perìgeion

un atto di poesia

Ciao, cari, Quattro poesie di Stefano Guglielmin

guglielmin maybe

E’ stata di recente pubblicata da Chelsea Editions di New York un’antologia di poesie di Stefano Guglielmin, Maybe it’s raining, in edizione bilingue con la traduzione di Gray Sutherland. Si tratta senza dubbio di un volume di notevole interesse, perché consente di apprezzare la produzione dell’autore scledense a partire dalla raccolta Fascinose Estroversioni del 1985 fino ad oggi.

L’ultima sezione del libro contiene una mancata preziosa di poesie, Ciao, Cari, fino ad oggi inedite in Italia; si tratta di una serie di ritratti di persone scomparse, di cartoline di addio affettuose e dolorose al tempo stesso. Chi ha avuto modo di conoscere la varietà di registri stilistici che Stefano Guglielmin è in grado di utilizzare nella sua poesia, resterà probabilmente sorpreso dall’asciuttezza di questi versi: la lingua si scarnifica e si semplifica, lascia spazio alla nudità delle parole e dell’anima, come un ultimo saluto che si carica del peso che chi resta deve continuare a portare. La scelta di una lingua così essenziale forse dipende dal fatto che il dolore non ha bisogno di troppe parole e non può essere incanalato, o forse è in qualche modo la testimonianza di quanto siano autobiografiche queste poesie che, attraverso le figure delle persone a cui ha voluto bene, espongono Stefano come poche volte era avvenuto prima. Quello che rimane, in ogni caso, sono versi di grandissima intensità che hanno il dono di essere così personali da risultare universali.

***

Morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.

Antonia Pozzi

Come una nevicata leggera

ho sognato di raggiungere i miei morti

Pierluigi Cappello

Paola (1962 – 1987)

La trave

dove ti sei fermata è smessa

come la foto fatta a Fronzola

nell’ottanta. Lo devo dire a Livia

che sei da qualche parte; nel mio

ippocampo, almeno, e nella lettera scritta

prima di saltare: “Non sono triste, sai

ma vuota.”

***

Mariarosa (1961 – 1984)

Quando venivo a trovarvi

tua sorella mi accoglieva a seno scoperto

lo poggiava sopra il bustino e rideva per farmi

arrossire.

Quel cuoio le sbocciò dopo il volo:

voleva sparire, tu lo sapevi.

Lessi di lei e di te, Sofia, sul giornale.

Bevevo una birra al bar, morivo un poco.

***

Loretta (1959 – 1981)

L’ho saputo da poco che sei morta di overdose.

Lo sapevo da sempre. L’aspettavo.

Mi chiamavi glielmin ed eri la più lenta di tutti

a spogliare dagli alberi le mele. Andammo a letto vestiti

perché il corpo aveva più sonno di noi

che volevamo giocare prima di dormire.

L’ho chiesto a Mariangela, che ora ha due figli

e un’altra vita.

***

Petalo (1954 – 1980)

Non ho mai dato le poesie

a tuo padre. Si beveva insieme

                                       mi diceva

che l’eroina era troppo buona

per il tuo corpo pulito in cella

troppo bella.

Anche tuo padre ora se n’è andato e io

non esco più da solo la sera. Ogni tanto

apro il cassetto, leggo i tuoi versi. Prima o poi

li pubblico su Blanc, dove talvolta spaccio

ottone per oro, ma non finisco in prigione

per questo e non muoio se una poesia mi tocca

il sangue, se fingo di star bene.

***

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12 commenti su “Ciao, cari, Quattro poesie di Stefano Guglielmin

