 
***
 
Maturo era l’uomo dell’infanzia
infantile quello della maturità,
ma questa maturità porta il segno delle ustioni,
è bene ora che il vecchio si scrolli come un animale fradicio di nulla.
 
 
 

“Il sole aveva i suoi eserciti di cartai e li mandò nel mare/ a svelare le grazie della luna.” Già l’inizio della prima poesia della raccolta di esordio di Antonio Santiago Ventura mette in campo gli elementi naturali primordiali insieme a comportamenti umanizzati, in una visione cosmica per la quale l’autore conclude lo stesso testo scrivendo: “Il mondo è diviso, disse il mare/ Luce e buio, oro e argento,/ si mescolano dentro di mel come due pesci in amore.” Successivamente ritroveremo di nuovo questo impulso alla ricomposizione degli elementi vitali nell’lo scrivente. Nel titolo gli eserciti di carta appaiono come in una leggenda, cruenti solo nelle intenzioni, legati come sono alla fragilità dell’elemento di cui sono fatti. Allo tesso tempo, traslando ed estendendo l’immagine alla scrittura poetica di Ventura, possiamo pensare alle armi della Poesia, all’allinearsi e schierarsi delle parole, il suddividersi in singoli testi, alla composizion di un’opera rispetto alla quale non possiamo che restare colpiti e catturati.

I testi raccolti in Eserciti di carta, considerati singolarmente, hanno valore ciascuno per i suoi contenuti specifici, per le caratteristiche stilistiche che li caratterizzano anche in modo diversificato, ma sono da intendere come Poema totale che si articola nelle diverse pagine, talvolta con poesie ad ampio respiro che si dispiegano in testi più lunghi e compatti e in un racconto fluviale, altre volte in brevi unità sospese o folgoranti come pure in poesie strutturate in diverse strofe. Si tratta di un poema epico e lirico, per certi versi mitomodernista, un poema cosmi che spesso riprende alcune forme di opere della letteratura delle origini – non solo occidentale – oppure di passi delle Scritture. Al centro il Divino, il Cosmo, il Soggetto emblema di una condizione collettiva.

All’interno di questa dinamica la Storia non è tanto la successione o ricostruzione di eventi collettivi o singoli destini, ma piuttosto narrazione visionaria e fantastica di un Tempo che per certi aspetti è visto come unità assoluta, dall’altro è ricco anch di riferimenti alla contemporaneità. Nella visione, nell rappresenzione poematica la freccia compatta del tempo si declina in aspetti della modernità, attualizzando il mito e considrando il contingente come paradigmatico: ”[. . .]/ Contavamo i naufraghi del sole tra gli immensi grattacieli./ Le carogne ridevano spolpate/ da venti ignoti;/ l’orologio del signore del mondo stava per esplodere./ Della nostra casa d’infanzia, la camera d’albergo,/ conserviamo il ricordo della televisione ,/ le ossa di un uccellino sul tappeto.” La memoria, l’uso dei tempi verbali del passato, non diventa ricordo individuale, ma costruisce l’affresco collettivo di una generazione, di una specie. E risale all’origine, alla radice. A partire dalla sorgente dell’universo, nel flusso cosmico si realizzano anche incongruenze, fratture e contraddizioni. L’umanità sembra ostaggio di un progresso che non coincide con lo sviluppo spirituale e, d’altro lato, si trova in una relazione col divino che non la accoglie pienamente. Nel flusso vitale che è insieme generazione e decomposizione l’uomo diviene creatura eroica e fragile componente degli elementi che la affiancano: “Il sole ha generato la luna/ la luna ha generato la terra/ la terra ha generato il mare/ il mare ha generato le forme/ tra le forme si è precipitato l’uomo figlio del sole.”

Luigi Cannillo, dalla prefazione

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Questa voce è stata pubblicata il 26/04/2022 da in Senza categoria.
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