perìgeion

un atto di poesia

In Australia senza titolo 7

 

 

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di Pericle Camuffo

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KINGS CROSS CAR MARKET, SYDNEY

 

 

Sydney, Kings Cross car market. Primo giorno nel buco, livello 2, quello blu.

Pesa questo soffitto di cemento, questo cielo basso e grigio con le nuvole al neon che sciacquano via i colori e riempiono la testa di brontolii lontani. Sui parabrezza delle macchine parcheggiate con cura, piccoli pezzi di carta come fossero pubblicità lasciate lì a marcire nei giorni di pioggia.

Sul foglietto appiccicato alla mia Magna lucidata, c’è scritto 2750 dollari. Forse ho esagerato, forse quel numero non è il numero del suo destino. Deve essere così, perché nessuno la guarda. Passano diritti e si fermano dalla stronzetta biondina che si è messa nel posto di fronte al mio. Non ho nessuna voglia di passare troppo tempo qui dentro, anche perché costa 65 dollari a settimana da pagare anticipati. Abbasserò il prezzo.

Le macchine vanno e vengono, cambiano mano e padrone e seguono il loro destino e io rimango qui impalato e stupefatto di tutto ciò che mi accade attorno. La biondina è riuscita a vendere la sua Falcon per 2800 dollari in meno di due ore. Ma almeno si beve, perché chi vende porta giù una cassa di birra e la offre in giro come premio di consolazione, o come presa per il culo, per quelli che sono ancora qui. Falso cameratismo da facciata, perché qui sotto saltano tutte le regole della convivenza civile, del rispetto, si è in preda al devastante morbo del commercio, del mercato, qualsiasi residuo di coscienza ha ormai il colore dei soldi. Ci si guarda con sfida e sospetto anche se ci si sorride e ci si saluta. Si cercano, di nascosto, informazioni sulla macchina del vicino con la scusa di sapere da dove viene, che giro ha fatto e come è andato il viaggio. Appena una macchina nuova entra e gira per trovare parcheggio, tutti vorrebbero vederla in fiamme. Odi il vicino e odi la sua macchina, specialmente se è messa meglio della tua. Ed è così per ognuno che passa, per ognuno che arriva. Siamo tutti dei mostri folli e invasati di denti stretti e di nervi che tremano. Però ci si sorride, ci si augura buona fortuna e ci si dimostra felici se qualcuno vende e tu no. E si beve la birra per mandare giù l’amaro che la rabbia ti lascia sulla lingua.

Continuano ad arrivare Ford Falcon di tutti i colori, e io non posso competere con loro. Sono più grandi, più spaziose, più resistenti, con i loro sei cilindri che tuonano nel blocco di ghisa del motore. Non c’è niente da fare, chiudono il mio orizzonte con le loro sagome allungate, ed io scompaio nel buio, dimenticato e triste.

Un tipo laggiù, dietro il pilone con la bandiera della Svezia, è seduto e conta i soldi che gli hanno appena portato. Ha la faccia tirata dalla felicità e vorrebbe saltare sul cofano e mandarci tutti affanculo che tanto lui è fuori da qui. Invece ci poterà le birre ci saluterà e ci farà gli auguri. Ma io so che vorrebbe mostrarci il culo, e lo sa anche il vecchietto di Manchester vicino a me. E’ qui da una settimana con la sua macchinina sfigatina e con tutte le sue belle cosine da campeggio esposte in ordine sul tavolo. Anche lui lo vorrebbe morto, ma non ha più la forza né l’età per reagire.

Secondo giorno.

Quando sono arrivato, stamattina, ho lasciato il sole fuori e ho preso l’ascensore per questo inferno, mi sono chiesto se veramente ne vale la pena, se io devo stare qui a rovinarmi la vita per 2000 dollari o quel che sarà, e una tristezza cupa mi ha riempito il cuore.

Fa freddo. E’ pieno di macchine ma non c’è nessuno che vuole comperare. E c’è silenzio, uno strano silenzio. Tutti sembrano qui per caso e mangiano e leggono e fumano e scrivono e dormono, ma appena si sente il rumore delle porte dell’ascensore, tutti scattano sull’attenti, si mettono a posto i capelli e i vestiti, le ragazze mettono in vista tette e culi e i ragazzi arrotolano le magliette sulle braccia. Ma per ora solo falsi allarmi, ad entrare erano sempre altri venditori.