  1. Deborah Mega
    08/04/2015

    Mentre leggevo queste poesie mi è tornato alla mente un pensiero di Mario Lavagetto e sono andata a cercarlo. Lavagetto scrive che “l’opera d’arte si configura, tanto per il suo produttore quanto per il suo destinatario, come una sorta di ripetizione; il rimosso viene risvegliato dall’esperienza estetica perché in essa prende corpo e rivive qualcosa di nascosto e occultato nel passato sia individuale che filogenetico.” Le citazioni iniziali della Pozzi e di Cappello introducono l’atmosfera solenne e meditativa. Allo stesso modo queste poesie, emerse dal profondo e in quanto tali, coraggiose, non hanno bisogno di particolari strumenti espressivi per raggiungere il lettore. Sono volutamente asciutte, scarne, quasi in frammenti perché “il dolore non ha bisogno di troppe parole”, perché é giusto che sia così, proprio come quando, a fatica, pur dopo molto tempo, riesci a parlare di una perdita tacendo tante cose ma pensando di aver già detto troppo. Interviene una sorta di riservatezza, vuoi tenere per te tanti pensieri che gli altri non potrebbero capire. E così, mentre parli e decidi cosa dire e cosa tacere, sei assalito dai ricordi, dalle associazioni che nel frattempo la mente compie. Ecco allora che anche il taciuto e il non detto diventano parole dense di significato per chi le sa comprendere, per chi sa vedere oltre, percependo il senso tra le righe, cogliendolo tra le pause, oltre l’udibile.

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    • Stefano Guglielmin
      09/04/2015

      grazie per questa lettura meditata. Riguardo agli “strumenti espressivi”: quando si parla della morte e si mostra il lutto, non ci sono soluzioni retoriche in grado di contenerli. Ho scelto di lavorare sul respiro breve di chi fatica a raccontare, sul ritmo che il respiro breve dà alla frase.

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  2. raimondidaniela
    08/04/2015

    Complimenti per questa edizione bilingue. Conosco Grey Sutherland e sono certa che ha fatto un ottimo lavoro di traduzione. Complimenti soprattutto per questi toccanti, splendidi tributi ad amici persi lungo la strada della vita. Davvero colpita da queste poesie.

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    • ninoiacovella
      08/04/2015

      Concordo con Daniela. La poesia, quando è dedicata come in questo caso, arriva più in profondità e ci restituisce la purezza della nostra parte più intima e umana, universale.
      In questi casi la forma deve soltanto assecondare il contenuto.
      L’artificio sarebbe pleonastico.
      Grazie.
      Nino

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  3. Carla
    09/04/2015

    ecco, la scelta di questi registri poetici è ciò che ritengo più affine al mio modo di intendere e vedere la poesia…nella poesia deve figurare qualcosa che provoca emozioni, altrimenti la poesia appare solo con un aspetto freddo e impenetrabile…

    molto bella e suggestiva la frase che apre l’incipit di Pierluigi Cappello

    *Come una nevicata leggera

    ho sognato di raggiungere i miei morti *

    ciao !:-)

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  4. Stefano Guglielmin
    09/04/2015

    Ringrazio per i commenti, sempre benvenuti!

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  5. almerighi
    09/04/2015

    davvero bravo il cuore stride leggendo i ritratti struggenti di questa spoon river personale, ma condivisa. Il bello di questa poesia è proprio nel senso di condivisione profondo che ti viene a leggerle, e qualdo il poeta giunge ha compiuto pienamente la sua missione.

    Baciata dal sole la carne cresce
    dopo morta non ha più fiato,
    chi terrà in vita tutte le parole
    trasferite in dote,
    i nani superstiti suppongo

    Un saluto

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  6. marco ercolani
    09/04/2015

    Quando la semplicità non è semplificazione ma asciutta e commossa precisione.
    Grazie di queste poesie.
    Marco

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  7. Stefano Guglielmin
    10/04/2015

    Grazie ancora!

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  8. In questi testi incontro l’indicibile detto, quel cancello che si chiude senza stridere.
    E’ la dimensione del dolore e dell’assenza, ma la si attraversa restandone come pacificati.
    Un saluto a Stefano e a Perigeion

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  9. Pingback: Stefano Guglielmin, Ciao cari | perìgeion

  10. dario marconato
    05/04/2016

    Complice ora mi sento, di te, nel combattere l’oblio,
    la memoria a volte gioca brutti scherzi, ma è raro,
    ri-scopro quanto sei abile a maneggiare tempi e parole.
    Grazie per averle pubblicate le tue poesie.

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Questa voce è stata pubblicata il 08/04/2015 da in ospiti, poesia con tag , , , .
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