Ancora nessuno. Ancora calma. Cominciamo tutti ad essere nervosi, è da troppo tempo che non succede niente. Per passare i minuti scambio gli occhi con la ragazza di fronte che non è niente di speciale, era meglio la biondina di ieri, ma è l’unica distrazione.

Il vecchietto di Manchester ha appena venduto per 1300 dollari. Gli israeliani, come sempre, fanno gruppo chiuso in fondo al parcheggio. E’ pieno di israeliani. Uno di loro mi ha spiegato che dopo il servizio militare obbligatorio per uomini e donne, che dura tre anni, quasi tutti si prendono un anno di libertà e girano il mondo, prima di tornare a casa e massacrarsi di lavoro. Fanno casino, giocano a pallone, ridacchiano e hanno un po’ la puzza sotto il naso. Ti guardano dall’alto in basso e ti ridono in faccia, e viene quasi la voglia di tirargli qualche pietra ed improvvisare una microintifada australiana.

Io me ne sto in disparte, per i fatti miei, e fino a poco fa avevo almeno il vecchietto per dividere questa emarginazione. Ora sono rimasto solo circondato da ventenni. Butto giù qualche birra che mi dà il torpore necessario per affrontare il mio panino al formaggio, che mi viene da vomitare solo a guardarlo, ma andrà giù, lo so, come questa giornata, come questo posto.

I muri sono coperti da scritte che sono pezzi di storia di chi è stato qui dentro prima di me. Confessioni e speranze e disperazioni, nomi di città e paesi e mondi, e cifre, un sacco di cifre, di solito sono il prezzo pagato e i soldi ricavati con la vendita. Quasi tutti hanno perso un bel po’. Poi ci sono le quick sale, quelli che hanno venduto in mezz’ora o anche meno, che penso siano tutte cose inventate, e poi la disperazione di chi ha venduto in 15, 20 giorni, e un consiglio che spicca sul resto: “Prendi i soldi della prima offerta che ti fanno e porta il tuo culo fuori da qui”. Io non ho avuto ancora nessuna offerta, ma terrò presente questo consiglio.

Arrivano birre. Qualcuno ha venduto dall’altra parte del parcheggio. C’è sempre qualcuno che vende, qualcuno che se ne va, qualcuno che non sono io.

Oggi è giovedì. Free barbecue per tutti offerto dai tiranni che gestiscono questo posto. Ma io non approfitterò delle cose marce e scadute che buttano sulla griglia. Andrò a farmi un giro in Darlinhurst road tra puttane, tossici e papponi che ti chiamano con un cenno della testa e ti invitano a scendere in un inferno fatto di velluti e di luci fioche e puzza di fumo. Camminerò un po’ tra alcolizzati con la testa tra le mani e soffocati dal sonno e macchine della polizia che scivolano lente contando i morti e i vivi. Andrò a vedere se vicino al Mc Donald’s c’è ancora Burnie, the Kings Cross poet, che vende versi per pochi spiccioli.

Terzo giorno.

C’è un aborigeno che gira qui sotto da un paio di giorni. E’ simpatico, e vuole scambiare didgeridoo con le macchine. Viene lì è ti dice “Hei amico, ti do 5 didgj per la tua macchina, poi li porti a casa, al tuo paese e li puoi vendere per 300 o 400 dollari l’uno, sono fatti a mano da me, vado io nel bush a scegliere l’eucalipto da tagliare, non sono fregature per turisti”.

Per dir la verità è anche convincente e poi io impazzisco per quel tubo di legno, il suo suono mi scaraventa in dimensioni ancestrali e lunghe piste di sabbia. Ho pensato più volte di accettare lo scambio. E poi sono belli da vedere, ben curati e per niente souvenir d’Australia. Ma alla fine, anche ammesso che li porti a casa, che alla dogana non mi facciano storie, a chi mai dovrei venderli? Non conosco nessuno disposto a pagare 150 o 200 euro. Per cui continuo a tenere duro senza abbassare il prezzo della mia Magna.

Il circo si è messo in moto già da un po’. Ognuno è impegnato nel proprio numero sulla pista di cemento di questo parcheggio. Io invece sono sempre seduto qui, immobile. Non sono mai stato un uomo di spettacolo, e uscirò sconfitto da questo carnevale

Richi è sempre lì che sistema con cura le cartine stradali sul cofano della sua Falcon rossa, che tiene bella lucida. Fa ogni giorno le stesse cose. Guarda in giro protetto dall’ombra della barba folta e dal pink slip, il foglio rosa che è testimonianza e garanzia che la macchina è a posto, che ha passato l’ispezione che devi fare per poter accedere a questo buco fetido. Ognuno deve andare da un meccanico e farsi fare questa benedetta ispezione dove danno un’occhiata sommaria alla carrozzeria, controllano luci freni gomme e se il motore cade a pezzi o si regge insieme e poi ti consegnano il verdetto che di solito è un foglio bianco con elencate in evidenti X le rogne della macchina. Ma se è tutto a posto ti danno il pink slip. Succede raramente, ma quando accade, chi ha l’onore di tale riconoscimento diventa un persona da ammirare e, sotto sotto, da temere.

Io l’ispezione non l’ho passata, come tutti qui dentro. Lui è l’unico, il nobile in mezzo al popolino che puzza di merda di maiale. Però al caro Richi fino ad ora il suo foglietto rosa non ha portato fortuna perché chiede 3500 dollari e la gente che passa qui sotto per comperare, tutti quei soldi non li vuole spendere. L’ha messo bene in vista, accanto al cartello del prezzo sul parabrezza. Lo guarda con soddisfazione, e mi fa tenerezza con la sua faccia germanica e la maglietta con su scritto “Richi goes to Australia. Have a good time” e sotto le firme degli amici.

Io aspetto, come il vecchio di Hemingway in mezzo al suo mare. Aspetto che la lenza si tenda e che diventi pesante e si scuota e il pesce resti appeso all’amo che penzola nel nulla di acqua e luce.

Sesto giorno.

Stamattina non avevo voglia di stare a marcire qui sotto. Il cielo di Sydney era di un azzurro troppo chiaro per la città, come se qualcuno si fosse confuso e l’avesse scambiato con quello dell’outback, L’aria era frizzante di energia e di ossigeno e Durlinghast road sembrava pulita, anche le puttane sembravano più pulite, sane, e Burnie, il poeta, non c’era. Così ho sistemato il cartello del prezzo sul parabrezza e sono uscito.

Quando sono rientrato ad ingiallirmi la pelle e i polmoni, ho trovato due ragazzi seduti sulla panca di fronte alla mia macchina. Hanno chiesto se era mia. Ho detto sì. Hanno chiesto se potevano provarla. Ho detto di sì.

Durante il giro il motore ha tossicchiato e balbettato un po’, come sempre. Speravo non lo facesse. Me la sono cavata dicendo che fa così perché è freddo e perché, visto che ha il cambio automatico, ad ogni marcia che sale o che scende sussulta un po’. Sembravano essere d’accordo. Siamo ritornati di sotto ed è cominciata la contrattazione, non lunga per la verità. Ci siamo accordati per 2300 dollari. Affare fatto. Stretta di mano e soldi sul tavolo.

E mentre uno di loro tirava fuori i soldi dal portafogli, vedevo l’esitazione dei suoi gesti lenti, perché 2300 dollari sono sempre un bel po’ di soldi. Gli tremavano le dita mentre li contava, mentre faceva scorrere le banconote sui polpastrelli sudati e ad ogni pezzo da 50 che metteva sul tavolo, si chiedeva se stesse o meno facendo la cosa giusta. Conoscevo quell’ansia, quella da fregatura, quella di quando sai che ti stai rovinando con le tue stesse mani ma hai una minima speranza che questo non accada, come quando i soldi li appoggi sul tavolo da gioco. E io pensavo a come se li era guadagnati quei soldi, a come si era rotto le palle per non mollare, perché voleva questo viaggio, lo voleva fino in fondo e adesso li stava mettendo nelle mani di uno sconosciuto.

E mentre passeggio nell’aria fresca e sotto il cielo azzurro di Kings Cross, so che nei prossimi giorni maledirà me e tutti i miei parenti augurandoci morti lente e piene di sofferenza quando capirà che il balbettio del motore non c’entra niente con il cambio automatico né con il motore freddo, ma fa così perché ha sempre fatto così. Si sentirà fregato. Poi capirà, come ho capito io, che la macchina dopo i primi cinque minuti va via liscia e si dimenticherà di me.

 

 

14

 

SYDNEY

 

 

Paul, l’amico a cui avevo consegnato la roba prima di partire, mi ha lasciato la sua casa per un mese. E’ andato in Tasmania a trovare la sorella. Sono seduto da un po’, per terra, nel salotto, a mangiare patate fritte troppo salate, sei lattine di Foster’s, Tom Waits che gracchia nella sua voce di ferro arrugginito, leggendo una biografia di Carlo Michelstaedter che non mi porterà da nessuna parte, mentre nuvole trascinate dal vento come carri vuoti corrono pazze sul cielo di Bondi. Ma sto bene qui, con tutte le mie domande sparpagliate sul pavimento come fossero carte da gioco, e forse lo sono, solo che io non conosco le regole per giocarci. Le guardo e capisco il valore di ognuna di esse, ma non capisco il loro stare assieme, come entrano in relazione l’una con l’altra. E lì in mezzo, tra le carte colorate, c’è quel foglietto ormai unto e stropicciato che mi sono rigirato tra le dita da quando sono tornato in città. E’ il pezzo di carta che mi ha lasciato Jasmine, la ragazza che ho incontrato allo Stone Wall e che mi ha accompagnato nella magia di una delle mie ultime notti in città. Sul foglietto c’è il suo numero di telefono. Solo il numero, senza il nome. Dieci cifre come dieci note in fila, che per me sono le note di un ricordo, le sue note, la sua musica.

E’ già da un po’ che penso se chiamarla o no, ma non sono sicuro di avere il diritto di entrare ed uscire dalla vita di qualcuno, dal corpo di qualcuno, e se questo via vai non comporti anche una sorta di responsabilità. E poi non l’ho fatto anche perché non mi va di sentirmi dire “Ah sì, ciao, e chi cazzo saresti?”

Fuori dalla finestra, il solito casino variopinto di Bondi, tra corpi scolpiti da palestra e vitamine e onde di ghiaccio che sorreggono surfisti annoiati chiusi in guaine di gomma scura, baracchini di bibite e gelati e la macchia della polizia che va su e giù con una lentezza stancante. Osservo tutto questo, ma sento che in qualche modo il mio corpo sta perdendo spessore, che si riduce a membrana molle e sottile e tutto mi passa attraverso come se non incontrasse resistenza, lasciando solo leggeri granelli di polvere.

Ho perduto i pezzi della mia esistenza da qualche parte, forse a Kings Cross, in quel parcheggio, forse laggiù nell’outback, o forse mi sto semplicemente sgretolando come una statua d’argilla troppo secca e troppo vecchia. Sto scomparendo. Non che stia morendo, niente a che fare con la morte, ma sto perdendo consistenza davanti a questo sole chiaro e puro. Sono di fronte ad una delle più famose spiagge del mondo, e non riesco a trovare un senso a questo mio essere qui. Non so più che fare. Finché corri hai sempre la strada che ti si apre davanti e quell’apertura infinita in qualche modo completa la tua inconsistenza. Il movimento ti sorregge, gli occhi continuamente pieni di cose che cambiano, anche se solo nel grado di sfumature e riflessi. Camminando, ha detto in un’intervista Reinhold Messner, le cose ti si mostrano, ti si raccontano, e tu racconti a loro te stesso. Camminare è una continua narrazione, come sostengono da sempre gli aborigeni, è un canto, e all’interno di questo canto, diventi spirito. Quando ti fermi, è come se la musica finisse di colpo, come se la comunicazione tra te e il mondo si interrompesse, e non serve a niente mischiarsi tra la gente, nascondersi.

Capisco che mi serve della musica per tirare avanti, che mi serve un’altra strada su cui camminare, un’altra direzione, un altro viaggio. Tiro su il telefono e faccio il numero. La voce di Jasmine non trema né esplode di gioia, ma rimane quasi piatta, trascinata in lunghe pause d’ascolto in cui io tento di spiegare o giustificare quella chiamata, finché mi interrompe dicendomi che non devo spiegare niente, non a lei, non in questo momento. Ci diamo appuntamento per il pranzo al Thai on wok, un locale a Glebe, dove lei vive con un’amica.

Arrivo un po’ in anticipo all’appuntamento, così faccio un giro al mercatino del sabato che è un salto indietro negli anni Sessanta. Sembra di essere a qualche raduno hippy, tra incensi, vestiti psichedelici, dischi in vinile, oggetti di ogni tipo, cose usate e strausate, cibo indiano cinese nepalese, cibo macrobiotico e biologico, bandiere e spettacoli di mimi e acrobati e musica jazz illusionisti e tante, ma tante belle ragazzine figlie dei fiori e di nostalgia nei loro capelli lunghi e nastrini colorati e un sorriso di pace amore e libertà imparato sui libri o copiato da fotografie e vecchi film in vhs.

Ma mentre attraverso la strada per andare ad incontrare Jasmine, mi rendo conto che non mi ricordo bene la sua faccia. E più mi avvicino al locale e più mi rendo conto di questo, più mi convinco che farei meglio a tirare via diritto e ritornarmene a casa per evitare qualche spiacevole imbarazzo. Aspetto un’ora davanti al ristorante a riempirmi d’angoscia per ogni ragazza che si avvicina, ma nessuna è lei. Poi mi telefona, si scusa, non ce la fa a raggiungermi. Vuole il mio indirizzo e passerà lei da me, più tardi. Invece del pranzo ci sarebbe stata una cena. Meglio così, perché chi suonerà il campanello sarà inequivocabilmente lei, niente confusioni e niente errori e scambi di persone e figuracce.

Il sole è sceso e il cielo si è patinato di buio, lentamente. Sono nervoso, non so come vestirmi e come riceverla. Ho messo io in moto quest’incontro ma spero che sia lei a gestirlo. Il suono sgradevole del campanello rompe i miei pensieri. Oltre la porta c’è lei. Respiro profondamente per dare aria a tutti i polmoni e apro. Appena vedo la sua faccia, mi rendo conto che me la ricordavo in ogni piega della pelle, in ogni dettaglio, che l’avrei riconosciuta tra mille. Il pericolo di scambiarla per un’altra non era mai esistito, era solo una forma di difesa, un trucco del mio cervello per costringermi a scappare, a non affrontare la responsabilità di quella chiamata, della situazione che avevo creato.

Entra. Ci salutiamo. Si siede e decidiamo subito, in silenzio, di finire alla svelta la bottiglia di vino che ha portato per vedere se qualcosa tra noi si sblocca, se riusciamo ad andare al di là delle parole cortesi e innocue che ci stiamo scambiando e che non riescono a ricostruire quella comunanza lasciata laggiù lontana, in quella notte dove tutto era magia. Siamo, tutto sommato, due estranei che tentano di accendere un fuoco e di riscaldarsi assieme. Le bottiglie di vino diventano due. La cena salta. I vestiti spariscono. E solo allora, quando vedo la cicatrice che corre sul suo ventre, il mio corpo riconosce il suo e ne ricorda odori sapori e vibrazioni. Solo allora smettiamo di parlare e ci ritroviamo in quella notte. Invece di parlare, avremmo dovuto subito spogliarci e strofinare le nostre pelli, mischiare i capelli, annusarci e leccarci e se i nostri corpi avessero risposto allo stimolo era fatta, altrimenti non c’era niente da fare e avremmo fatto meglio a salutarci e ad andare ognuno per la propria strada.

Dopo un paio di giorni, mi ha chiamato e mi ha chiesto se poteva sistemarsi qui da me per un po’. La sua amica se ne andava e lei non poteva permettersi l’affitto da sola. Le ho spiegato che un “qui da me” non esisteva perché anch’io ero “qui da qualcuno”. Avevamo ancora un paio di settimane di tempo, prima del ritorno di Paul. Tutto qui. A lei andava bene. A me anche.

Passiamo le giornate con dolcezza ascoltando Chet Baker e Keith Jarrett, mentre io tento di riordinare i miei appunti di viaggio per vedere se hanno già l’ossatura di un libro o se devo invece rielaborarli e riscriverli o semplicemente gettarli via.

Mi sento a mio agio di fronte alla sua leggerezza, quella leggerezza che può avere solo una persona di vent’anni che non ha ancora venduto l’anima per un lavoro, una carriera, un successo, una donna o un uomo, per i soldi o per un figlio. Io, invece, l’anima l’ho fatta a pezzettini e li ho veduti uno ad uno, e ne avrei volute di più di anime da vendere, un bel pacco di anime per garantirmi un futuro con i fiocchi. Ho venduto quello che avevo da vendere, ho anche tentato di imbrogliare.

Lei è entusiasta e piena di vita, non pensa troppo a quello che accadrà e se accadrà. E’ convinta che tutto andrà per il meglio. Questa sua spontaneità riempie la casa di tenerezza, di quasi amore. Ha detto che anche la casa non sarà un problema, che troveremo un buco dove andare, una topaia dove stringerci. Ho bisogno di questa sua positività che l’età, in me, ha trasformato in vizio, in qualcosa di iperbolico, di marcio e di inutile. Due cuori e una capanna per me sono un’assurdità, perché so che nella capanna fa fatica a starci anche un cuore solo e che se ce ne sono due, finisce che uno mangia l’altro. So anche che dovrò trovarmi un lavoro e che, prima o poi, me ne andrò di nuovo da qui e da lei, da una vita che mi diventerà di nuovo stretta e mi costringerà a scappare.

Abbiamo svuotato il salotto e ci abbiamo sistemato i materassi, così adesso è la nostra stanza da letto e da giorno e di tutto il resto. Ho comperato una grande cartina dell’Australia da Kmart, e l’ho appesa al muro. Rimaniamo ore di fronte a quel continente piatto a segnare con colori diversi percorsi di sogni e di viaggi, a cercare il posto più adatto dove potrei andare a nascondermi, a fare il clandestino, e appena ne troviamo uno, constatiamo che è troppo isolato e che ci morirei in pochi giorni.

Io le faccio vedere le strade che ho percorso e i luoghi che ho visto e parlo e parlo per ore di quella mia Australia e lei ascolta seduta sul materasso come una brava bambina ascolta le favole della mamma prima di addormentarsi. A volte si addormenta davvero e mi fa incazzare perché non ho mai pensato di essere tanto noioso.

Ci siamo spostati in salotto anche perché è la stanza più grande della casa, c’è più luce e c’è l’unica finestra che trattiene un pezzo di Oceano, che lo mette in cornice. Ed io, al mattino, mi sveglio e sento l’odore di quel mare profondo e vibrante, sento il suo respiro e mi sento di nuovo sulla mia isola di sabbia, e galleggio in quella sensazione di pace assoluta che riempie il momento in cui sei già sveglio ma i pensieri non hanno ancora cominciato a fare casino, a trascinarti verso il delirio della tua esistenza. Faccio di tutto per prolungare quella sensazione ma questo mio sforzo la dirada e la dissolve. Poi mi alzo, mentre lei ancora dorme, vado alla finestra e lo vedo, il mare, rotolare su se stesso, laggiù. Seguo con gli occhi il profilo della costa e cerco con attenzione il punto migliore, quello più calmo, protetto, il posto dove andrò, tra qualche tempo, ad appoggiare le mie nuove barchette di carta cariche di sogni e di domande, prima di ripartire. Lo faccio ogni giorno, ne ho bisogno. Devo sapere che quello spazio tra le rocce, quello mio, è sempre lì a disposizione. E solo quando lo ritrovo, solo quando ci casco dentro con gli occhi, posso girarmi verso il mondo, e sorridere.

 

***

 

 

 

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4 commenti su “In Australia senza titolo 7

  1. tramedipensieri
    03/03/2016

    Bello……se ci fosse il libro, lo vorrei sulla mia libreria.

    Liked by 1 persona

  2. francescotomada
    04/03/2016

    Sono d’accordo con te. Pericle ha già pubblicato diversi libri, di viaggio e non; per questo il massimo che possiamo fare, per ora, è il pdf.

    Francesco

    Liked by 2 people

  3. angela palmitesta
    05/03/2016

    Pericle, a me piace come scrivi.
    Anche se ho paura di viaggiare perchè poi non si sa mai: cade l’aereo, deraglia il treno, il pulmann si infossa, il metrò si incendia e l’asino si impunta perchè vuole mangiarsi il cardo selvatico.
    Insomma,sai, poi chiudo casa con le chiavi dentro, e ci lascio il cellulare e scopro che la carta d’identità è scaduta.
    Comunque a me piace come scrivi, e bravo tu che viaggi.
    Tra l’altro, grazie a te, mi sono letta “Barriera per conigli” e mi son tolta una pellicina in più di ignoranza dalle unghie. Farlo arrivare è stato mica facile. D’altro canto qui sull’isola gli alberi sono tanti ma la carta pochissima, i libri ancora meno.
    E dimmi, la prossima volta in quale continente ci trasporterai?

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  4. periclecamuffo
    07/03/2016

    Angela, grazie per le belle parole. Il Prossimo racconto sarà sulla Nuova Zelanda, altro mio luogo d’anima, viaggio antico ma ancora attuale nel mio sengue e nella mia carne. La paura c’è anche quando esco di casa, non se ne va, ma almeno me ne vado io, ed è già qualcosa.

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Questa voce è stata pubblicata il 03/03/2016 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , .
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